“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Alessandro Toppi

Come le lucciole, in questo teatro

Alla fine di Cose – dopo aver evocato un padre e il filmino fatto a Porto Venere da bambini; dopo aver detto di Marlon Brando ed Elia Kazan, discusso degli scatoloni con dentro le bambole e i sandali, riafferrato le pietre raccolte in spiaggia, riletto un problema di matematica scritto in un quaderno delle elementari – Antonio Tagliarini guarda Daria Deflorian, poi guarda noi, mentre stringe in mano un fagotto di carta al cui interno c'è un pinguino di ceramica: uno di quelli che ti consegnano come bomboniera a un matrimonio o che ti ritrovi in una credenza di casa, senza ricordare perché.

Noi, Čechov, Platonov e la pioggia finale

Le testarde insistenze di Čechov
In Zio Vanja domina il caldo, i vestiti quasi si attaccano addosso e certi personaggi sembrano in affanno tant'è che manifestano il bisogno di sedersi, di non compiere gesti superflui, chissà quali movimenti corporei. Non a caso la prima scena del dramma mostra due figure sedute su delle panche, sistemate accanto a un tavolo che è stato posizionato all'ombra di un pioppo. D'altronde c'è “quest'afa” terribile dice Astrov; già, “fa caldo, c'è afa” ripete quattro pagine dopo Vojnickij e, perché sia chiaro che durante Zio Vanja non si respira, Serebriakov – che in giro se ne va con soprabito, guanti, calosce ed ombrello facendo ridere tutti – ribadisce per l'ennesima volta che “c'è afa”, poi chiede alla moglie di prendergli “le gocce che stanno sul tavolo” poiché non ce la fa a muoversi.

Yorick, i matti e la sfida all'oblio

Resta / Bisogna che vada
La scena seconda dell'atto primo è cominciata da una cinquantina di versi quando Amleto è chiamato al cospetto della Regina e del Re. I due hanno appena concesso a Laerte, figlio di Polonio e fratello di Ofelia, il permesso per tornarsene in Francia, lì da dove è rientrato per assistere all'incoronazione del nuovo sovrano: “Devo confessare” – ha detto il giovane – “che i miei pensieri volgono alla Francia e si inchinano al vostro consenso”; posso ritornarvi dunque? “Cogli la tua bella ora, Laerte” gli ha risposto Claudio; “il tempo sia tuo e le tue migliori doti splendano a tuo piacere” ha poi aggiunto e, fatto retrocedere con un gesto della mano il ragazzo, ha quindi chiamato a sé il principe, facendogli notare che adesso risulta contemporaneamente “mio nipote e mio figlio”; “un po' più parente e meno che figlio” risponde invece Amleto, come a dire: mettiamo le cose a posto, diciamoci la verità, chiariamo subito e davanti a tutti i rapporti che ci sono tra noi: io non sono tuo figlio ma tuo nipote e tu non sei mio padre ma solo l'uomo che si è unito in matrimonio con mia madre.

Restare vivi, in quest'ennesima replica

Un regista scrive ai suoi attori
Nel 1963, alla fine di una tornata di repliche di Vita di Galileo, Giorgio Strehler spedisce ai suoi attori un saluto che in realtà aveva scritto da alcuni mesi: “mi decido a farvelo leggere solo adesso”, al termine “della prima parte di repliche di uno spettacolo che ha inciso sulla vostra vita più ancora di quello che voi credete”.

Quattro pensieri su una mostra teatrale

Me lo ricordo il Teatro Studio di Caserta...”
 (Mario Martone)

 
Poi guardavo i miei coetanei: dalla provincia
osservavo il lavoro di Neiwiller, di Carpentieri,
Martone con Falso Movimento”
 (Toni Servillo)

 
Eravamo proprio rivali...”
(Angelo Curti)

 
Ora penso che tutto questo debba trovare un contatto”
(Antonio Neiwiller)

 

Riconoscersi
L'aspetto che mi colpisce di più, nel ripercorrere la storia di Teatri Uniti (una storia che da spettatore, anagraficamente, non mi appartiene se non per l'ultimo scorcio: sto dunque provando a perlustrare una memoria che non è la mia consultando anche libri, pagine di giornale, vecchie locandine) è che questa stessa storia comincia prima della sua effettiva data d'inizio. Tant'è.

