“A questo mondo, compagni, il peccato in grado di coprire la spese viaggia liberamente e senza passaporto; la Virtù, qualora squattrinata, la fermano a tutte le frontiere”

Herman Melville

Mercoledì, 17 Giugno 2015 00:00

Un mito aereo

Scritto da 

Gli spettacoli di La Fura dels Baus, compagnia catalana che è stata tra le prime a contaminare i linguaggi artistici, non sono messe in scena tradizionali, cioè lo spettatore non si deve aspettare uno spazio scenico determinato, una gestualità incastonata in un rituale iconico e stilistico, ma deve solo farsi coinvolgere dai sensi e muoversi intorno aspettandosi di vedere l’impossibile.

Lo spazio scenico de Afrodita y el juicio de Paris (Afrodite e il giudizio di Paride) è formato dai numerosi metri quadrati antistanti al Teatro Mediterraneo della Mostra d’Oltremare, dove è collocato un palco e uno schermo su cui viene mandato più volte un video con una brevissima sinossi del tema mitologico con due attori dal corpo completamente bistrato di bianco, con poderose corna sul capo, che si fondono in una sola immagine di un uomo inginocchiato a terra con la schiena curva. Il pubblico è in piedi, numerosissimo.
Lo spettacolo inizia con una voce fuori campo che, in italiano, esplicita in una frase simbolica il nucleo della storia: qual è l’origine del mondo e come può l’uomo comprendere un sentimento così enorme come l’amore che va oltre la sua comprensione? La gru enorme che si trova sulla destra depone sul palco tre danzatrici che sono arrivate in volo sulla scena lanciando coriandoli d’oro. Le tre mimano il banchetto di nozze tra Teti e Peleo a cui Eris, la dea della discordia, non era stata invitata. Per vendicarsi si presenta al banchetto scagliando una mela d’oro sul tavolo degli sposi con inciso Kalliste, alla più bella. Sullo schermo si proiettano scene con attori ancora tutti in bianco in scene raccapriccianti, una degenerazione delle passioni, soprattutto dell’invidia. Le ballerine, non si sa se volutamente o per insufficiente preparazione, non si mostrano coordinate come si presuppone dovrebbero esserlo, ma non si fa in tempo ad indagare con occhio più critico che dall’alto della facciata del Teatro Mediterraneo scende Paride, con la camicia azzurra, che cammina sulla parete perpendicolare ad essa. Paride sarà il giudice scelto da Zeus che dovrà decidere chi incoronare come la più bella tra Era, Afrodite e Atena che stanno litigando per avere questo primato. L’arrivo di Afrodite è immaginifico: è un enorme pupazzo manovrato da una macchina con una gru. È altissima, dai riccioli dorati, che avanza dinoccolata manovrata da uomini della compagnia che le tirano gli arti come se fosse un burattino. Avanza tra la folla che è costretta ad aprirsi al suo passaggio con un misto di stupore e timore, quasi come se fosse una platea di formiche pronte ad essere schiacciate.
La storia del mito prosegue con la voce narrante che, ancora in italiano, racconta delle offerte che le dee fanno a Paride per ingraziarselo: Atene gli promette la vittoria in guerra, Era la sovranità sull’Asia, mentre Afrodite l’amore di Elena, la donna più bella che esista. L’arrivo di Elena avviene anch’esso in volo, reso molto suggestivo da una sacca che perde acqua portata in alto dalla gru come un utero volante che letteralmente si apre lasciando cadere tutto il liquido e la testa che fuoriesce seguita dal resto del corpo. Poggiata sul palco troverà conforto tra le braccia di Paride e i due andranno via in groppa ad un cavallo arrivato sempre nello stesso modo lanciando sul pubblico piume che svolazzano leggere in questo tiepida serata. Paride ha scelto Afrodite, dunque, e la simbologia del cavallo che li prende e li porta via è anche il preannuncio all’altro cavallo che decreterà la fine della guerra che si scatenerà dopo la scelta di Paride, perché i Greci vendicheranno caramente il tradimento di Elena portando una lunga guerra a Troia, che sarà l’ultima grande raffigurazione aerea con tanti attori in una tuta bianca, che simuleranno i gesti di una vittoria e di una sconfitta accompagnati da fuochi di artificio. Il pubblico, quindi, assiste prevalentemente a scene aeree che colpiscono molto per la bellezza delle coreografie dove la musica fa da padrone accompagnando le scene più spettacolari.
Chi non conosce la compagnia catalana assiste ad uno spettacolo che a Napoli non si vede facilmente, forse nemmeno in Italia e rimane favorevolmente impressionato da tutto l’allestimento senza sapere che in questa occasione non è stato coinvolto come in genere accade per gli spettacoli de La Fura, che rende il pubblico parte integrante della storia come è accaduto per l’ultima rappresentazione avvenuta in zona, a San Leucio di Caserta, nel 2010 con il Tito Andronico di Shakespeare. Il testo, quindi, non è stato recitato, ma mimato dalle macchine e dalle danze e ha perso in questo modo un’altra forte attrattiva degli spettacoli della compagnia catalana. Non si comprende per quale motivo la voce narrante abbia usato l’italiano e non la lingua originale che ha penalizzato notevolmente uno spettacolo che, non dimentichiamo, è nel cartellone di un Festival che si fa vanto di essere internazionale.
In aggiunta fortemente critica è l’assenza di interpretazione della voce che sembrava limitarsi alla sola lettura, appiattendo un testo che aveva in frasi icastiche la sua potenza: ”La natura dell’uomo è il fuoco che distrugge e fa rinascere tutto per l’eternità”, “Tutti sono portati a qualcosa di importante”, L’uomo è nato per la guerra”.
La responsabilità, conoscendo la professionalità e la storia rivoluzionaria della compagnia, probabilmente è da attribuirsi a chi ha pensato che il pubblico del Festival non potesse comprendere la storia, dimenticando che altrove, ma anche allo stesso Festival svolto in teatro, esistono i sovratitoli, che potevano anche qui essere proiettati sullo schermo. La sgradevolissima sensazione, salvando la qualità dello spettacolo non all’altezza delle aspettative, ma comunque ben costruito, è che La Fura dels Baus abbia fatto da famoso specchio per le allodole ad un festival raffazzonato e senza lode.

 

 

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Afrodita y el juicio de Paris
ideazione e regia
Pera Tantiña (La Fura dels Baus)
con in video Meritxell Esteban, Sabina Pèrez, Nathalie Pierrehumbert, Ramon Tares, Agustina Zaballa
assistenti alla regia Raul Vargas, Agata Tantiña
coreografie Agata Tantiña
regia e realizzazione video Esterina Zarillo
musiche La Fura Dels Baus, Young Joo Lee, Jules Maxwell, Carles Lopez, Pau Tantiña,Pau Domingo
rigging Anigami
luci Jaime Llerins
produttrice Elisabet Vidal
gestione progetto Rosa Arnaiz, Marc Salas
produzione La Fura dels Bau
in collaborazione  Generalitat De Catalunya, Istitut Català de les Empreses culturals, Istituto Nacional de las artes escenicas y de la musica
management Italiano md spettacoli
durata 1h
lingua italiano
Napoli, Mostra d’Oltremare, 13 giugno 2015
in scena 13 giugno 2015 (data unica)

Lascia un commento

Sostieni


Facebook