“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Martedì, 07 Luglio 2015 00:00

Se Beckett s'intrufola ad Elsinore

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Amleto prima di Amleto. Perché c’è un Amleto (padre) alla base dei destini di un Amleto (figlio) e, quando ci avviciniamo all’Amleto (l’opera) il secondo ne è personaggio di carne, il primo mera ombra, apparenza notturna, spettro.
Michele Santeramo parte dall’Amleto per andarne a ritroso, per risalire la corrente e immaginare una Elsinore in anticipo, una corte già in subbuglio, dei destini ancora da scrivere; di più: parte dall’Amleto per riscriverne un antefatto possibile, per giocare un gioco che anticipi i giochi di potere con altri giochi di potere.

“Come sarebbe stato Amleto se…” potrebbe essere il periodo ipotetico di un’ipotetica alternativa, diviene di fatto presupposto di un’altra drammaturgia di profondo acume, che parte dall’Amleto per mettersene a latere, mostrando la propria pienezza, la propria raffinata inventiva, il proprio autonomo afflato con cui in scena si struttura come altro dall’Amleto, mantenendone un nodo concettuale sul quale si sceglie di puntare – il tema del potere – e rielaborandolo con una perizia drammaturgica finissima che ne pizzica i gangli sottili come fossero le corde di un violino, che finiscono per vibrare in una partitura di sinfonica armonia.
Suonano in questo ensemble come corde singole tese a produrre unitaria melodia i cinque attori in scena, ciascuno assolvendo al meglio al proprio compito, con un Massimo Foschi che tratteggia un sovrano memorabile, cui si accompagnano un ottimo Michele Sinisi nel ruolo di Claudio, Manuela Mandracchia che fa emergere una Getrude più sordida e subdola di quanto l’Amleto riveli, Matteo Sintucci a dar corpo ad un Amleto impudente e acerbo e Gianni D’Addario, che contrappunta il personaggio di Polonio con toni che ne accentuano le peculiarità comiche intrinseche.
La scena concepita come un bunker in cemento appare rialzata e asimmetrica, sghemba proiezione del potere che essa accoglie, detenuto – non si sa ancora per quanto, non si capisce quanto scientemente – da Amleto padre, nella cui ombra già s’ordiscono i disegni d’una Gertrude fedifraga e di un Claudio bramoso d’usurpazione. Accoglie la seduta del sovrano di Danimarca una comoda poltrona, due sedie le sono accanto, mentre alla regal stanza s’accede mediante due porte di diversa dimensione, così come diverso è lo spessore dei personaggi che le attraversano; una finestra rettangolare, in alto, è il primo rimando a Beckett, richiamando Finale di partita; Finale di partita che riaffiorerà in frasi e stilemi (a cominciare da un “È tutto finito” che il re pronuncia programmaticamente già nella prima scena), che vedono questo Shakespeare apparentarsi con Beckett, per infine tradursi in campitura originale, drammaturgia capace di fondere in sintesi di senso gli strumenti espressivi di cui si avvale.
S’inscena così la commedia del potere, che grazie ad un re che sembra affetto da Alzheimer e che continua, sempre beckettianamente a domandare l’identità ai propri interlocutori e congiunti (“Chi sei?”, “Chi siete?”), si trasforma in grottesca commedia del potere; Re Amleto ne diviene – progressivamente e in montante crescendo – orchestratore sottile, che titilla gli interrogativi più sfumati che sottendono all’Amleto e che più in generale sono assumibili come archetipi della commedia del potere.
L’assurdo permea la messinscena, contribuendo a confondere i piani del vero, del presunto, del pregresso e del futuribile; in questo panorama, il destino di Amleto (figlio) potrebbe venir mutato dall’indirizzo che alla storia conferisce Amleto (padre), non più e non già spettro che chiede vendetta, ma protettivo genitore che (dis)simulando demenza programma un reticolo protettivo attorno alla vita del proprio figlio; perché sa, Re Amleto, che “avere il potere è la maggiore delle sfortune” e sa che suo figlio sarebbe altrimenti destinato alla pazzia ed alla morte, così come sa, in una sorta di ‘memoria preveggente’ che un giorno suo figlio Amleto avrebbe visto lo spettro di suo padre Amleto. Ed è per questo che Re Amleto orchestra il suo sottilissimo piano drammaturgico, facendo in modo che la “condanna del potere” ricada su Claudio e Gertrude.
È un Amleto prima dell’Amleto, quello scritto da Michele Santeramo e diretto da Veronica Cruciani; di più: è un Amleto che, raccontando qualcosa che sarebbe potuto essere prima dell’Amleto, avrebbe finito per comportare che non ci fosse l’Amleto, o che comunque per esserci sarebbe dovuto essere qualcosa di diverso, con conseguenze differenti, dovute al fatto che il Re s’era sostituito al drammaturgo, sottraendo a Shakespeare alcune componenti fondamentali dell’intreccio e conferendo a Beckett il compito di innervarle di nuova e differente linfa. È come se, in un gioco di sottrazioni e aggiunte, Michele Santeramo avesse scucito un abito di gran fatta, ci avesse aggiunto altro tessuto di pregio e poi, gestendo di suo ago e filo, avesse confezionato un abito su misura per sfilare in scena.
Quel che ne sortisce è un’opera sorprendente, in cui il senso del tragico, che affiora come futura memoria, si smorza nei toni comici e grotteschi di una rappresentazione ingegnosa, che confina l’azione in una stanza chiusa al resto del mondo, accessibile ai congiunti prossimi (Amleto, Gertrude, Claudio) ed al più vicino consigliere (Polonio), ma ignota a tutti gli altri, che ne sono espunti come personaggi: nessuno è venuto a far visita a Re Amleto nel giorno del suo compleanno, nessun altro varcherà una delle due soglie di questo bunker; una stanza che dichiara la propria manifesta distanza col mondo esterno – come archetipo della stanza del potere – distaccandosene anche per il tipo d’illuminazione che vi si irraggia, bifocale tra un dentro su cui si proietta una luce calda – che con azzardo potremmo anche definire caravaggesca – ed un fuori che ha i contorni di luci al neon. Il clangore ed i rumori che provengono dall’esterno sono un altro segnale di distanza tra quanto avviene tra le segrete spesse mura e quanto accede e si percepisce al di fuori di esse.
C’è Shakespeare e c’è Beckett in questa storia di palco, ma c’è soprattutto la capacità di Michele Santeramo di confrontarsi col pregresso e di rielaborarlo in una forma originale e validissima che Veronica Cruciani traduce in una regia assolutamente convincente, che punta sul gioco del teatro – che ricorre dichiarato più volte – per descrivere, in maniera stratificata, il gioco del potere.
Al gioco del potere in cui il vero ed il verosimile si dissimulano e si confondono, s’accompagna il gioco del teatro, in cui si dichiara che “è vero solo quello che sta qua”, quello che avviene in scena, moltiplicando così i piani possibili del reale, mostrando in scena del reale una sua plausibile rifrazione.

 

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Preamleto
di Michele Santeramo
regia Veronica Cruciani
con Massimo Foschi, Manuela Mandracchia, Michele Sinisi, Gianni D’Addario, Matteo Sintucci
scene e costumi Barbara Bessi
luci Gianni Staropoli
musiche Paolo Coletta
assistente alla regia Antonino Pirillo
produzione Teatro di Roma
lingua italiano
durata 1h 15’
Napoli, Castel Sant’Elmo – Sala Cannoni, 22 giugno 2015
in scena dal 22 al 24 giugno 2015

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