“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Pasquale Vitale

Una tragedia senza catarsi

Nell’ironia di Loguercio non c’è nessuna paternale sprezzante, niente di allegro, neppure un cenno di condivisione. La sua esibizione si presenta quasi come una competizione sportiva, un allenamento con gli attrezzi. Sorridere di una tradizione, che è quella della romantica lirica napoletana, vorrebbe significare stabilire una connessione tra la propria esistenza e il mondo, vedere per un attimo il mondo dal di fuori, per osservarlo.

La vita è sogno

"Mia figlia, che fino adesso non la voleva nessuno, appena hanno sentito l'odore di soldi è uscito subito l'americano e si sistema; Arturo, mio figlio, fa il commerciante di vino, è diventato intelligente, Ah che intelligenza tiene mio figlio… Ma quello è cretino. I soldi fanno diventare intelligenti. Voi mettete i soldi in mano a un cretino e diventa immediatamente intelligente…"
(Atto II)

 

In Sogno di una notte di mezza sbornia si parla di vincite al lotto, di superstizioni e credenze popolari, ovvero dei necessari autoinganni con cui un’umanità dilaniata e dominata dalla sete di denaro cerca di difendersi, coltivando un sogno costellato dall’amena speranza di un futuro privo di iniquità. E questo il sogno che Pasquale Grifone, nella sua lotta quotidiana per la sussistenza, coltiva, rimanendo però irretito nella trappola delle piccole manie, delle ossessioni, dei risentimenti e dei raggiri di una famiglia lacerata dalle trasformazioni sociali in atto.

Guai a chi non sa portare la propria maschera!

“Per me io sono colui che mi si crede"

 

Un uomo, durante una mascherata in costume, impazzisce e crede di essere il personaggio che interpretava alla festa, ovvero l’imperatore Enrico IV di Germania. Attorno a lui si avvicendano i funzionari di un ospedale psichiatrico che, pur di evitarne la chiusura, assecondano le false figurazioni di chi, oppresso dal ruolo sociale e dalla maschera, è uscito da una “forma” per assumerne un’altra.

Il Teatro nella Napoli aragonese. Conversazione con Cristiana Anna Addesso

Il volume Teatro e festività nella Napoli aragonese, edito a Firenze presso Olschki nel 2012, si propone l'obiettivo di assegnare una collocazione storico-critica e filologica alle molteplici forme della teatralità che caratterizzarono Napoli aragonese. L'autrice, Cristiana Anna Addesso, ha inteso riaccendere i riflettori su quella che appare, infatti, una 'spettacolarità' assai variegata, calata in spazi pubblici e privati (le strade e le piazze cittadine, ma anche gli interni dei castelli aragonesi Castelcapuano e Castelnuovo), in cui è stato fondamentale rilevare la dimensione unitaria della festa e le valenze politiche e diplomatiche cui la componente letteraria va ricondotta.

Mine vaganti

“Vi scongiuro, o fratelli, siate fedeli alla terra”. La terra è quella su cui poggiano i piedi i due attori in scena, che denunciano il vuoto lasciato dalla “morte di Dio”, per cui ora “tutto è permesso”. Non esiste più alcun punto assoluto ed eterno cui fare riferimento, si dànno solo una serie di punti in cui si concentra il senso di una vita dominata dall’astratta ragione hegeliana, che rapidamente cede alla tentazione luciferina di stabilire per sé una legge diversa da quella degli altri e di rendere disponibile quel  fondamento oscuro di cui si era kantianamente predicata l’inconoscibilità.

Filosofia della scienza: note per un'integrazione dei paradigmi scientifici

"La fantasia priva della ragione produce impossibili mostri: unita alla ragione è madre delle arti e origine di meraviglie”.

