“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Paola Spedaliere

Molière, il grande assente

Scenografia, assente. Solo due grossi fari sul palco che cambiano colore ed altre luci dalla cabina di regia. Solo tre attori sul palco che giocano a mettere in scena un Don Giovanni di Molière visto in chiave moderna, che non produce gli effetti sperati.

Un poco tranquillo weekend di follia

Un vecchio televisore catodico poggiato su alcuni libri dalle copertine in brossura si trova al centro del proscenio, fuori dal sipario chiuso. Quando questo si apre, colpisce l’assito che pende verso la platea, come se la scena stesse scivolando verso il pubblico, in bilico tra realtà e rappresentazione. Un piccolo tavolino con due sedie si trova alla sinistra del palco illuminato da una lampada a piantana. Sul tavolino campeggia un posacenere kitsch a forma di un’inquietante testa umana sovrastata da una palla che, premuta, fa sparire le cicche. Sulla destra ci sono: un divano a tre sedute, un tavolino basso, alle spalle un mobile bar con giradischi, molti libri, qualche bottiglia di liquore. In posizione quasi laterale, ma incombente con le sue dimensioni, vi è un grosso balcone che affaccia su una trafficatissima strada romana, al piano terra.

Il lupo cattivo che è dentro di noi

La scenografia di Chi ha paura di Virginia Woolf? è già una lettura del testo che spiega la dinamica principale che muove i personaggi sul palco. Questo è occupato nella parte finale da una pedana su cui si fronteggiano a destra e a sinistra due divani beige, ravvivati da un grosso cuscino rosso che richiama nella tinta una parte del quadro moderno di non facile interpretazione posto sul lato sinistro, in posizione non centrale, ma nemmeno periferica.

Quando la finzione è arte

Il Quartetto Musica da Ripostiglio entra in scena con il sipario ancora chiuso e le luci parzialmente accese ed inizia senza nemmeno un minuto di ritardo la sua performance da orchestra Dixieland con batteria, chitarra, contrabbasso e banjo elettrico ad introdurre nel clima anni ’30 con canzoni dell’epoca cantate davanti a vetuste piantane con un cerchio che abbraccia il microfono.

Parlando di morte si scopre la vita

Libri ovunque, impilati e legati da un nastro sull’assito del Teatro Elicantropo, di varie altezze e dimensioni, fanno compagnia ad altre pile di custodie di CD, anch’esse in ordine preciso. Tre bauli neri mobili delle compagnie teatrali sono un poco più indietro, a delimitare tutta questa scenografia circondata dal buio e spezzata da fasci di luce bianca che scivola sugli oggetti e si posa senza tregua su F., il giovane protagonista trentacinquenne, che in un monologo fitto di circa un’ora racconta la sua storia surreale, piena di flash-back, di introspezioni metafisiche e del mondo sensibile, dando voce ed espressioni ai personaggi che fanno parte della sua vita alquanto bizzarra, anonima, ma fuori da ogni classificazione.

È vero amore solo se finisce

Potrebbe sembrare facilissimo parlare d’amore, ma non lo è per la sua complessità specie nel mondo di oggi, figurarsi portarlo in scena, impresa resa ancora più difficile dal parlare della crisi e della fine di un amore. Si corre il rischio di scivolare nella banalità, del già detto perché già vissuto. Siamo tutti esperti in questioni di cuore, più spesso in quelle degli altri che non nelle proprie.

Piume e lacrime

Per il Trentennale della Sala Assoli il drammaturgo Fortunato Calvino, legato a queste tavole di palcoscenico dal 1990 con l’opera La Statua e poi con numerosi altri lavori, porta in scena un testo inedito, Pelle di seta, una storia drammatica che ha il fulcro nella figura di quello che è stato definito il terzo sesso e che Napoli ha battezzato da sempre “femminiello”.

Terapia teatrale

La piccola sala dell’Ex OPG (ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario) dispone di una platea messa a cerchio su panchette e sedie tranne che per cinque sedie blu dove siederanno i cinque attori della messa inscena di Il Vuoto, tratto da Dieci donne di Marcela Serrano dalla regista Tonia Persico che interpreta anche uno dei personaggi femminili.

Solo le cozze sopravvivono all’etica

Un grande pannello posto in orizzontale occupa gran parte dell’assito determinandone lo sfondo, poi una sedia dall’alto schienale con i braccioli posta sulla sinistra davanti allo schermo, completa tutta la scenografia di EterNapoli, tratto da Enrico Ianniello dal romanzo di Giuseppe Montesano Di questa vita menzognera. La sinossi ci presenta la famiglia napoletana dei Negromonte che sono qualcosa di più degli arrampicatori sociali. Vivono in una sfarzosa villa settecentesca a picco sulla città di Napoli, sono imprenditori arricchiti ogni oltre immaginazione con la fabbrica di gassosa, sono senza scrupoli di alcun tipo, hanno frequentazioni intime con il potere governativo che sembrano gestire a loro piacimento.

Metti quattro sere, in anni diversi

Dal piccolo golfo mistico del Teatro Mercadante un fascio di luce fa emergere la figura di un giovane in maglietta celeste che dirige un’orchestra immaginaria sulle note di un brano musicale: segue l’apertura del sipario, il passaggio del ragazzo sul palcoscenico e la sua collocazione sulla sinistra, lì dove due letti a castello sono la sua stanza, la stanza di Roberto.

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