“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Lunedì, 29 Giugno 2015 00:00

Teatro in celluloide

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Il teatro che racconta il cinema, il cinema che si fa teatro; la pantomima recitata e la storia raccontata; un chiasmo tra due arti, fratellastri che non si sono mai amati troppo, che non si sono mai sopportati del tutto, eppure condividono matrice genetica – col teatro in evidente posizione di maggiorascato anagrafico – che li apparenta oltre la reciproca sopportazione, a dispetto della specifica differenziazione.

Le luci sono piene quando, accomodati in sala, ci specchiamo sul palco con un’altra sala, riprodotta per accenno, cartonata in tre poltrone allineate a suggerir platea di sala cinematografica; una donna occupa la poltrona centrale, alle sue spalle un proiettore, anch’esso di cartone. Lei ha l’aspetto della cinephile, occhiali tondi da intellettuale e mise incerta tra il vintage e il demodé, con gonnellone e stivali. Nell’attesa smanetta col telefonino, come a voler dare una connotazione di contemporaneità: siamo al tempo presente, un attimo prima di tuffarci nel passato.
E nel passato ci trasporta l’ingresso in scena di Auguste e Louis, i Lumière; due fratelli, la delicatezza della loro storia, degli albori del cinema, si conforma nella leggiadria del teatro, istoriando una sequenza di fotogrammi scenici che raccontano una piccola epopea d’un tempo lontano, rendendola manifesta e presente con la magica grazia della rappresentazione scenica, in cui rivive al presente ciò che è passato, rivive nel qui ed ora ciò che è stato e non è più.
D’un tratto la platea di cartone si scompone per diventare mobile arredo di scena, contribuendo a creare metavisione, metateatro, metacinema, cinema nel teatro, teatro che rappresenta il cinema; tutto è di cartone, pure il cineproiettore: la scomposizione del presente traspone la scena nella ricomposizione del passato, ed è un passato che affiora con calibrata diacronia, raccontando una visione, immaginando una poetica, dando corpo al presente a due anime del passato, pionieri di un futuro di cui non avevano davvero ancora piena contezza, ma che animava i loro sogni di bambini, nelle tarde sere trascorse a proiettare ombre cinesi contro la parete di una stanza, al lume immaginifico dei racconti materni.
Giocano a fare il cinema, Auguste e Louis, giocano a pensare per immagini, ad inventarsi tecniche e metodi (il “tagliaggio” che uno dei due afferma di aver inventato non è altro che anticipazione del montaggio), manifestano istanze ed urgenze, sogni ed anche perplessità: anime complementari, in scena da creatori si fanno creature, da inventori del cinema divengono personaggi teatrali, essenze sbozzate cui si conferisce un’anima vivace offrendole alla giocoleria da palco, se ne immagino le sensibilità che ce li mostrano nelle loro specifiche, più pragmatico l’uno, più facile all’incanto l’altro, entrambi comunque sognatori, entrambi alla ricerca di un’anima e di un’essenza da conferire alla loro neonata creatura.
La visione retrospettiva ce li mostra dapprima bambini, ad inseguire – come si diceva poc'anzi – il loro sogno nel segreto di una stanza in cui chiamano il primo “buio” per poter proiettare le ombre cinesi sul muro, immaginando così di dar corpo e sostanza alle favole che vivono nella mente grazie ai racconti della mamma, come Alice nel Paese delle Meraviglie, mentre loro vorranno costruire una meraviglia per tutti i Paesi.
Le vite di Auguste e Louis scorrono così in scena raccontate come in un ininterrotto pianosequenza, che illustra diacronicamente sogni e paturnie, incertezze e speranze, vissute in scena con la costante presenza di una figura femminile, trasfigurata via via nel ruolo di madre e di donna amata, ma anche di spettatrice in apertura e chiusura d’azione teatrale, quasi a coprire tutti i ruoli di riferimento possibile, possibilmente riconducibili al termine di musa.
Le sedie di cartone che si spostano di lato, il fondo scena che diventa teatro di posa in cui s’inteatrano fotogrammi di cinema che hanno spettatore in proscenio – così giocando col meccanismo della visione, in cui chi guarda e chi è guardato sono gli oggetti dello sguardo ulteriore del pubblico in platea – sono elementi ulteriori che fanno di questo viaggio trasognato in sessanta minuti una piccola gioia per gli occhi, una visione che condensa passione e leggerezza, funzionalità scenica e poesia. Il buio più volte evocato, le citazioni più volte sciorinate, da cogliere in un gioco gustoso di rimandi – sempre funzionali e mai mero sfoggio – che ci divertiamo ad inseguire sono punteggiature che infiocchettano una confezione delicata, un delizioso involto che si offre alla visione, delicato appunto, anacronismo in anticipo, prequel del cinema di domani; ci si diverte nel gioco della ricerca di quella musica di Morricone di cui si tenta di ricordare da quale film sia tratta, o per quale Fellini risuonino i temi di Rota, ci si diverte a riconoscere il ruggito del leone della Metro Goldwyn Mayer, o a inseguire quelle frasi (più d’una) estrapolate da Via col vento, o ancora Taxi Driver e la supercazzola monicelliana di Amici miei, dal morettiano Palombella rossa estrapoliamo il promemoria che “le parole sono importanti”, così importanti come le parole di Whitman riprese da L’attimo fuggente. Cerchiamo di capire, di ricordare, di fermare in un appunto la memoria, mentre osserviamo August, Louis e la figura femminile che li accompagna cambiando di ruolo – come a cinema e a teatro l’attore esce da un personaggio per entrare in un altro – ma rimanendo sempre figura di riferimento, madre o donna amata, spettatrice o protagonista, fino a tornare nel ruolo e nel posto in cui l’avevamo trovata in principio, in un cinema del tempo presente, cellulare alla mano, con le bevande tutto ghiaccio, le vivande tutto sale ed i trailer interminabili.
Un omaggio romantico al cinema, del quale si evocano gli albori e i rudimenti, con una delicatezza di sguardo deliziosa, che si traduce in immagini teatrali, in felice recita di celluloide che volontariamente s’ingiallisce e gracchia, s’impolvera dell’aroma saporoso dell’antico mostrandone la patina romantica, come romantica è l’anima pionieristica che dei Fratelli Lumière ci racconta, mostrandoceli bambini, adolescenti, adulti, sempre e comunque all’inseguimento di un sogno, della scintilla che accendesse la luce all’interno della lanterna magica; mostrandoceli fanciulli, adolescenti, adulti fondendo due magie, quella del cinema e quella del teatro; quella per cui da un fotogramma all’altro passi da un’epoca all’altra in un istante e quella per cui dalla visione corrosa e sfocata della pellicola consegnata alla memoria passi alla viva carne della scena.
Un atto d’amore per il cinema, per il teatro, affratellati per una sera in una sintesi riuscita, eccellente nelle sue componenti registica e attoriale.

 

 

 

 

 

 

Fringe E45
L’invenzione senza futuro: viaggio nel cinema in 60 minuti
di Federico Giani, Celeste Gugliandolo, Francesca Montanino, Mauro Parrinello
con Federico Giani, Celeste Gugliandolo, Mauro Parrinello
musiche originali
Giorgio Mirto
disegno luci Liliana Iadeluca
scene e attrezzerie Veronica Santhia, Maria Mineo
assistente alla regia Federica Alloro
piano e sound Francesco Villa, Fabio Perretta
produzione Tedacà/Compagnia dei Demoni e OffRome
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Castel Sant’Elmo – Sala Fringe, 18 giugno 2015
in scena
18 e 19 giugno 2015

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