“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Venerdì, 24 Marzo 2017 00:00

Vernicefresca e il paradosso di "Ho.me"

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Mi sono avvicinato alla visione di Ho.me con un sentimento di aspettativa che travalicava l’evento scenico in sé; che fosse uno spettacolo buono o meno buono era sì un aspetto che m’interessava appurare, ma soprattutto mi premeva metterlo in relazione con l’essenza complessiva della compagnia che lo ha messo in scena – Vernicefresca – al fine di completare, con quell’ultimo (e fondamentale) tassello mancante,  la conoscenza del modus operandi di questo gruppo di lavoro.

Il Pickwick sta seguendo da quasi due anni le vicende teatrali e parateatrali (la ricerca di uno spazio, pubblico o privato che sia, il riconoscimento di una legittimazione sociale per un lavoro culturale serio e rigoroso portato avanti da quasi quindici anni), di Vernicefresca, il progetto artistico a cui la compagnia sta tentando di dare vita e quindi ha imparato a conoscerne da presso lo spirito e le modalità di porsi, percependone in primis l’onestà dell’approccio programmatico e subito dopo apprezzandone la cocciuta capacità di insistere (e resistere) in un territorio – quello irpino – che poco fa per valorizzare una risorsa che fornisce un’offerta formativa seria e professionale; mi mancava, nella conoscenza del progetto Vernicefresca, dopo aver avuto modo più volte – e a volte molto a lungo – di parlarne con loro (e con Massimiliano Foà in particolare, che dello spettacolo firma la regia), di venire a contatto con l’ultima tessera del mosaico, ovvero la visione in scena, il contatto diretto e immediato quindi con una poetica che mi consentisse di completare il quadro fornendomi una visione d’insieme.
Ho.me è stato l’occasione di questa conoscenza; è spettacolo che su queste pagine è stato già recensito con acume e profondità, così come ne è stato raccontato il percorso preparatorio, la gestazione scenica, seguendone in buona parte il processo di crescita durante la residenza milanese alla Fabbrica dell’Esperienza ottenuta vincendo il bando Amapola.
Sì, perché per poter esprimere sulle tavole di legno la propria poetica questa compagnia ha dovuto farlo lontano da casa; il che, se vogliamo, rientrerebbe pure in certo “nomadismo vocazionale” che fa parte della vita di chi fa teatro, ma che diventa eccezione, addirittura paradosso, allorquando è da fuori che devi partire per poter ritornare lì dove operi, lì dove conduci – con tutte le difficoltà del caso – la tua attività di formazione, senza che però questa possa ottenere il riconoscimento istituzionale necessario alla prosecuzione ottimale del lavoro e senza che si riesca, in loco, ad avere l’opportunità del confronto con la scena, se non in fortuite e sporadiche occasioni.
È un ritorno a casa, in un certo senso, Ho.me, almeno in regione, a Salerno nell’ambito della rassegna MutaVerso, e sembra proprio l’appendice ad un paradosso, visto che è drammaturgia di uno “scasamento”, ambientata com’è in un luogo-non-luogo che pare votato all’inospitalità e nel quale si consuma un dramma sottile, circonfuso di un’atmosfera straniante, in cui la scenografia essenziale contribuisce a ridurre ai minimi termini il senso ultimo e profondo dello spaesamento, della diffidenza verso l’alterità, della sfiducia verso l’altro, eversore potenziale, minaccia tutta presunta, sospetto nemico. C’è una distopia di fondo in Ho.me, che parla di città distrutte, di un luogo immaginifico abitato da due sorelle (forse), le quali condividono una separazione, in uno spazio condiviso ma diviso (come quel titolo in mezzo al quale si giustappone un punto: “Ho.me”), spazio in cui s’introduce un elemento estraneo – una profuga – che lo invade e nel quale una quarta presenza vaga aleggiando estemporanea, attraversando la scena con in braccio un fucile: Martha Festa, Arianna Ricciardi, Rossella Massari e Jessica Festa danno corpo nell’ordine a queste figure, essenze senza nome, creature “polari” di un simbolismo esemplificativo dell’umano contemporaneo, che teme e rifiuta, scruta in tralice e stigmatizza tutto ciò che esuli dal proprio abituale cono visivo. La disumanità dell’umano è tracciata coi segni sottili di un linguaggio teatrale simbolico ed evocativo, che racconta per allusioni e metafore un microcosmo surreale, distopico ma poi nemmeno troppo.
S’affida a segni essenziali e pregnanti la costruzione scenica di Ho.me: una scala aperta sul fondo ad alludere ad una collina da cui s’avvistano le balene, le già citate cassette di legno, candele e tante scarpe; un simbolismo poetico che, unito ad una scrittura drammaturgica rarefatta, volta a far emergere il senso diluendolo in un apparente non senso (dei dialoghi allucinati, delle onomatopee, delle azioni sceniche), mostra tutta la propria cifra espressiva.
Intendiamoci, è uno spettacolo non perfetto, Ho.me, che sconta ancora nella forma finora raggiunta taluni limiti di composizione che individuo ad esempio in una dilatazione del tempo scenico che comporta qualche calo di ritmo; ma si tratta comunque di uno spettacolo che, terminata la propria gestazione, è ora in fase di crescita, fondandosi su una buona idea drammaturgica ed una salda visione registica, sebbene ancora alla ricerca di una quadratura definitiva.
Eppure è proprio nella sua imperfezione che risiede a mio avviso il valore più significativo di Ho.me, che agli occhi di chi vi assiste mostra di essere in possesso da un lato di un messaggio da trasmettere che è frutto di una propria sensibilità etica e dall’altro di una capacità poetica di comunicarla e renderla tangibile, fruibile mediante un proprio bagaglio espressivo, mediante la messa a punto di un linguaggio che nella sua componente verbale gioca con sapiente dosaggio a mescolare brandelli di senso contemporaneo a non senso testuale, facendo così emergere con evidenza paradossale il dissenso concettuale; linguaggio che nella sua componente fisica e gestuale mostra una compagine attorale di buon livello che pare destinata a crescere insieme allo spettacolo che inscena.
Ed è così che il tassello mancante, quello fondamentale della visione, si trasforma da punto d’arrivo di un’analisi in punto di ripartenza per un’indagine ulteriore attraverso ulteriori visioni.

 

 

 

 

MutaVerso
Ho.me
da un’idea di
Martha Festa
drammaturgia Valentina Gamna
regia Massimiliano Foà
con Jessica Festa, Martha Festa, Rossella Massari, Arianna Ricciardi
elementi scenografici e disegno luci Maurizio Iannino
costumi
Simonetta Ricciarelli
sonorizzazione e musiche originali Massimo Cordovani
locandina Alessia Bussini
comunicazione e grafica Lara Belcastro
foto di scena Valentina Mignogna
produzione Vernicefresca (vincitori della III Edizione del Bando AMAPOLA R-esistenze creative della FE Fabbrica dell’Esperienza – Milano)
lingua italiano
durata 1h 20’
Salerno, Auditorium Centro Sociale, 20 gennaio 2017
in scena 20 gennaio 2017 (data unica)

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