“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Mercoledì, 09 Marzo 2022 00:00

Dittico eduardiano alla Carlo Cecchi

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Due testi di Eduardo De Filippo, Dolore sotto chiave e Sik-Sik, l’artefice magico, due scenografie, sei attori, due mostri sacri sulla scena del Teatro Nuovo: Carlo Cecchi e Angelica Ippolito.

Il primo atto unico, scritto da Eduardo nel 1958 come radiodramma e poi come atto unico nel 1964, presenta fortemente alcune tematiche vicine al teatro pirandelliano, cioè la finzione come alterazione e negazione della realtà e la morte attraverso la ritualità delle convenzioni. La scenografia è composta come se sul palco ci fosse un baule poggiato su un fianco, con un doppio ingresso nella casa di Rocco e Lucia Capasso, per cui gli attori che entrano in scena devono poi fare un piccolo scarto sulla loro destra e varcare un’altra soglia che li porta nel tinello di una casa borghese, con un tavolo e sulla sinistra del palco un piccolo tavolino con un telefono. Quasi frontalmente alla platea, sempre di traverso, un’altra porta chiusa, che nasconda la vista della camera da letto dove giace gravemente malata la moglie di Rocco, Elena.
Lucia si prende cura da un anno della cognata malata di cuore con un’attenzione materna e infermieristica tra canfora e coramina. Il fratello, rientrando da un viaggio di lavoro, questa volta non è disposto a vedersi ancora negare la vista della moglie malata, così irrompe nella stanza, apre quella porta chiusa che finora aveva tenuto il suo “dolore sotto chiave” e scopre che la sorella gli mentiva da un anno. La pietas di Lucia, che gli aveva nascosto la morte della moglie per evitargli un gesto sconsiderato sapendo dell’amore fortissimo che li univa, non è compresa da Rocco che vi legge la beffa, la considera una catena che lo ha legato inutilmente negandogli il presente e probabilmente il futuro. Per questo motivo racconta del legame che ha intessuto con un’altra donna che è stato costretto a tenere sotto chiave anch’esso, nell’impossibilità di sviluppare la nuova storia alla luce del sole. La rivelazione fa scattare il rituale funebre delle visite del vicinato come vuole la tradizione imposta a ogni livello della società, ma a distanza di un anno tutto sembra falso, il dolore, il cordoglio dei vicini, la stessa cura che la sorella gli ha riservato per tutto questo tempo. Una falsità che sembra una recita che ha tutti i connotati comici del paradosso che la vicenda vuole evocare. Gli abiti borghesi dei fratelli Capasso, la vistosa vestaglia nera con i fiori rossi, gli abiti scuri dei vicini, la girandola di questi attorno al tavolo dove si trova un Rocco affranto per l’impossibilità di viversi il futuro, con un figlio in arrivo che avrà un altro padre perché la donna, stanca di aspettare, partirà. Il dolore di Rocco non può più esprimerlo dopo un anno e gli impedisce di vivere la vita vera, che sarà vissuta altrove, perché nella crudeltà del dolore è fissata la condizione umana e se il rituale funebre dovrebbe lenire e consolare cosa accade se esso viene negato?
Tutto sembra una giostra grottesca che ha il perno in Lucia, una Angelica Ippolito che recita questo testo come chi lo ha abitato per moltissimi anni senza perderne sicurezza. Carlo Cecchi che ne cura la regia, mantiene inalterato il testo e segue pedissequamente anche la messa in scena di Eduardo che non prese mai la parte del protagonista Rocco, ma del professor Ricciuti, petulante vicino di casa.
Del 1929 è invece Sik-Sik, l’artefice magico, che con questo atto unico inserito nella rivista Pulcinella principe in sogno segnerà l’inizio della fortuna teatrale dei De Filippo, affrancati dalla compagnia di Scarpetta.
In questo secondo atto unico Cecchi è il protagonista Sik-Sik, scalcagnato mago di provincia che insieme alla moglie incinta Giorgetta deve andare in scena con il suo numero di illusionismo. Il compare Nicola ritarda all’appuntamento e cosi Sik-Sik si trova costretto a ingaggiare su due piedi Rafele, uno spiantato che non ha in tasca nemmeno un mozzicone da fumare. È istruito su come deve reggere il gioco all’illusionista, tra mille fraintendimenti dati dalla storpiatura dell’italiano mista al napoletano, infatti Eduardo nel testo, nella didascalia della battuta di Sik-Sik esplicita: “Data la poca intimità dei suoi rapporti con la grammatica”. È sicuramente la parte più comica della pièce, infatti Cecchi insiste un po’ di più nella caratterizzazione del protagonista, che deve avere “un’intonazione stretta e settentrionale alla sua parlata, tra lo sgrammaticato e il provinciale, proprio di quegli artisti ignoranti che non esitano a rivolgersi al pubblico pur senza averne le possibilità: Pubblico rispettabile. Qui non s’imbroglia a nisciuno. Questi sono tutti giuoca senza priparato, anza per evitare qualunque suspetto, io risírero un controlla, una persona del pubblica, che viene qua in palcuscenico a cunstatare con i propri occhi. (Facendo finta di rivolgersi ad un pubblico immaginario e precipitando le parole per dare un certo tono al discorso): Si c’è qualche persona del pubblico che vuol venire in palcuscenico, signori? Tu subbeto rispunne: Venche io! M’arraccumanno, si no pò essere che saglie uno d’ ’o pubblico che non sta d’accordo cu’ mme e me scumbina tutte cose”.
Cecchi aggiunge qualche battuta, insiste nella provincialità soprattutto nell’uso dei verbi.
Mentre l’illusionista si prepara per entrare in scena, Nicola arriva in ritardo e pretende di salire sul palco insieme a Rafele, dando vita a una serie di qui pro quo esilaranti che porteranno al fallimento dei numeri dell’illusionista, che, seppure ignorante, dimostra l’arte vera dell’improvvisazione riuscendo, con una battuta, a salvare tragicomicamente il suo ultimo numero.
La chiusura dell’atto unico del testo eduardiano vorrebbe l’illusionista e la moglie avviliti, affranti e costernati, invece la messa in scena di Cecchi e della Ippolito mostra una conclusione molto più ironica e leggera, come se il regista mettendo in scena questi due atti unici si sia voluto divertire come chi, padrone della propria arte e della perfetta conoscenza del testo, si senta tranquillo nel dare una lettura più leggera.





Dolore sotto chiave / Sik-Sik, l’artefice magico
di
Eduardo De Filippo
regia Carlo Cecchi
con Carlo Cecchi, Angelica Ippolito, Vincenzo Ferrera, Dario Iubatti, Remo Stella, Marco Trotta
scene per Dolore sotto chiave Sergio Tramonti
costumi per Dolore sotto chiave Nanà Cecchi
luci Camilla Piccioni
scene e costumi per Sik-Sik, l’artefice magico Titina Maselli
realizzazione scene e costumi Barbara Bessi
musiche Sandro Gorli
foto di scena Filippo Ronchitelli
produzione Marche Teatro, Teatro di Roma, Elledieffe
lingua italiano, napoletano
durata 1h 30’
Napoli, Teatro Nuovo, 24 febbraio 2022
in scena dal 24 al 27 febbraio 2022

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