“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Giovedì, 23 Febbraio 2017 00:00

Puri e cresciuti

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Facile dire teatro per bambini. Come se i bambini fossero delle creature facilmente accontentabili, per i quali è sufficiente imbastire una storiella, mettere qualche costume scenografico, due musichette accattivanti e il gioco è fatto. No. Fare teatro per i bambini è una operazione estremamente complessa, impegnativa, molto più impegnativa, per certi versi, del teatro destinato al pubblico adulto, soprattutto se colto. Gli adulti, generalmente, vedono con le orecchie e apprezzano ciò che ritengono socialmente utile apprezzare, motivo della fortuna di tanta sedicente sperimentazione fine a se stessa.

I bambini no. Non sono così generosi, così disposti ad ascoltare chi li annoia, chi pretende di ammaestrarli, di propinare loro opinioni trite o problematiche stantie. I bambini sono giudici severi, implacabili. La compagnia Armamaxa Teatro, da Ceglie Messapica, affronta in piena consapevolezza la fiaba di Andersen La regina delle nevi e sceglie di farlo combinando tre elementi potenti, la parola e il corpo dell’attore da un lato, la musica dei Led Zeppelin dall’altro, fusi in una sintesi perfetta e magica, in cui nessun elemento sovrasta gli altri, ma piuttosto ciascuno si fonde nell’altro, potenziandosi e valorizzandosi a vicenda.
Prima che tutto cominci, a sipario aperto, si vede sul fondo una sedia bianca. Al centro della scena pende una cornice bianca, dal profilo sinuoso, che si staglia col suo nitore sul nero del fondale. Sulla sinistra, più avanzata in direzione del proscenio, pende un’altalena, bianca anch’essa. Questi pochi elementi scenici, combinati con un sapiente uso delle luci, saranno sufficienti a rendere tutti gli scenari di questa complessa fiaba, che parte da un giardino di rose e attraversa fiumi, boschi e castelli per tornare, alla fine, a quello stesso giardino.
L’inizio dell’azione è segnato dal mutare della luce, che si abbassa di tono e si tinge di rosso, un rosso cupo e luciferino, e dall’entrata in scena di un uomo (Giuseppe Ciciriello), vestito di un completo grigio e rosse scarpe di pelle, che si inquadra nella cornice. Racconta l’antefatto della storia, la costruzione di uno specchio magico, da parte di un mago, che ha il potere di distorcere le immagini e i pensieri di ciò che vi si specchia dentro; uno specchio che toglie fiducia, colore, allegria, che rende tutto grigio e piatto e triste: “Persino i pensieri, riflessi lì dentro, diventano subito feroci e maligni”. Il narratore racconta con voce gracchiante, distorta in maniera da apparire distante, come se provenisse da una dimensione altra e lontana, proiettandoci fuori dal mondo contemporaneo, dall’hic et nunc, per approdare a quella dimensione a-spaziale e a-temporale delle fiabe. Il narratore ride satanico mentre fa oscillare in scena uno specchio, lo poggia al fondale e lo fa sollevare, con semplice ma potente artificio scenico, al gesto della mano. La sua risata contagia i bambini del pubblico, intanto una donna (Deianira Dragone) percorre la platea ridendo stridula, agitando un altro specchio che riflette bagliori sinistri e viene poi appeso al fondale. Come ogni angelo troppo potente il mago volle assaltare il cielo, ma l’ascesa comportò la rottura dello specchio in mille frammenti e tuttavia “ogni frammento conservò intatto il potere dello specchio”, conficcandosi negli occhi e nei cuori degli esseri umani che vi si imbattevano. Una rosa rossa viene inserita nel bianco contorno della cornice, partono le note dei Led Zeppelin, l’opera ha inizio.
Il cambio di luce marca la seconda parte della storia, che si svolge nel giardino di rose in cui due bambini, Greta e Kai, si incontrano quotidianamente per giocare. Gerda entra in scena a piedi nudi, vestita di un corto abito bianco stampato con grandi rose rosse. Il suo sorriso parte dagli occhi e si diffonde su tutta la sua persona in un’esplosione di vitalità. La cornice campeggia sempre al centro della scena, anche se adesso l’attenzione si focalizza piuttosto sull’altalena e sui petali di rosa che volteggiano in scena, protagonisti dei giochi innocenti dei due bambini, che ridono e si rincorrono ignari di qualsiasi malvagità del mondo, di qualsiasi tristezza. I due bambini giocano con gli specchi senza averne paura, fanno le boccacce, noncuranti della propria immagine, fino al giorno in cui Kai incontra la regina delle nevi, col suo splendido abito di argenteo ghiaccio cristallino, con la corona e il bracciale scintillanti di di mille diamanti di ghiaccio. La regina viene evocata prima come silhouette, ombra che compare a sinistra, sul pannello di tulle. La sua entrata in scena è segnata dalla caduta di una fitta