“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Paola Spedaliere

Un mito aereo

Gli spettacoli di La Fura dels Baus, compagnia catalana che è stata tra le prime a contaminare i linguaggi artistici, non sono messe in scena tradizionali, cioè lo spettatore non si deve aspettare uno spazio scenico determinato, una gestualità incastonata in un rituale iconico e stilistico, ma deve solo farsi coinvolgere dai sensi e muoversi intorno aspettandosi di vedere l’impossibile.

Mi chiamo Bond. E basta.

Delle sedie rovesciate sul palco ammucchiate a destra e a sinistra, un uomo a terra, un altro con una torcia che cerca di capire dove si trovi. È l’incipit di Jamais Vu, cioè Mai visto. Forse perché è quasi buio? Forse perché entrano in scena due donne che sembrano riconoscerli, ma non ricordano? Indossano tutti la stessa camicia bianca e dei pantaloni grigio-scuro, i due uomini hanno nomi allusivi come Spread e Bond. Anche l’uomo che era in terra svenuto, rinviene con una forte amnesia, cioè Jamais Vu.

Preludio alla morte

Crave, opera della drammaturga inglese Sarah Kane del 1998, è stato portato nei teatri italiani con la traduzione di Fame o Febbre, ma dopo aver visto la messa in scena fatta da Pierpaolo Sepe per il Napoli Teatro Festival, si comprende meglio l’etimologia inglese del termine che indica bramare, desiderare ardentemente, aver disperato bisogno e anche implorare, chiedere con insistenza.

Giuseppe e la Madonna

Nella sala Fringe di Castel Sant’Elmo, sotto un’imponente volta tufacea, un uomo solo gira in tondo a piedi nudi sul palco spoglio con un’espressione quasi catatonica, claudicante. Il pubblico entra nella sala, getta uno sguardo a lui, alla madonna di gesso che non arriva al metro di altezza, messa al centro, verso il fondo palco. Quasi non badando a lui, prende posto, continua a chiacchierare mentre l’uomo, in pantaloni verdi e camicia bianca, continua a girare.

Fiat Lux!

La misteriosa e affascinante Cappella Sansevero è trasformata in un insolito teatro per la messa in scena de Lo spettacolo della fisica – Light Mystery – Storia di un leggero mistero della luce condotta dal trio Carpineti Giliberti Ludwig, scienziati del dipartimento di Fisica dell’Università Statale di Milano. I tre docenti interpretano il ruolo di due professori di una scuola elementare che stanno organizzando una lezione di fisica quando irrompe sulla musica di Guerre Stellari, all’improvviso, un terzo personaggio, un marziano completo di tuta scura con grandi triangoli argentati, sconvolgendo la normale attività didattica.

Five Pounds

La professione della signora Warren è un testo di George Bernard Shaw del 1894, andato in scena per la prima volta nel 1902. È un testo che mostra con lucida sgradevolezza lo spaccato di una società borghese ipocrita dell’epoca vittoriana che la regia di Giancarlo Sepe legge come uno spartito che può essere suonato ancora oggi, di una sconcertante ed impressionante attualità. La professione a cui si fa riferimento nel titolo è quella più antica del mondo che ha permesso alla signora Warren di arricchirsi, ma non le ha concesso l’onorabilità in società che, invece, lei ha voluto costruire per la figlia.

Carote e manganello

Dici Ascanio Celestini e pensi al teatro detto di “Parola”. Un teatro di impegno dove il testo soverchia l’attore che lo interpreta. In Discorsi alla Nazione, Ascanio Celestini porta in scena un monologo affidandosi solo al suo testo e alla sua capacità attoriale, affrontando uno o più temi di attualità, scegliendo un punto di vista coinvolgente con uno sguardo lucido, disincantato. La scenografia perciò è essenziale nella sua funzionalità al testo. Sul lato destro del palco ci sono diverse lampade a piantana, sulla sinistra vi sono due amplificatori metallici che emettono delle lucine rosse e verdi di accensione. Al centro vi è una serie di oggetti messi uno sull’altro senza un disegno definito o definibile, sono pedane dalle varie dimensioni.

Le regole della libertà

Il sipario rosso è chiuso, il limitare del proscenio è sottolineato da una scritta grigia che sembra scalpellato nel marmo: 'Ospedale Psichiatrico'. Quando il sipario si apre il pubblico già si aspetta ciò che vedrà sul palco: la sala dell’accoglienza diurna a forma circolare del Manicomio di Aversa con un gabbiotto a vetri in secondo piano a destra, due tavoli rotondi con delle sedie a destra e a sinistra, due enormi porte-vetrate ai lati delle quinte, una che conduce verso l’esterno e l’altra all’interno dei reparti. La parte superiore è formata da un corridoio su cui si affacciano delle piccole celle quasi sempre buie: sono i ricoveri dei malati cronici, quelli resi completamente incoscienti da metodi brutali come l’elettroshock e la lobotomia.

Come Tolstoj partorì Anna Karenina

Come nasce un personaggio nella mente del suo autore? Come viene posto il seme che lo fa diventare lo specchio nel quale si riflette un’intera società e un’epoca? Come si fa a essere eternati, a diventare un archetipo? In conclusione, come nasce Anna Karenina?

Nessuno tocchi Caino

In una profonda semioscurità si staglia netto il cerchio bianco al centro del palco composto da tante mele, pere, ananas e altri tipi di frutta tutta bianca e un albero stecchito che pende dall’alto, capovolto, dello stesso colore degli altri oggetti. Al centro di questo cerchio vi è un uomo sdraiato ed un altro in piedi al di fuori della candida circonferenza. Indossano entrambi la stessa maglietta bianca e dei pantaloni blu al ginocchio. Sembra una divisa da bambini. L’uomo entra nel cerchio, si accoccola alle spalle dell’altro, poi inizia a muoversi carponi a terra come gli animali emettendo suoni gutturali: sembra stia cercando di svegliarlo.

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