“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Lunedì, 28 Marzo 2022 00:00

Facciamo finta che questa stanza era un teatro

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L’ultimo attore lascia la scena. Si spengono le luci. Si possono sentire i pensieri degli spettatori in sala: ‘Ma è finito? Posso applaudire?’. La sensazione è quella di essersi svegliati da un sonno profondo in cui non ci si era accorti di essere caduti. È questo che da trent’anni − si sono formati a Ravenna nel 1992 − fanno Luigi De Angelis e Chiara Lagani, alias Fanny & Alexander: abitano quell’interstizio tra sogno e realtà, come fanno i bambini quando giocano a “facciamo finta che io ero la mamma e tu la figlia”, e lì ci trovano il teatro. E ci attirano lo spettatore, senza trucco e senza inganno, con i loro riti sciamanici.

La cornice è ancora una volta un testo letterario; dagli inizi della loro ricerca teatrale, infatti, Fanny & Alexander costruiscono immagini e suggestioni oniriche spesso suggerite, liberamente, dalla grande letteratura: David Foster Wallace, Elena Ferrante, L. Frank Baum, Tommaso Landolfi, Carlo Collodi e Lewis Carroll, dal cui immaginario attinsero per il lavoro che per primo folgorò la scena sperimentale degli anni Novanta, Ponti in core (1996). Ancora a Carroll ritornano con Sylvie e Bruno, terzo e meno fortunato romanzo dello scrittore inglese (che ispirò, però, il famosissimo Finnegans Wake di James Joyce), di recente tradotto per Einaudi proprio da Chiara Lagani, ideatrice della visionaria drammaturgia di questa messinscena − come di tutte le altre produzioni di Fanny & Alexander −, prima tappa del progetto speciale 30F&A!, un percorso lungo un anno tra Bologna e Ravenna per celebrare il trentennale della compagnia.
Come il libro, anche lo spettacolo, diretto da Luigi De Angelis, racconta due storie: una “reale”, una vicenda d’amore tra l’affascinante Lady Muriel e il tormentato dottor Arthur Forester, ambientata in epoca vittoriana, in una città imprecisata decimata da una strana febbre contagiosa (sic!); e una “magica”, che vede protagonisti due piccoli fratelli, Sylvie e Bruno, ennesimi alter ego di Fanny e Alexander, alle prese con una rivoluzione che scuote la Terra di Fuori, di cui il loro padre è Governatore. Ma il confine tra mondo magico e mondo reale, tra sogno e realtà, è così labile da togliere allo spettatore, con velata crudeltà infantile, la certezza di sapere cosa sta guardando e quando lo sta guardando. È come se Lagani e De Angelis dicessero: Ecco, mettiti questi occhi di bambino e gioca con noi. E per giocare serve davvero poco: uno spazio spoglio, qualche faro, di quelli piatti, che sembrano leggii, un paio di cappotti, cinque sgabelli bianchi, cinque attori, e tanta immaginazione.
È buio. Si intravede solo la nuvola di fumo sparato da una macchina per effetti speciali. Si accendono delle luci blu, asettiche, e in processione fanno il loro ingresso uno per volta i cinque attori: Andrea Argentieri, Chiara Lagani, Marco Cavalcoli, Elisa Pol, Roberto Magnani. Indossano vestiti identici, gli uomini un completo con cravatta, le donne un delizioso abitino che lascia scoperta la schiena, solo i colori sono diversi. Si rivolgono subito a noi spettatori, direttamente; ci spiegano come vedere le fate e il gioco è manifesto fin da subito: “In tutti questi mesi a casa, vi sarà capitato ogni tanto di immaginarvi dei luoghi, no? Voglio dire dei luoghi diversi da quello in cui eravate... Ad esempio, un bosco...”. Inizia così la discesa nella tana del bianconiglio: l’ingresso a Terra di Fuori, che poi diventa il vagone di un treno diretto in campagna, che poi diventa il giardino del castello, che poi diventa un picnic al parco. Ci ritroviamo catapultati dapprima in una congiura: il Sottosegretario vuole rovesciare suo fratello e prendere il potere approfittando della rivoluzione cittadina (“Più pane! Meno tasse!”, urla la folla), accompagnato da sua moglie, una starnazzante Lady Macbeth, e dal figlio dall’aspetto maialesco, Uggug (Carroll era balbuziente), che tormenta Sylvie e Bruno e che finirà per trasformarsi in porcospino. Ma ecco che Sylvie diventa Lady Muriel, in viaggio verso casa, dove la aspettano suo padre e Arthur-Bruno, il suo vicino innamorato. Con lei, nel vagone (i cinque sgabelli sono in un attimo i sedili del treno), un campionario di personaggi dai tratti quasi grotteschi tra cui un controllore zelante, un uomo che russa, un altro che fischia insistentemente, una donna infreddolita, un terzo uomo che apre continuamente il finestrino. Basta un battito di ciglia e si torna dall’altra parte, dove il Sottosegretario e sua moglie, travestiti da vichingo e orso (ma noi, ovviamente, possiamo solo immaginare i costumi), cercano il loro figlioletto perduto, mentre Sylvie e Bruno, con l’innocenza dei bambini, chiedono allo strano giardiniere danzante di farli uscire, per sfamare un mendicante.
Per tutta la durata dello spettacolo, gli attori (bravissimi tutti, particolarmente eterea Chiara Lagani) si lasciano attraversare da ogni sorta di strano personaggio, e sono sempre incredibilmente credibili: il patto siglato con lo spettatore ha funzionato. Le luci, concertate magistralmente da Luigi De Angelis, permettono al racconto di prendere vita. I due livelli di narrazione si susseguono in una corsa immaginifica, si rincorrono e alla fine si sovrappongono: saranno proprio Sylvie e Bruno, con le loro voci di bambini, a scegliere e a inventare con le parole il finale della storia tra Muriel e Arthur.
Ne hanno fatta di strada da Ponti in core, questi due enfants terribles ravennati; resta poco di quell’estetica macabra e morbosa da teatrino anatomico dei primi lavori. Eppure sono rimasti fedeli allo stesso discorso iniziato trenta anni fa: il teatro può e deve essere il linguaggio del presente; uno specchio dentro cui guardarci senza, però, che debba necessariamente raccontarci qualcosa su noi stessi. Un gioco dentro cui, se si ha il coraggio di giocare, ci si può riconoscere.





Sylvie e Bruno
liberamente tratto da Sylvie e Bruno
di Lewis Carroll
nella traduzione di Chiara Lagani
ideazione Chiara Lagani e Luigi De Angelis
drammaturgia Chiara Lagani
regia, scene e luci Luigi De Angelis
con Andrea Argentieri, Marco Cavalcoli, Chiara Lagani, Roberto Magnani, Elisa Pol
musiche e sound design Emanuele Wiltsch Barberio
costumi Chiara Lagani
cura del suono e supervisione tecnica Vincenzo Scorza
organizzazione Maria Donnoli, Marco Molduzzi
comunicazione e promozione Maria Donnoli
foto di scena Enrico Fedrigoli
una produzione Ravenna Festival, E Production / Fanny & Alexander
in collaborazione con Ravenna Teatro
ringraziamenti Anita Baliani, Paul Behnam, Brando Carella, Vittoria Casadio Lombini, Guido Farina, Anna Frantini, Leo Molduzzi, Rodolfo Sacchettini
la Canzone del Giardiniere è cantata da Emanuele Wiltsch Barberio
lingua italiano
durata 1h 30’
Bologna, Arena del Sole, 23 marzo 2022
in scena 23 e 24 marzo 2022

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