Un uomo e il suo Circuito. I numeri d'una contraddizione

Una lettera (e la sua introduzione generale)
Il 25 gennaio del 2017 l'A.R.T.I – l'Associazione Reti Teatrali Italiane, presieduta da Carmelo Grassi – condivide pubblicamente la lettera che ha indirizzato “al legislatore” per offrirgli “il punto di vista degli operatori impegnati nella distribuzione”.

Il Direttore e il Ministero. Una storia d'amore

L'uomo con il dono
Il 24 aprile Luca De Fusco prende parte a In verità, in verità vi dico, il ciclo di appuntamenti organizzato dal Teatro cerca Casa per mettere in connessione il pubblico della rassegna con operatori e artisti della scena perché quest'ultimi raccontino la professione che svolgono e la maniera nella quale la stanno esercitando. De Fusco è stato invitato dal Teatro cerca Casa non in quanto regista – tant'è che i suoi spettacoli non verranno mai narrati o analizzati sul piano creativo e compositivo – ma in quanto direttore del Teatro Nazionale di Napoli: come tale viene presentato da Manlio Santanelli, padrone di casa e moderatore dell'incontro, e in quanto tale risponde alle domande degli astanti.

Di quest'amato tormento chiamato teatro

I personaggi di Molière restano personaggi comici. Ma
anche i più clamorosi, torturati dalla nevrosi, dalla
malinconia, dalla gelosia, dalla follia sembrano celare
qualcosa del loro autore: un'intima aria di rovina, di
dissesto, un'ombra densa
(Giovanni Macchia)

A Parigi, nel 1666

Tonino Taiuti, ad esempio

Tutte queste sono bugie, lo vedo bene.
(Samuel Beckett, Novelle)

 Dada è la festa pirotecnica, prima del
silenzio e del buio.
(Antonio Neiwiller, da un'intervista)

 
Il vecchio attore sul palcoscenico riscatta
l'uomo che sta invecchiando nella platea.
(Georges Banu, Memorie del teatro)

 

 

Igor Esposito scrive un testo nel quale il protagonista – unico attore sulla scena di queste pagine – fa memoria di sé e lo fa inventando la propria stessa memoria, montando in sequenza stralci letterari e lacerti di manifesti artistici, attribuendosi frasi pronunciate da qualcun altro, fissandosi in fotografie alla quali non è mai appartenuto, diventando soggetto di film in cui non è mai apparso, convocando persone alle quali non ha mai stretto la mano. Quest'uomo – questo detrito, avanzo di un nulla altrimenti assoluto – non ha infatti né luogo sicuro né data di nascita verificabili (in “certi giorni” è nato a New York, nel 1928; in altri a Parigi, nel 1900, o a Zurigo, “sgravato nella stessa strada del Cabaret Voltaire”); inoltre non ne conosciamo il nome, non sappiamo che infanzia abbia avuto, non ci dice la professione e la condizione sociale dei genitori, a quale scuola sia andato, dove sia cresciuto, quali studi abbia fatto e – per quanto si attribuisca dei quadri, pitture in grado di sconvolgere chi ne vede la composizione al momento – a noi non è dato constatare l'esistenza di una tela, la rimanenza di una macchia, neanche il frammento di una cornice che ne conteneva un dipinto.

Shakespeare, Donnellan e il vuoto

Lui dice che non se ne può più, che adesso basta, che è giunta l'ora di fare pulizia e chiarezza: dice che bisogna smetterla con questi spettacoli che piazzano sul palco “l'Asia da una parte e l'Africa dall'altra” costringendo l'attore “a dire sempre dove si trova: altrimenti non si riesce a seguire la vicenda”.

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