“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Paola Spedaliere

Un omaggio in parole e note

Il vasto palco del Teatro Delle Palme accoglie un pianoforte sulla sinistra e un leggìo sulla destra, pochi metri dietro il quale, vi è un tavolino con dei fiori, una sedia e una chitarra in attesa. La musica inizia in sincrono con l’apertura del sipario, grazie al Maestro Ciro Cascino, che accompagna l’ingresso di Isa Danieli: lei, in abito nero dagli spacchi rossi e la sua splendida, inconfondibile corona di capelli canuti. Non appena intona Chi tene ‘o mare di Pino Daniele le note diventano riconoscibilissime e commosse.

Parata di paradossale umanità

Il piccolo palcoscenico del Centro Teatro Spazio di San Giorgio a Cremano e il sipario verde, che si apre e si chiude cinque volte per raccontare altrettante storie apparentemente ordinarie, sono il microcosmo di Human Parade n.1 di Antonio Iavazzo.
Il nome della performance è indicativo di ciò che verrà mostrato sul palco, cioè una parata, una breve carrellata di tipi umani che nell’arco di una scena presentano il loro mondo e i loro abissi esistenziali: le prime due storie, infatti, riflettono questo assunto.

L'Amore emarginato

Al centro dell’assito, verso il fondale dove pende un drappo bianco, vi è un altare verosimilmente in pietra, sbrecciato, consunto, abbandonato. Più avanti, nel nero della sala, spiccano due piccole panche affiancate in orizzontale e delle lenzuola bianche a terra, messe a semicerchio a delimitare questi tre oggetti che costruiscono il mondo segreto di Tommaso e Pietro, due giovani malavitosi che compaiono sulla scena dopo un prologo composto da una scena in cui un cantante dalle mani dipinte di blu, accompagnandosi con una tammorra, intona una melodia napoletana e una seconda scena che vede l’ingresso di una donna in sottoveste nera, a piedi nudi con le mani sporche di sangue.

Se l'amore è un diritto

Fedra, antico mito ellenico, non è così lontana da noi, in fondo. Solo una membrana messa come quarta parete ci separa da lei, ci ricorda lei dovunque, anche sui pannelli laterali dove si staglia l’immagine marmorea della donna cretese con occhi vivi e reali.

Tre punti sospensivi

Sul palco del Teatro Nuovo, in fondo, quasi poggiate a terra, vi sono delle lettere bianche con delle piccole lampadine che formano il nome del protagonista Tony P., Tony Pagoda, che si trova a sinistra mentre fuma una sigaretta ed ha di fronte una ragazza che lo assiste. Indossa una vestaglia, sotto cui si intravede una camicia rossa ed un vestito scuro. I capelli sono lisci, di colore castano-rossiccio, con un lungo ciuffo attaccato alla fronte che quasi poggia sulla montatura scura degli occhiali simili a dei Rayban.

Futuro remoto presente

La scenografia di Arancia meccanica non c’è perché il palco è una scatola nera dove la scena è dipinta da fasci di luce bianchissima, tridimensionalizzata dalla musica quasi sempre presente e chiaroscurata dalla gestualità, dagli abiti e dai pannelli scorrevoli come altri elementi di scena. In questo modo l’attenzione è tutta rivolta all’analisi dei personaggi completamente calati in un quotidiano fatto di slang linguistico chiamato Nadsat, di violenza allo stato puro che decontestualizza l’asse temporale della vicenda, ambientata in un futuro ormai divenuto presente.

Tre riflessioni sull'amore

Al Nuovo Teatro Sancarluccio si è svolta la serata di premiazione del Positano Teatro Festival, giunto alla XI edizione. La serata, curata da Gerardo D’Andrea e dedicata al “Teatro che verrà”, ha visto la messa in scena di tre corti teatrali selezionati al festival La corte della formica 2013 di Gianmarco Cesario, che ha presentato la serata.
Isa Danieli ha premiato a fine serata i tre autori con il premio intitolato ad Annibale Ruccello.

Una notte di follia

Notturno di donna con ospiti di Annibale Ruccello è del 1982 ed è stato variamente rimaneggiato nel corso degli anni successivi. In questo testo è evidente come il teatro, come ogni forma artistica, arrivi prima di tutti a cogliere l’anomalia e l’alterità che si stanno sviluppando dalle mutazioni strutturali della società. La pièce di Ruccello, messa in scena al Teatro Bellini con la regia di Enrico Maria Lamanna con una Giuliana De Sio che la porta in scena dal 1996 come se fosse una seconda pelle, sintetizza, senza perdere la sua analisi lucida e commossa, la vita di una donna come tante che nel matrimonio crede di essersi realizzata, come si usa dire ancora in tanti ambienti per rimarcare la sua “naturale” inclinazione al sacrificio, invece si è rinchiusa (o è stata rinchiusa) in una gabbia.

Macelleria Napoli

Una nebbiolina evanescente si incunea tra gli spazi del Teatro Elicantropo ed invade la scena occupata dagli attori del primo quadro, “Bell’è Babbele”, di Signurì Signurì di Enzo Moscato, liberamente tratto dal romanzo La pelle di Curzio Malaparte.

Antropologia applicata alla Mamma

Per la rassegna Il Teatro cerca Casa, il salone di casa Santanelli si trasforma in palco e platea. Sul primo un telo celeste funge da scenografia, creando quasi una dimensione atemporale in cui si svolgono le storie di Mamma. Piccole tragedie minimali di Annibale Ruccello, interpretato da Rino Di Martino. In realtà una dimensione storica è ben delineata e circoscritta perché, queste donne-madri, incarnano parecchie declinazioni di tale status: a partire dalla favola di sapore seicentesco di Giovan Battista Basile, fino alla mamma moderna,“di plastica”, dei primi anni ’80.

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