"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Martedì, 19 Luglio 2016 00:00

Cerimoniali dalla guerra di Troia

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Al Parco archeologico di Pausilypon i resti romani affacciati sul golfo aprono le porte al Napoli Teatro Festival Italia, offrendo la cornice meravigliosa e ‘naturale’ alla messa in scena di un testo antico, un classico della tragedia greca, Le troiane di Euripide.

Introdotti dalla lunga galleria delle grotte di Seiano, quando spuntano sul sito archeologico gli spettatori si trovano spiazzati: ad accoglierli ci sono soldati in tenuta da guerra e con il mitra in mano che segnano il passaggio per l’anfiteatro, un passaggio delineato ai lati da sacchi che giacciono ordinati a terra e da cui spuntano piedi come di cadaveri mentre un uomo − con la telecamera e una casacca con la scritta “Press” − sta effettuando delle riprese. Ci si volta e si vedono i gradoni dell’anfiteatro pieni di spettatori seduti, in attesa che lo spettacolo cominci.
Una voce da un altoparlante impartisce ordini ai soldati. Quando tutti sono seduti i militari conducono dal fondo le donne incappucciate verso l’anfiteatro, facendole sedere su delle sedie disposte attorno a una lunga tavolata apparecchiata, al centro del palcoscenico, dove viene loro tolto il cappuccio; intanto da lontano spuntano, a musica alta, un paio di SUV da cui scendono militari in uniformi eleganti che, volgari, chiassosi e sghignazzanti, si avvicinano alla tavolata dove siedono le donne, le sedie vuote già disposte accanto ad ognuna di esse, come ruoli predefiniti di una scena già stabilita – compresi sorrisi forzati di circostanza – che non ammette variazioni o improvvisazioni. Il cameramen riprende la tavolata nei suoi particolari, i singoli volti delle donne, dei militari, come durante una cerimonia ufficiale e, sul fondo del palco, sopra un telo montato su una struttura a scala, vengono proiettate le immagini riprese.
La commistione tra antico e moderno è evidenziata ironicamente dagli elmi da antichi guerrieri che nonostante l’abbigliamento moderno i militari portano in testa. Ma si tratta di un contrasto che scaturisce spontaneamente già a partire dalla sovrapposizione tra la scena teatrale e lo scenario naturale (storico) del luogo, confondendo il confine tra passato e presente, realtà e finzione: il passato presente nei resti di mura e pietre antiche, il presente che rievoca il passato con maschere moderne.
Nella tragedia di Euripide si parla del dopoguerra, della guerra appena vinta dai greci che fanno schiave e portano con sé in patria le donne dei nemici morti, le troiane. Il tragediografo diede una rappresentazione dell’arroganza dei vincitori sui vinti, della crudeltà dei greci, ritratti ad accanirsi – a guerra terminata – finanche sui bambini, sui più deboli, sugli sconfitti. Una crudeltà contrapposta invece alla forza e all’orgoglio delle donne che al lutto per la perdita dei loro cari aggiungevano la sofferenza di vedersi schiave, sottomesse al volere dei carnefici dei loro mariti, padri o figli cui si oppongono per quel che possono, cercando di riaffermare la dignità, propria e di tutto un popolo di cui invece si vuole eliminare ogni traccia, fino al rogo finale persino delle mura della città di Troia. La regia russa sceglie una messa in scena carica di una forte dose di ironia, che diviene sarcasmo e giunge alla farsa. Le sofferenze rappresentate, autentiche e ‘tragiche’, anziché risultare ancor più brutali dal contrasto, sembrano invece smorzarsi, divenire inautentiche, false e irrisorie (anche a causa di qualche recitazione un po’ troppo ‘gridata’ ma priva di forza): i monologhi e i dialoghi più intensi e significativi delle principali eroine sono intervallati a scene dove si vedono le stesse troiane ammiccare ai greci, darsi ai loro carnefici, in una sorta di pantomima con maschere gravi, che offre diversi spunti e trovate interessanti ma che, nell’insieme, scorre senza molta tensione lasciando non pochi dubbi tra gli spettatori, che alla fine applaudono in maniera educata ma piuttosto fredda.
Forse i registi proprio in questo modo hanno voluto rappresentare l’attualità del tema: il significato della guerra e le dinamiche che ne scaturiscono, divenute al giorno d’oggi una pantomima da documentare su uno schermo, di cui vanno a denunciare il cinismo e la falsità. Sta di fatto che dietro quella pantomima (o la sua denuncia) non ci colpisce il dolore, autentico invece, che Euripide ha cercato di restituire attraverso le eroine della sconfitta, insieme con l’orrore per ciò che ‘noi’ stessi, noi greci coalizzati contro il barbaro nemico, lo straniero, l’asiatico, avevamo commesso, nel nostro ‘eroismo’.
Anche in quei tempi esisteva la mistificazione, la rappresentazione strumentale della realtà, ma il poeta scriveva proprio contro di essa, con voce forte e chiara.

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Le troiane
di Euripide
traduzione Monica Centanni
regia Valery Fokin, Nikolay Roshchin
con Angela Pagano, Leandro Amato, Claudia Balsamo, Cinzia Cordella, Giovanna Di Rauso, Antonio Marfella, Serena Marziale, Francesca Muoio, Autilia Ranieri, Federica Sandrini
e con
Alessandro Balletta, Angela Bertamino, Carlo Geltrude, Elisa Guarraggi, Vincenzo Esposito, Gaetano Migliaccio, Dario Rea, Francesco Roccasecca, Umberto Salvato, Francesco Scolaro
scene e costumi
Nikolay Roshchin
musiche
Ivan Volkov
produzione Fondazione Campania dei Festival/Napoli Teatro Festival Italia, Teatro Stabile di Napoli
in collaborazione conTeatro Alexandrinsky di San Pietroburgo
paese Russia
lingua italiano
durata 1h 45'
Napoli, Parco Archeologico di Pausilypon, 2 luglio 2016
in scena 2 e 3 luglio 2016

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