“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Venerdì, 12 Giugno 2015 00:00

Mi chiamo Bond. E basta.

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Delle sedie rovesciate sul palco ammucchiate a destra e a sinistra, un uomo a terra, un altro con una torcia che cerca di capire dove si trovi. È l’incipit di Jamais Vu, cioè Mai visto. Forse perché è quasi buio? Forse perché entrano in scena due donne che sembrano riconoscerli, ma non ricordano? Indossano tutti la stessa camicia bianca e dei pantaloni grigio-scuro, i due uomini hanno nomi allusivi come Spread e Bond. Anche l’uomo che era in terra svenuto, rinviene con una forte amnesia, cioè Jamais Vu.

Queste quattro persone hanno qualcosa in comune, ma fanno fatica a ricordare cosa, anche quando scoprono di avere tutti una pistola. Questa parte iniziale è intrigante e con battute che strappano un sorriso per il contenuto ironico e perché parte con i tempi e ritmi giusti. Sulla scena arrivano a questo punto un uomo e una donna che, dialogando tra loro, spiegano il motivo dell’amnesia. Durante una rapina alla Banca Nazionale, qualcosa non è andato come era nei piani ed è fuoriuscito del gas nervino che ha prodotto nei quattro rapinatori dei danni momentanei alla memoria selettiva. L’uomo si intuisce subito essere il capo e l’ideatore del colpo che, in modi aggressivi e decisi, fa ricostruire l’accaduto ai quattro smemorati che lentamente emergono dalle nebbie dell’oblio. La rapina, dunque, è fallita, ma i soldi sono stati portati via e loro continuano a non ricordare dove, mentre il capo è risoluto nel saperlo. Ecco, la pièce potrebbe finire qui, ci sono i tempi stringati di una narrazione intensa, i dubbi, l’alone di mistero che aleggia sulla scena e sulla vita dei personaggi, ma, purtroppo, da questo punto in poi si assiste ad una discesa verso una banalità diffusa e a battute didascaliche. Il capo della banda con un monologo spiega i motivi per cui ha ingaggiato questi disperati, che come lui, aspirano ad una libertà dalla schiavitù del dio denaro. La rapina è l’esproprio (proletario) per la libertà, per un’equa distribuzione delle ricchezze che i nuovi meccanismi del capitalismo usano come strumento di potere affamando il proletariato (leggasi ceto medio), infatti, attraverso un flash-back, i personaggi rientrano sul palco e mettono in scena il loro dramma personale. C’è la coppia con il marito cassintegrato, con un bambino piccolo malato, disperati a tal punto da inventarsi truffe ai danni di bizzarre signore sole, poi c’è la ricercatrice universitaria che aspira alla cattedra che sa bene come funziona il meccanismo e si adegua, ma non ha i parenti giusti ed è scavalcata da altri “nati bene”. Infine non manca l’imprenditore fallito perché onesto, con un’ex moglie avida che lo riduce sul lastrico complice una banca usuraia come tutte, i cui direttori sono “in cravatta perenne con la testa sotto la scrivania”.
Una miseria diffusa, non solo legata al profitto, ma umana. Questi personaggi, invece del suicidio, attuano una sorte di ribellione da vittime innocenti e, nel momento della verità, cioè quando si ritorna a parlare della rapina e del bottino, si conclude con un colpo di scena in cui i quattro più l’altra donna, tutti con la pistola in pugno che sembrano pronti a spararsi l’uno con l’altro, ribaltano la situazione e uccidono il capo nella scena finale, impadronendosi del denaro di cui certamente non avevano smarrito la memoria. L’ultima scena li vede con il denaro che svolazza leggero sulle loro teste e sul cadavere del ladro utopista che sperava di sovvertire le regole dei bond e dello spread, (con la lettera minuscola).
Purtroppo la sicura padronanza del palco degli attori, lo spessore recitativo e l’intensità con la quale hanno connotato i personaggi, non ha salvato la pièce da un piattume testuale fatto spesso di slogan già sentiti, da una prolissità talvolta soporifera, aggravandolo dalla pretesa di voler svelare l’assenza di alternative ad un sistema consolidato di dittatura delle banche attraverso un’analisi sociologica e antropologica.

 

 

 

 

Fringe E45
Jamais Vu
di
Eduardo Di Pietro
regia Eduardo Di Pietro
con Mario Autore, Giulia Esposito, Michele Iazzetta, Cecilia Lupoli, Giulia Musciacco, Alessandro Paschitto
elaborazioni musicali Mario Autore
costumi Monica Favella
scene Marco Perrella
produzione Collettivo LunAzione
lingua italiano
durata 1h 10’
Napoli, Castel Sant'Elmo – Sala Fringe, 9 giugno 2015
in scena 8 e 9 giugno 2015

 

Napoli, Castel Sant’Elmo, Sala Fringe, 9 giugno 2015

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