“A questo mondo, compagni, il peccato in grado di coprire la spese viaggia liberamente e senza passaporto; la Virtù, qualora squattrinata, la fermano a tutte le frontiere”

Herman Melville

Lunedì, 22 Giugno 2015 00:00

Pioggia coreutica

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La pioggia è il tema dominante della messa in scena di Malacqua così come nel testo di Nicola Pugliese. Una pioggia che dura incessantemente per quattro giorni, fatto insolito che viene interpretato alla maniera degli antichi classici che nei fatti anomali vedevano il presagio di una disgrazia. Tanta acqua che scende senza sosta e che non sembra purificare e pulire una città anche metaforicamente sporca, ma intride le fondamenta dei palazzi, li fa crollare, crea voragini, porta morte.

Anche la scenografia comunica questo senso di umido che fastidiosamente sembra entrare nelle ossa. Gocce di pioggia sono proiettate su un pannello messo sul proscenio esattamente nella parte centrale del palco, altre gocce o sagome di uomini con impermeabili e ombrelli sono proiettate sulla parete in fondo, mentre il rumore stillante sui vetri delle case e nelle pozzanghere ricorre come un leit-motiv perenne. Una iniziale voce narrante fuori campo legge l’incipit del romanzo e riprende il sottotitolo del romanzo di Pugliese che recitava: “Quattro giorni di Pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un accadimento straordinario”, poi la narrazione, come nel testo letterario, passa ai personaggi che affollano il palco e la storia. Sono i testimoni di questi giorni che si presentano con il cognome e il nome, come abitudine tutta partenopea, per poi parlare di se stessi in terza persona, come davanti a quell’impiegato della Polizia che sta stilando i verbali del crollo di un palazzo, della voragine che ha inghiottito alcune persone, andando oltre i fatti tragici, raccontando impressioni, paure, sensazioni misteriose e presenze inquietanti che serpeggiano al Maschio Angioino come nelle strade della città.
La pioggia inizia cronologicamente il 23 ottobre del 1975 per rimanere impressa nei ricordi di Di Gennaro Carmela, sigaraia di contrabbando messa in difficoltà dalla pioggia, del fruttivendolo che non può esporre la sua merce all’esterno e dei cornicioni dei palazzi che iniziano a staccarsi, di vigili urbani che nella sede del Consiglio comunale vanno ad indagare circa oscure presenze tra i banchi di legno scoprendo la presenza di una strana bambola ritrovata identica nella voragine al civico di via Tasso che evoca certe atmosfere dei film di Dario Argento, che all’epoca raggiunse il suo picco massimo nel genere thriller. Ognuno dei personaggi della seduta del Consiglio dal prefetto, al sindaco, alla dattilografa, dà voce ai suoi pensieri e alle sue preoccupazioni, tante volte non strettamente legati a quell’accadimento straordinario, ma alla propria vita e ai propri sogni in parte leciti. E ancora sulla scena ci sono poeti che declamano versi ad una sparuta platea intimorita da quell’acqua incessante anche nei giorni successivi, di cui i testimoni registrano puntualmente la data, una fermata di autobus dove un uomo e una donna con i suoi dubbi amorosi aspettano (verrebbe da dire come sempre), un pullman che forse non passerà.
La musica di Nicola Piovani sembra quella di un carillon che non rasserena i quadri che si vedono sfilare sul palco, anzi sembra rimarcare ancora di più una suspense che porti allo scioglimento finale. Invece, sul finale, altri fatti strani incombono: un cavallo morto alla Riviera di Chiaia, una ragazzina che da una monetina di cinque lire ascolta la musica che prima era trasmessa alla radio, un Cristo che scende dalla croce in una chiesa e il parroco che racconta un fatto premonitore accaduto il 5 agosto precedente, quando il mare era salito fino al Monte di Dio facendo felici i ragazzini che potevano farsi il bagno senza uscire di casa. Gli ultimi racconti fatti da “Andreoli Carlo”, giornalista e redattore dei quattro giorni, mentre si rade la barba, scendendo dal palco, nella piccola buca per l’orchestra, superano i confini del reale per trasformarsi in immagini poetiche, in situazioni surreali sempre nell’attesa di quell’accadimento che dopo quattro giorni ogni personaggio forse trova nella sua esistenza. L’immagine di una centrifuga di una lavatrice quasi sul finale è sia una rappresentazione simbolica di distruzione che di lavaggio, come nella scena corale con personaggi seduti e in piedi che intrecciano le loro testimonianze per confluire in un Funiculì Funiculà cantato da Pavarotti.
Armando Pugliese, regista e fratello dell’autore scomparso nel 2012, ha voluto rendere un omaggio a questo romanzo scoperto da Italo Calvino e pubblicato per Einaudi nel 1977 che, dopo il successo delle prime pubblicazioni, ha subito un oscuro oblio fino alla ristampa dell’editore Pironti che lo ha riportato alla luce nel 2013. Un romanzo complesso, polifonico, unito ad una scrittura spesso oscura molto vicina al flusso di coscienza di Joyce, che, obiettivamente non poteva essere riportato sulle polverose e concrete tavole del palcoscenico. Lo stesso Armando Pugliese ha affermato di non poter prevedere gli esiti di una messa in scena indubbiamente complessa e questa complessità emerge chiaramente, e un poco stancamente, qua e là, trascinando queste voci dei testimoni con una certosina pedanteria. Quel che rimane è quel senso di poetico mistero che ancora si ritrova nella città, quel misto di morte e di resurrezione che, come si dice in napoletano con un termine che rende l’idea alla perfezione, “imporpa” (come un polpo pieno d’acqua) da sempre Napoli.

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Malacqua
di Nicola Pugliese
regia Armando Pugliese
musiche Nicola Piovani
scene Andrea Taddei
costumi Silvia Polidori
produzione Teatro della Città di Catania
lingua italiano
durata 1h 30’
Napoli, Teatro Politeama, 18 giugno 2015
in scena 17 e 18 giugno 2015

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