“Cunto cantanno schiante... / Chiagne scuntanno cunte... / Sconto cuntanno chiante... / Schianto cantanno... punto”.

Mimmo Borrelli

Domenica, 26 Marzo 2017 00:00

La guerra. Sempre uguale

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Valery Fokin e Nikolay Roshchin hanno scelto programmaticamente una dimensione marcatamente metateatrale per mettere in scena il dramma eterno della guerra immanente nelle Troiane di Euripide. Lo spettatore trova il sipario già aperto su uno scenario bellico dal sapore post-moderno. Un lungo e stretto tavolo rettangolare, coperto da una tovaglia bianca, occupa il proscenio. Dietro si vedono sedici sedie, nere, vuote. Sul tavolo bottiglie di vino, bicchieri a calice e piatti, neri anch’essi. Neri sono anche i quattro soldati che pattugliano la scena. Sembrano vestiti da squadra SWAT: casco nero, occhiali da sole, auricolare, mitra.

Dietro il tavolo, sulla sinistra, una struttura metallica nella quale sono inserite due lastre di metallo lucidate a specchio. A destra un pianoforte verticale. Al centro campeggia una grande struttura metallica a due piani, il suo scheletro è un’alternanza di linee orizzontali e verticali intervallate dalle linee oblique delle scale. La struttura è sormontata da un proiettore puntato verso il basso. Il fondale non c’è: il teatro mostra se stesso nella sua nudità, fatta di pannelli metallici, estintori, cartelli di sicurezza, condotti di aerazione.
“Silenzio! Siamo pronti per cominciare! Luci! Fate entrare le Troiane!” Un ufficiale in camicia bianca, cravatta nera, microfono ad archetto irrompe in platea e lancia l’ordine di cominciare la rappresentazione. “Abbassate lo schermo! Portate i cadaveri!”. I soldati scaricano dei sacchi neri di plastica davanti al tavolo, mentre uno schermo viene calato sulla struttura metallica, vi scorrono, in bianco e nero, i volti delle prigioniere, fatte accomodare alla tavola. “Musica per i nostri ospiti! Cominciamo!”. Gli altri ufficiali, che hanno condotto le prigioniere, eppendono gli elmi corinzi alla struttura e siedono al tavolo accanto alle donne.
Fin qui il metateatro. Da questo momento in poi si alza invisibile la quarta parete e il testo di Euripide prende vita in queste moderne fogge. Il testo, come è noto, mette in scena il dramma delle donne di Troia dopo la caduta della città: schiave, bottino di guerra, saranno spartite a sorte tra i capi e i soldati dell’esercito acheo, a seconda della condizione sociale di ciascuna.
A dispetto della fama di misogino di cui Euripide godeva tra i suoi contemporanei, in questo dramma tutto femminile gli uomini appaiono deboli, meschini, spaventati, mentre giganteggiano le figure femminili, in primis quella di Ecuba, la vecchia regina, lucidamente consapevole della sua caduta eppure, al tempo stesso, fiera e dignitosa anche nella sconfitta, capace di scagliarsi anche contro Menelao, per convincerlo a uccidere Elena prima che il suo sguardo e la sua bellezza possano irretirlo di nuovo. La vecchia regina esorta le donne ad affrontare con coraggiosa rassegnazione la loro nuova condizione: “Su disgraziate! Su la testa (...). Non siamo più a Troia (...). Non buttate la vostra nave contro le onde della fortuna!”. Il suo volto è una maschera di composto dolore.
Da un lato Ecuba, dall’altro i capi achei, tronfi e volgari come lo sono i vincitori di tutte le guerre, in tutte le epoche. Plaudono al suo discorso, bevono, brindano, accarezzano le donne troiane. E le donne? Come sempre, in tutte le guerre, c’è chi si ribella e muore e chi si adatta alla nuova condizione, esibendo una volgare allegria nel sollazzare i nuovi padroni.
Il testo di Euripide è sostanzialmente rispettato in questa versione, modernizzante nei costumi e nelle atmosfere, ma non nei contenuti. La guerra, del resto, non è mai veramente cambiata e le parole del 415 a.C. non hanno perso smalto oggi, non risultano inattuali o forzate. Certo, tutto ciò che riguarda il cleos, la gloria, il valore non trovano collocazione nelle società contemporanee, o almeno non nei termini condivisi dal pubblico ateniese del V secolo a.C. Allora c’era la guerra del Peloponneso, che divideva sanguinosamente fratelli della stessa stirpe, Ateniesi e Spartani, oggi abbiamo le nostre guerre, senza confini definiti, talvolta anche rispetto a chi siano gli amici e chi i nemici. Anche l’episodio della morte di Astianatte, fatto scaraventare dalle mura della città affinché non potesse rappresentare il simbolo di un futuro riscatto, preso tal quale risulta anacronistico, o meglio non viene percepito con la stessa carica di orrore che doveva accompagnare il racconto all’epoca.
Veniamo alle differenze, quelle che fanno di queste Troiane qualcosa di diverso da una mera riproposizione filologica del testo euripideo, posto che ogni ricostruzione così detta filologica o “purista” puzza di morte, di riesumazione di qualcosa che in realtà non si conosce completamente e che si pretende di riproporre, scolasticamente.
I personaggi recitano le stesse parole, ma i loro corpi, le loro voci sono inevitabilmente contemporanei e allora il dolore diventa angoscia isterica, il furore profetico diventa delirio, la violenza diventa barbarie e quelle parole, seppure eterne, seppure traslabili in qualsiasi guerra, in qualsiasi tempo, suonano sorde, anacronistiche o forse non aderenti a quei corpi che le pronunciano.
Taltibio, il messaggero, è un personaggio complesso, a lui sono affidate le parole più ciniche e odiose, a lui è assegnato il compito di annunciare a ciascuna la sua sorte, la sua parte di male, di annichilire ciascuna delle troiane sotto i colpi del fato, deciso dalla violenza degli uomini. Solo nel finale l’araldo sembra mostrare un barlume di pietà, quando annuncia ad Ecuba l’ultima catastrofe, l’uccisione di Astianatte, ma allo stesso tempo, le comunica che avrà il diritto di seppellire il bambino, purché faccia in fretta. Lui, dal canto suo, ha già lavato il corpo, lo ha avvolto nelle bende e provvederà a scavare la fossa. Qui l’espressione della negatività del personaggio sembra essere stata affidata alla scelta del registro comico, tale per cui le sue parole hanno sempre un tono di scherno, quasi surreale o comunque fuori posto nell’atmosfera plumbea, dominata dal bianco e nero, che pervade la tragedia. Neri i soldati, neri gli abiti, nere le stoviglie sulla tavola, nera la struttura, bianchi i volti e le carni delle donne, le camicie degli ufficiali, la tovaglia sulla tavola. L’unica nota di colore è rappresentata dal rosso: rossi i pennacchi degli elmi, rosso il sangue che copre il corpo di Elena e che macchia l’immacolata camicia di Menelao.
In chiusura veniamo al finale, il vero momento di discontinuità di queste Troiane rispetto alla tradizione. Il mesto finale di Euripide poneva fine al dramma facendo avviare le donne sulle navi degli Achei. Qui tutto finisce con le donne allineate al tavolo, gli ufficiali dietro, un colpo di pistola, la porta di fondo si apre mostrando il fumo dell’incendio della città. Le ultime parole pronunciate da Ecuba erano state “Sarà bellissimo morire nella mia città”. Scrosciano gli applausi mentre l’ultimo soldato resta di pattuglia sulla struttura metallica.

