“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Mercoledì, 30 Marzo 2022 00:00

Tatatapunta

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Il sottotitolo di Occhi gettati di Enzo Moscato in scena a Sala Assoli è Un dé-coupage,34 anni dopo, una riproposta di un lavoro del 1986 quando il drammaturgo partenopeo era già avvezzo alla scrittura teatrale e aveva vinto premi importanti per cui avrebbe potuto tranquillamente dormire sugli allori, come lui stesso disse. Nonostante ciò scrisse quest’opera alla ricerca di un linguaggio teatrale ancora più radicale, alla ricerca della poesia pura.

Così si presentava Occhi gettati nel 1986, un “soliloquio infinito in versi” per citare lo stesso Moscato. Oggi, nel 2022, quest’opera mantiene intatto il suo evocativo fascino in una rappresentazione che ha attraversato trentaquattro anni in cui è successo di tutto e tutto il mondo è cambiato. Ha attraversato il mare della storia, infatti la scena è costruita come la tolda di una nave, con otto sedie disposte ai lati di un triangolo isoscele alle cui spalle delle funi collegano l’assito al soffitto. Su di esse lunghe strisce di carta che immagini svolazzare al vento del mare aperto. La prospettiva ha al suo vertice un grande quadro di un San Sebastiano senza trafitture di frecce o di un Gesù senza la croce dolorosa alle spalle, al centro di un cielo azzurro e foglioline che spuntano dalla nuca. La prua di questa nave accoglie, sotto il dipinto, lo scranno del regista e drammaturgo Enzo Moscato, con un leggio da cui dirige un concerto polifonico di voci e ricordi. La scena iniziale è congelata da teli di plastica trasparente che coprono gli attori posti sulle sedie, come tante storie che hanno parlato e raccontato e che hanno attraversato il mare del tempo in attesa di nuove terre.
Benedetto Casillo, vestito alla maniera del pazzariello, ma di nero con il corpetto con corni e amuleti apotropaici partenopei, libera gli attori dal velo pesante che li trattiene e libera la sinfonia. La gestualità di Casillo e degli attori mantiene per tutta la pièce lentezza e misura, si muovono sulla scena come fantasmi o ombre anche se i loro costumi non sono impolverati o d’antan, anzi sono colorati, accesi, sono vivi e presenti. Se Moscato è il direttore d’orchestra, Casillo è il primo violino, è la nota che lega i personaggi che narrano storie di femminielli disperati e colti che citano Lisabetta da Messina di Boccaccio, innamorati di chi “tutto musculi e curtiell’” con la faccia giovane di San Gennaro non potrà mai ricambiare alla luce del sole questo sentimento. Si racconta di Maria ”suggettora” (forse soggettona, cioè ingenuotta?) che parla solo con Dio, di Nanà che chiama disperatamente Luparè, e poi dello stagnaro partigiano, e poi, intessute a storie di guerra e di disperazione con quell’onomatopea insistita − Tatatapunta − anche ricordi delle Quattro Giornate di Napoli del ’43, delle piaghe profonde che la Storia ha inciso nelle carni della povera gente, oggetto delle drammaturgie di Moscato. Il tutto alternato alle musiche di Alice con Prospettiva Nevski e Angelina di Louis Prima, passi di danza e modi di dire napoletani come mantra che scandiscono le azioni − “Marzo, nu poco piove, nu poco stracqua”, “Schifà pe’ mmano di legge”. Alcune storie sono ripetute o narrate in portoghese.
E si ritorna qui, alla lingua così peculiare di Moscato, un pastiche linguistico e metalinguistico dove le lingue si mescolano tra loro, anzi si fondono al napoletano che si trasforma in pura poesia, una lingua già intrisa di suo di greco, di spagnolo antico, di francese che non racconta semplicemente una storia, ma ha la forza evocativa della formula magica che riporta in vita atmosfere lontane di cui Moscato è il testimone e custode. Il suo mondo è del cuore antico napoletano, plebeo assurto a raffinato protagonista di epopee minimali grazie ad una lingua verace che ha perso ogni volgarità. Che Moscato sia il testimone e il custode è manifesto nella sua voce quando canta in francese, nella malinconia racchiusa nelle pieghe delle note che scivolano nel sussurro.
In questa messa in scena Moscato abbandona il suo soliloquio di trentaquattro anni fa e affida ad ogni attore parte di quell’unica voce, inoltre avviene anche un passaggio di consegne tra lui e il nuovo narratore che è Benedetto Casillo; infatti è l’unico a indossare i calzini rossi che sono il segno distintivo delle messe in scena di Moscato, lui questa volta con le scarpe e un rosario al polso. Sul finale il tema della deportazione e della guerra ritorna con insistenza e gli attori smuovono sul palco piccoli cumuli di carta tagliata a strisce. È filo conduttore. Le strisce che si muovono sulle funi, le strisce di tutti e nove i personaggi sulla scena disegnati sui loro abiti colorati, sulle giacche, sugli orli delle maniche, ovunque strisce di carta o di stoffa o righe disegnate. Frange che legano i ricordi o ricordi sfrangiati, puzzle e incastri di musica e parole in storie che si ripetono come ritornelli “nello stare nel diverso dell’altrove”, nella vita che era stata e la morte che è il presente. Quando si fa buio nella sala, le uniche luci sono quelle votive ai piedi del leggio alla prua. Ogni anima dannata al ricordo della propria vita. Nella prefazione a Archeologia del sangue (1948-1961) Enzo Moscato dice:
“Parla di un tempo morto e lo farai rinascere.
Parlane con affetto, nostalgia, rammarico e lo farai rivivere.
Almeno per te. Almeno per il cuore tuo che lo invoca
e nella salvifica scrittura che lo narra,
gli dà una metamorfosi al presente”.





Occhi gettati
Un dé-coupage, 34 anno dopo
testo, ideazione scenica e regia
Enzo Moscato
con Benedetto Casillo, Giuseppe Affinito, Salvatore Chiantone, Tonia Filomena, Amelia Longobardi, Emilio Massa, Anita Mosca, Enzo Moscato, Antonio Polito
scene e costumi Tata Barbalato
selezione musicale Dimomos
assistente alla regia Giuseppe Affinito
fonica Teresa di Monaco
sarta Clara Varriale
allestimento Enrico de Capoa, Simone Picardi
organizzazione Claudio Affinito
foto di scena Pino Miraglia
produzione Teatro di Napoli − Teatro Nazionale, Compagnia Teatrale Enzo Moscato/Casa del Contemporaneo
lingua napoletano, italiano, francese, portoghese
durata 1h 20’
Napoli, Sala Assoli, 24 marzo 2022
in scena dal 24 marzo al  aprile 2022

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