 

"Il vampirismo, per come immaginato e interpretato nel Secolo dei Lumi da fede, superstizione e scienza, è il tema de L'immagine del vampiro nel XVIII secolo tra teologia, medicina e filosofia, un saggio di Salvatore Grandone pubblicato da Roger Sarteur Editore di Aosta. L'autore, professore ordinario di storia e filosofia nei licei, dottore di ricerca al Centro di Ricerche sull'Immaginario di Grenoble, dottorando in scienze filosofiche alla Federico II di Napoli, offre spunti di riflessione critica sulle più celebri dissertazioni che nel Settecento affrontarono la questione del "non-morto", individuando i problemi suscitati dal fenomeno in fatto di teologia, filosofia e medicina. La questione teologica, con la resurrezione dalla morte, e quella medica del cadavere in trasformazione vanno a ibridarsi nello stile esposto in tali opere, ponendo interrogativi eminentemente filosofici sulle disfunzioni dell'immaginario stesso, sino a riflettere su diverse importanti problematiche di filosofia della scienza”.


                                                                                                                                                         (cit., dalla quarta di copertina)

Dire ciò che è

CORO:

   Tutto sparisce in vario modo: misera

   Troia, già piú non è:

   diverrà della patria il nome ignoto.

ECUBA:

   Udite, udite?

CORO:

   Il fragore di Pèrgamo!

ECUBA:

   è tremuoto, è tremuoto!

CORO:

   E struggerà tutta Ilio!

ECUBA:

   Tremule, tremule membra,

   guidate i piedi miei dove in esilio

   servil trascorra i cadenti anni miei.

CORO:

   O misera città! Ma pure, volgere

   devi il tuo passo ai legni degli Achei.

 

Ci troviamo presso l’accampamento degli Achei, la città di Troia è distrutta, gli dèi sono lontani, a dominare è la legge del “pathei mathos”, dell’apprendimento attraverso la sofferenza, della Giustizia, che concede di comprendere solo a chi ha saputo reggere tutta la tensione del tragico patire, presto mutato in pentimento e quindi in consapevolezza.

È tutta colpa degli dei

 

"Ciò che l’uomo opera e produce è acquisito col proprio sforzo, e meritato, ma

ciò non tocca il fondo dell’esistenza umana: questa è, nel suo fondo, poetica".

Hölderlin

 

 

“Pieno di merito, ma poeticamente abita l'uomo su questa terra"; questi versi di Hölderlin racchiudono il senso di un intero spettacolo. Ai poetici e mistici vaticini della Pizia, infatti, fanno da contraltare i raziocinanti oracoli di Tiresia, la cui logica predeterminante sembra mirata a decretare nettamente i contorni di un abitare, che non si desidera sia frutto del caso.

Macondo all'Orto

“Mentre Macondo celebrava la conquista dei ricordi, Josè Arcadio Buendìa e Melquìades scossero la polvere della loro vecchia amicizia. Lo zingaro veniva deciso a restare nel villaggio. Era stato nella morte, effettivamente, ma era tornato perché non aveva potuto sopportare la solitudine. Ripudiato dalla sua tribù, privato di ogni facoltà soprannaturale come castigo per la sua fedeltà alla vita, decise di rifugiarsi in quell’angolo del mondo non ancora scoperto dalla morte, e di dedicarsi alla gestione di un laboratorio di dagherrotipia”.                                                           

G. G. Màrquez, Cent’anni di solitudine

 

Nello scenario suggestivo dell’Orto Botanico di Napoli un superlativo Paolo Cresta, nei panni di José Arcadio Buendía, ci getta nella sfera di un mondo immaginario collegandolo all’idea nietzschiana dell’eterno ritorno dell’identico. Una ripetizione che si configura come desiderio di potenza e autonomia.

Mamù

 

Canzoni e poesie 
pugnali e parole 
i tuoi ricordi 
sono vecchi ormai 
e i sogni di notte 
che chiedono amore 
cadono al mattino 
senza te 
cammina da solo 
   urlando ai lampioni 
non resta che cantare ancora 

Scivola vai via (Vinicio Capossela) 



La scena iniziale è quella di una modesta cucina in cui una madre vigorosa (Ida Anastasio) e il figlio disabile Filippo (Giovanni Allocca) conducono una vita frugale ma ricchissima di sentimenti.

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