 

 

leggi anche:
Fulvio Padulano, Cerimoniali dalla guerra di Troia (Il Pickwick, 19 luglio 2016)


 

 

Le Troiane
di
Euripide
traduzione Monica Centanni
regia Valery Fokin, Nikolay Roshchin
regia riallestimento Rosario Sparno
con Angela Pagano, Leandro Amato, Cinzia Cordella, Giovanna Di Rauso, Antonio Marfella, Serena Marziale, Francesca Muoio, Autilia Ranieri, Federica Sandrini
e con gli allievi della scuola del Teatro Stabile di Napoli Angela Bertamino, Elisa Guarraggi, Armando Alessandro Balletta, Vincenzo Esposito, Carlo Geltrude, Gaetano Migliaccio, Dario Rea, Francesco Roccasecca, Umberto Salvato, Francesco Scolaro
scene e costumi Nikolay Roshchin, Andrei Kalinin
luci Gigi Saccomandi
musiche Ivan Kalinin
assistente alla regia Angela Carrano
costumista assistente Annalisa Ciaramella
direttore di scena Silvio Ruocco
macchinista Alessio Cusitore
capo elettricista Peppe Cino
elettricista Ciro Petrillo
fonico Diego Jacuz
operatore video Alessandro Papa
cameraman Sebastiano Mazzillo
attrezzista Marco Di Napoli
sarte Francesca Colica, Daniela Guida
trucco Sveva Germana Viesti
foto di scena Marco Ghidelli
realizzazione scene fratelli Giustiniani, Retroscena
realizzazione costumi Factory Costume
materiale elettrico, fonico e video Emmedue
effetti speciali Mauro Geldi Sfx
trasporti Autotrasporti Criscuolo
consulenza sul riallestimento scenografico Luigi Ferrigno
produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale. Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia
in collaborazione con Teatro Alexandrisky – San Pietroburgo
lingua italiano
durata 1h 20’
Napoli, Teatro Mercadante, 22 marzo 2017
in scena dal 22 marzo al 2 aprile 2017

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