"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Martedì, 30 Giugno 2015 00:00

Carotine e pappagalli

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La canzone Cara cantata da Christian accompagna due uomini che si trovano sul proscenio, dietro di loro si vede un letto, a sinistra una sedia, a terra delle piccole luci psichedeliche. Il primo uomo è vestito con abito scuro, un naso tondo di plastica come quello dei clown, mentre l’altro è in boxer e canottiera bianca con un lenzuolo in testa a mo’ di velo da sposa.

Il primo uomo, con una forte inflessione siciliana, parla affannosamente di un matrimonio e descrive quello che finge di vedere, cioè la chiesa, i parenti invitati mentre l’altro sta al gioco un po’ costretto, infastidito, ma lo asseconda. Un terzo uomo emerge improvvisamente dalle coltri del letto, rimanendo con un lenzuolo in testa facendo l’eco degli ospiti a questa stramba rievocazione di un matrimonio. Il terzo uomo inizia poi un monologo delirante sui brodini e le carotine di cui egli va matto, per poi passare ad un dialogo surreale tra i tre sulla canzone che stanno ascoltando, Cara appunto, che si ripete ossessivamente, definita “cretina, perciò è pericolosa”.
Si ritorna a celebrare questo rito del matrimonio di cui nessuno sembra avere memoria. L’uomo con il lenzuolo in testa, sempre seduto sul letto, ricorda solo Portobello, la trasmissione televisiva degli anni ’80, in cui i concorrenti cercavano di far parlare un pappagallo tenacemente muto. I tre nei loro ricordi frammentati e confusi urlano spesso, si agitano nervosamente, anche il “fantasma”, che non può uscire da sotto il lenzuolo e sotto il quale si è organizzato un’esistenza senza farsi mancare nemmeno le parole crociate. I tre sono pazienti di una struttura medica, si chiamano tra loro con le diciture Letto 1, Letto 2, Letto 3, sempre confondendosi, infatti ad un certo punto l’uomo sotto il lenzuolo scompare e quello costretto a vestirsi da sposa prende il suo posto, anzi il suo ruolo. Lo spazio scenico viene misurato tutto, i loro gesti prevedono anche battute recitate dando le spalle al pubblico, i tre vivono in una dimensione surreale e limitante nello spazio come quella camera asfittica.
A parte Portobello, praticamente l’unico ricordo è quello di questo matrimonio, che, ricreandolo in una pantomima, dovrebbe far riemergere in loro altri ricordi. Oltre la canzone Cara, anche la canzone Forever Young degli Alphaville, sempre anni ’80, fa riemergere un ricordo di emigrati siciliani partiti per l’Inghilterra, ma il finale, con il suo buio, si riprende questi ricordi, le canzoni e fa sparire tutto nell’oblio. I tre attori Francesco Gulizzi, Salvatore Nocera, Rosario Palazzolo sono indubbiamente molto bravi e padroni dello spazio scenico e dei tempi, che sono molto serrati ricreando benissimo l’angoscia che serpeggia tra i tre e all’interno di loro stessi, alla ricerca di qualcosa che non viene definito, senza avere nessuna certezza di trovarlo. Indubbiamente un testo originale, perfetto nella sua voluta inconcludenza, un’operazione da Festival, finalmente.

 

 

 

Fringe E45
Portobello Never Dies
di
Rosario Palazzolo
da un’idea di Delia Calò, Monica Andolina, Chiara Pulizzotto
regia Rosario Palazzolo
con Francesco Gulizzi, Salvatore Nocera, Rosario Palazzolo
scene e costumi Luca Mannino
disegno luci Toni Troia
produzione Teatrino Controverso
lingua italiano
durata 1h 55'
Napoli, Castel Sant’Elmo – Sala Fringe, 27 giugno 2015
in scena 27 e 28 giugno 2015

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