“Sai quello che succede con le poesie? Un giorno sembra che l'hai pensata tu. E non sai se sei stato tu a raggiungerla o è lei che ha raggiunto te".

Daria Deflorian

Venerdì, 08 Marzo 2013 04:12

I vivi non fanno sempre ridere

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C’era una volta un re, signore del regno incantato del teatro, sovrano assoluto del palco, affascinatore di platee. Sotto il suo impero, le storie povere e piccolo borghesi di Napoli sono diventate storie immortali. Al solo pronunciare il suo nome si pensa già a tutto il ridere, di ogni cosa e in qualsiasi maniera. C’era una volta Eduardo De Filippo. Oggi non c’è. Di lui restano le testimonianze televisive con l’eterno ripetersi degli spettacoli, i testi scritti e i ricordi di molti.

Giovedì, 07 Marzo 2013 14:04

SMS (storia d'amore contemporaneo)

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[quella sera me ne stavo per i fatti miei in macchina di mio cugino con altre tre persone sconosciute, così, un po’ per i cazzi miei, silenzioso e annoiato… quando, poco dopo la stupida mezzanotte, mi iniziò a squillare il cellulare, anzi m’iniziò a messaggiare: numero sconosciuto… era una ragazza… e tutto cominciò così…]

Giovedì, 07 Marzo 2013 00:11

Factotum

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“Ospedali, galere e puttane: sono queste le università della vita. Io ho preso parecchie lauree. Chiamatemi dottore” 
Charles Bukowski

 

La scena iniziale è quella di un uomo nudo, metafora di colui che esposto alla Moira l’accoglie con tutta la fragilità del suo essere uomo, che fuma e beve birra e che non ha uno stile di vita, ammesso che ne esista uno. Il Bukowski interpretato da Roberto Galano rende al meglio i nodi concettuali del pensiero di uno scrittore che non ci indica un cammino, non ci insegna una fede, piuttosto non ci dà tregua, stanandoci in tutti gli angoli della nostra ricerca di sicurezza.

Amianto (AgenziaX, 2012) di Alberto Prunetti non è solo una storia operaia come reca il sottotitolo, ma è anche e soprattutto la storia di una mostruosità. È la ‘storia di un’ingiustizia’, reale, raccontata da un figlio, il Prunetti medesimo, per ricordare/digerire la parabola discendente del padre operaio, Renato, lentamente ammazzato dall’amianto al quale è stato "esposto" per anni (brutta parola, "esposto", usata dai padroni per deresponsabilizzarsi, dice Prunetti nell’eloquente conversazione con Wu Ming 1 e Girolamo De Michele: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=11255, e ricordiamo, en passant, che nell’antichità ad essere esposti erano i mostri).
La mostruosità va sviscerata. Qui si parla di industria, di capitale, di vittime del lavoro. Toni Negri è chiaro:

Mercoledì, 06 Marzo 2013 13:05

A Vicolo Della Ratta, Civico 14

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“Vicolo Della Ratta è solo un viottolo stretto e senza uscita, al centro della città. Marianna c’è cresciuta: a occhi chiusi saprebbe indicare fino a dove il sole riesce a penetrare tra le case prima di lasciare spazio alla sera”. Marianna, a occhi chiusi, saprebbe giungere all’edicola; a occhi chiusi Marianna saprebbe giungere alla piazza mentre, a occhi aperti, “non saprebbe indicare con assoluta certezza il metro quadro di acciottolato dov’è caduta a tre anni rialzandosi da sola con le ginocchia sbucciate e un incisivo spaccato” ma saprebbe riconoscere, senza esitazione, “il punto esatto in cui si è voltata a salutare sua madre che la fissava dal balcone, quando a vent’anni è partita per Milano”. (Giusi Marchetta, Piove a Vicolo Della Ratta).

Mercoledì, 06 Marzo 2013 10:30

Laurence Sterne

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"Desidero soltanto che il mondo impari questa lezione: bisogna lasciare che la gente racconti le sue storie alla sua maniera"

Succede che, per una volta, non sono costretto a spellarmi le dita tra gli scaffali della grande distribuzione per trovare quello che cerco. Per una volta lo scorgo tra le proposte della settimana, quelle consigliate, quelle che beneficiano di vetrine e ascolto "random", incastonate tra gli ammiccamenti adolescenziali del ragazzino sbarbato dal ciuffo antigravitazionale, e la polverosa agonia di mummie che, testarde, rantolano dal loro loculo la sofferenza amorosa in rima baciata.

Martedì, 05 Marzo 2013 03:39

Quando il protagonista è il mare

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Scendere tra le file delle poltrone verso il grande sipario blu del Teatro Area Nord è già un po’ come inabissarsi nelle profondità marine. Moby Dick deve solo apparire all’orizzonte.

Una delle grandi sofferenze del genere umano, fin dall’antichità, è stata la paura della solitudine. Ma, in realtà, soli non si è mai.
Intenso il monologo di Federica Aiello (Eufemia di Frattocchie), professoressa di storia dell’arte che vive una storia d’amore con un pezzo di marmo di una statua, l’Apollo di Frattocchie, padrone di casa del museo etrusco nella frazione di Frattocchie, nei pressi di Roma.
La scelta dell’argomento è interessante (il testo è di Manlio Santanelli), la fisionomia di Eufemia potrebbe far pensare alla classica donna che, avendo studiato dalle suore (le Orsoline), non conosce l’universo maschile e si abbandona a qualsiasi tipo di stimolo pur di effettuare una volta per tutte la sua iniziazione sessuale. Ma Eufemia non è così ingenua: lo rivela il crescendo e la sempre maggiore consapevolezza di sé con la quale la donna ci accompagna all’interno del suo monologo.

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