nevicata di petali bianchi, questa volta fiocchi di neve, che le vorticano attorno, mentre lei ruota su se stessa, impenetrabile nella sua perfezione. La regina accarezza Kai e lo circuisce, lo attira a sé, lo induce a montare sulla sua slitta, poi si allontana, con passo lento, così come è arrivata. Algida, altera, aggressiva, anaffettiva, irretisce gli occhi e il cuore senza donare nulla di sé. Due schegge dello specchio malvagio si conficcheranno nell’occhio e nel cuore del bambino, che da quel momento non sarà più tale, per la prima volta si specchierà in se stesso, si guarderà senza riconoscersi, perché l’incontro con quella donna fredda e bellissima sembrerà aver tolto ogni bellezza al mondo, alla vita, a lui stesso. Il giardino di rose, i giochi, l’altalena, la sua amicizia, tutto sarebbe apparso ormai insufficiente, smorto. Il bambino che sta per diventare un ragazzo fugge dal giardino, da quel mondo ovattato, protetto, magico, che era la sua infanzia e si perde nel vasto mondo, alla ricerca della regina delle nevi, alla ricerca di un nuovo senso, nel tentativo di trovare nuove ragioni per la vita. Anche Gerda, a questo punto, è costretta a seguirlo, a cercarlo, perché la vita dell’infanzia, spezzato il cerchio magico del loro legame, non ha più senso nemmeno per lei così com’è, ormai, senza il suo amico. La bambina deve perdersi anch’essa nel vasto mondo, donare simbolicamente le sue scarpette rosse alla corrente del fiume, affrontare le insidie e le tentazioni della Signora dei fiori, i briganti. Tutte le peripezie la renderanno più forte, più consapevole, trasformeranno la bambina ingenua nell’embrione di una donna. La crescita è dolorosa consapevolezza, rivolta, negazione. Una volta trovato e riconosciuto Kai tra i briganti la bambina si renderà conto, con dolore, di essersi stancata di aspettarlo, di essere cresciuta, di non poter più tornare, con lo stesso sguardo innocente, a quel giardino di rose dell’infanzia. Le sue lacrime, il dolore di quella consapevolezza, scioglieranno il ghiaccio nel cuore del suo amico, faranno sgorgare le sue, di lacrime, faranno scivolare via dai suoi occhi i frammenti dello specchio magico, gli restutuiranno il colore, il calore, la voglia di vivere, la capacità di guardare il mondo con occhi desideranti, stupefatti. Adesso i due amici possono ritornare nel loro giardino, non più bambini, ma ancora bambini, ovvero innocenti, dentro, nel cuore.
Parola, corpo, musica. Gli elementi fusi insieme da Armamaxa Teatro ricreano l’atmosfera onirica della fiaba, combinando l’elemento della narrazione con quello dell’azione. I trucchi scenici sono dosati, quel tanto che basta per incantare lo sguardo, come le scarpe della bambina deposte sulle tavole e trascinate via dalla forza invisibile delle corrente del fiume, quella stessa potenza evocata dalla musica che fa ruotare vorticosa su se stessa Gerda, travolta dai gorghi della corrente. Alla stessa maniera il corpo degli attori impiega ogni mezzo, dal mimo all’acrobazia circense, per mostrare ciò che non racconta, per evocare in un gesto il camminare, il correre, la gioia, il dolore. E la musica. Le note dei Led Zeppelin sembrano germogliare in scena come fiore che spunta, fluire come pioggia che cade, respiro che esce dai polmoni. La sovrapposizione tra l’elemento onirico-fiabesco e la musica non ha niente di artefatto, ma tutto è perfettamente calibrato, dalla scelta dei brani al volume, forse perché nulla meglio del rock è in grado di rendere le contraddizioni e la complessità di quel momento, nella vita di ciascuno, che segna il passaggio dall’infanzia alla pubertà. Il rock con la sua carica aggressiva, con il suo potenziale di rottura e, allo stesso tempo, quella capacità ingenua di immaginare una possibile realtà diversa da quella costituita e cristallizzata nel mondo degli adulti. Quelle note distorte, quei suoni modificati dall’elettronica restituiscono, subliminalmente, qualcosa del ritorno a casa dei due bambini, puri e cresciuti. I bambini in sala, forse troppo piccoli per recepire a pieno il messaggio ultimo della complessa fiaba, hanno ascoltato e visto rapiti, affabulati, conquistati. I semi, probabilmente, germoglieranno in seguito e va bene così.

 

 

 

 

La regina delle nevi. Piccola operina rock
da La regina delle nevi
di
Hans Christian Andersen
progetto Enrico Messina, Giuseppe Ciciriello
da un'idea di Enrico Messina
regia
Enrico Messina
con
Giuseppe Ciciriello, Deianira Dragone
disegno luci Francesco Dignitoso
elaborazioni musicali Mirko Lodedo
costumi Lisa Serio
macchinista Piero Santoro Messina
produzione Armamaxa Teatro
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Teatro dei Piccoli, 19 febbraio 2017
in scena 19 e 20 febbraio 2017

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