“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Venerdì, 05 Aprile 2013 09:11

"Voglio qualcosa di vero"

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La platea variopinta (ma non in abbigliamento succinto, ci avevamo sperato) attende eccitata l’inizio dello spettacolo, accomodata sugli sgabelli della Sala Assoli, che per una volta mimano un tendone da circo. Due sedie occupano la scena, ancora vuota di interpreti. Su quella a sinistra una camicia rossa, una cravatta a righe sgargianti, pantalone, giacca. Su quella a destra una camicia giallo zafferano, cravatta, pantaloni, giacca.

Snervante si sente un trillo di telefono, poi finalmente lo spettacolo comincia: due clown (poco) itifallici irrompono danzando sulla scena, completamente nudi, con vistose parrucche rosso fuoco, il naso rosso, occhiali da sole scuri, il pene e il pelo pubico dello stesso rosso dei capelli (o quasi). L’idea forse doveva essere quella di épater les bourgeois o ammiccare alla platea gay friendly. Finita la musica i due si vestono, di tutto punto, con gli abiti poggiati sulle sedie. Compiono gesti banali con solennità quasi ieratica, mostrando tutta la ridicola vacuità del decoro e della rispettabilità sociale. Poi fanno l’atto di masturbarsi e cominciano a lanciare dalle tasche una quantità di fazzoletti usati. Si siedono e cominciano lentamente a svestirsi di nuovo, come in preda ad atroci tormenti, i muscoli tesi nello sforzo. Si lavano con una spugna intrisa d’acqua, infine si mettono in piedi sulle sedie e cominciano a recitare l’incipit della Venere in pelliccia di Masoch. Era il primo quadro teatrale, di questo strano e intellettuale tentativo di mettere insieme il clown (dunque l’elemento dell’assurdo e dell’irrazionale), il teatro (dunque il momento della riflessione sulla realtà agita sulla scena) e la pornografia (la realtà agita fino al parossismo clownesco della sua reiterazione).
Il secondo quadro è invece (sembra) una garbata e divertente presa in giro di tanti tableaux vivants, che pure spesso si vedono rappresentati in giro, con maggiore o minore pretesa di intellettualità. Serrata e calibratissima l’azione, spassosissimi L’urlo di Munch o La creazione di Michelangelo e lasciamo scoprire gli altri allo spettatore...
Il terzo quadro è dedicato alla poesia (mancava un tassello importante per la decostruzione delle coordinate spaziali della vita intellettuale): Il poeta ozioso di Pascoli e In morte del fratello Giovanni di Foscolo. Delicata e garbata critica ad un sapere scolastico ridotto a nozione, declamazione atona e priva di comprensione del senso e della potenza della parola cantata. E qui ritorna l’irrazionale: il ragazzo col passamontagna che aveva portato il leggio per le poesie (Riccardo Pisani) si toglie le scarpe e si lancia in una danza sciamanica, un’estasi dionisiaca, quasi ipnotica, che culmina in un deliquio o nella morte. Sicuramente i nostri due clown si trovano a combattere con un corpo morto, che trasportano e trascinano invano da un capo all’altro della scena, buttandolo sulla sedia: sempre cadrà, costringendoli a nuove, comiche manovre.
Infine la pornografia, il momento più comico dello spettacolo. Frasi, atti, comportamenti banali, coazione a ripetere, un immaginario eterodiretto, un desiderio così etero diretto, plasmato e improntato a modelli altri, al punto che il desiderio viene meno, l’amore viene meno, la fantasia viene meno. Viviamo in un’epoca di disinibizione. Il corpo nudo, ormai, non ci eccita né ci scandalizza. Lo guardiamo indifferenti. Viviamo un’epoca che trasforma ogni atto (anche l’assunzione di uno yogurt) in atto sessuale. Viviamo un’epoca che è riuscita a depotenziare il sesso, il suo potenziale rivoluzionario di affermazione di vitalità e libertà. Viviamo un’epoca che ha trasformato tutto in reality show, e ciascuno di noi in attore o potenziale performer. Viviamo un’epoca misera in cui anche il sesso sembra aver perso il gusto, a meno che non sia etichettato in qualche modo, a meno che non possa essere considerato perverso, in qualche modo almeno, e così condito del necessario sapore. Il clown (Fabio Rossi) può solo urlare, nel parossismo della enumerazione dei siti, generi e divisioni tassonomiche della pornografia virtuale, “voglio qualcosa di vero!”.
Anche noi vorremmo qualcosa di vero, reale come il rossore che tinge le gote e la fronte del nostro accompagnatore. E invece ci ritroviamo perplessi e un po’ riflessivi, né infastiditi, né veramente divertiti.

 

 

P.O.V. (Point of view)
progetto
Giovanni Del Monte, Fabio Rossi
regia
Pino Carbone
con
Giovanni Del Monte, Fabio Rossi
aiuto regia Riccardo Pisani
produzione o.n.g. Teatri, Tourbillon Teatro, ImmaginAria, Fabula Rasa
lingua italiano
durata 1h 15’
Napoli, Sala Assoli, 4 aprile 2013
in scena dal 4 al 7 aprile 2013

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