“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Martedì, 30 Giugno 2015 00:00

Galeotto fu il libro

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La sala della Galleria Toledo si riempie lentamente e si rimane sorpresi nel vedere sul palco una bara molto semplice al centro del palco, inclinata verso la platea, mentre una luce violacea che parte dal basso illumina ed evidenzia dei riquadri sospesi sulla parete di fondo su  cui si  poggiano oggetti disparati tra ventagli e vari ammennicoli. Quasi sul proscenio vi sono altre scatole bianche di diverse dimensioni variamente disposte a sinistra e a destra del palco.

Entrano due uomini e due donne vestiti a lutto che si muovono muti attorno alla bara e dopo poco dal fondo, che si apre in uno squarcio, entra un uomo giovane, vestito di bianco, scalzo che pronuncia le prime battute e si presenta. È il morto che si trova ormai in un’altra dimensione, per lui il peggio è passato, ora si trova a vivere in una dimensione di leggerezza e dispensa consigli a chi invece si trova ancora dall’altra parte, come quello di vivere volando, leggeri senza inutili tormenti, lasciando parte di sé agli altri. Dalla scena successiva in poi si ricostruisce la storia di questo “angelo” attraverso un flash-back che occupa tutta la durata della pièce.
L’apertura della parete di fondo si trasforma in un balconcino fiorito dove abita Mario e il suo compagno Armando. Mario, libraio, si occupa delle faccende domestiche e annaffia i fiori e ha la saggezza, datagli dall’età, di chi conosce tutti i misteri del cuore. Il balconcino affaccia proprio di fronte all’appartamento di Diego, un giovane che spesso presta il suo appartamentino all’amica Lily, diventata prostituta in un locale dopo una delusione d’amore. In quell’appartamento, però, prima vivevano Alessio e Sara, coppia innamorata in attesa di un bambino dalla vita apparente normale, ma un giorno Alessio incontra, nella libreria di Mario, Diego. Cercavano entrambi lo stesso libro di cui Mario ne possedeva solo una copia, le Poesie di Nazim Hikmet. “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse” disse Dante: da quel giorno Diego e Alessio diventeranno amanti.
La storia con il giovane è seria e Alessio deve accettare e rendersi consapevole della sua omosessualità, perciò, dopo dubbi e paure, diviso tra l’amore per la moglie e quello per Diego, (sulla scena rappresentato da tutti e tre e Alessio che si divide nei dialoghi tra l’uno e l’altra), prenderà la decisione di lasciare la moglie e di vivere la sua storia alla luce del sole. Ma il destino è in agguato perché Alessio ha contratto l’Aids che lo porterà alla morte. Il cerchio cronologico si chiude con Sara che incontra Diego, di cui negli anni è diventata amica, e nella scena finale diventerà la donna che prenderà il posto di Alessio nel cuore di Diego. Lily sembra ravvedersi e tornare sulla giusta via.
Questa è in sintesi la sinossi che fin dalle prime battute, confermate poi dai dettagli della storia, ricalca in modo quasi pedissequo la trama del film di Ferzan Ozpetek Le fate ignoranti. L’idea originale dell’autore e regista Bruno Barone era di analizzare i sentimenti umani come l’amore da una prospettiva lontana da chi li vive, per questo l’immagine di Alessio/anima ancora presente sulla scena accanto agli amori della sua vita gli permetteva di dare una visuale diversa sulle dinamiche relazionali amorose. La riflessione era rafforzata anche dallo spunto preso dalla Fisica e precisamente dal Principio di Indeterminazione di Heisenberg, fisico tedesco del 1927, che analizzando la scissione dei neutroni, delle particelle atomiche, aveva intuito che non si possono misurare con precisione due grandezze come velocità e il tempo perché la presenza di un osservatore esterno, com’è di fatto lo scienziato, modifica uno dei due risultati per cui uno dei due risulterà impreciso.
L’idea era affascinante perché la Fisica Quantistica negli ultimi anni sta uscendo dal perimetro degli studi accademici e di settore e si sta trasformando in una riflessione su come la nostra esistenza sia condizionata da fattori strettamente legati al nostro essere presenti sulla Terra, quindi legati a condizioni limitanti, e come lo studio di questa branca della Fisica potrebbe portare alla soluzione "madre": chi siamo, qual è l’origine dell’universo e se la nostra anima esiste veramente.
Dunque i presupposti per una pièce originale c’erano tutti, peccato che la drammaturgia non sia stata coraggiosa proponendo un testo nuovo, ma legandosi in modo limitante a ricalcare una trama già vista. Anche il tema dell’omosessualità poteva essere altro spunto per una riflessione diversa da quelle già fatta, per cui il tutto si risolve in un déjà vù cinematografico, virando su accenni che sfiorano il ridicolo nel finale in cui Diego, spinto dall’amore che gli suggerisce la presenza incorporea dell’amato, si rivela anche bisessuale. Peccato. Poteva essere e non è stato. Bravi gli interpreti, Rino Di Martino semplicemente strepitoso.

 

 

 

 

 

 

 

P.I.A. (Il Principio di Indeterminazione di un’Anima)
di
Bruno Barone
regia Bruno Barone
con Francesca Romana Bergamo, Ivano Schiavi, Bruno Barone, Amanda Sanni
con la partecipazione di Rino Di Martino
aiuto regia Giuseppe Giannelli
scene Gennaro Staiano
direzione tecnica e audio Paolo Aurino
disegno luci Giuseppe Di Lorenzo
costumi Annalisa Ciaramella
produzione Bravemanproductions
in collaborazione con Sipario di Luce, Assessorato Ambiente e Patrimonio di San Giorgio a Cremano, Associazione Culturale Circolomassimo
durata 1h 30’
Napoli, Galleria Toledo, 24 giugno 2015
in scena 24 e 25 giugno 2015

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