“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Sabato, 28 Febbraio 2015 00:00

Tre Madame Bovary

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Čechov quando scrisse le Tre sorelle nel 1900 non aveva in mente un dramma, ma considerava il suo testo addirittura una farsa giocata sul confine sottile tra aspettative e realtà. Stanislavskij ci dà testimonianza della delusione dell’autore nel veder rappresentato il suo testo al Teatro dell’Arte di Mosca come una tragedia. In effetti, anche in questo allestimento di Claudio Di Palma, più dell’ironia di certe battute e di alcune situazioni in cui si trovano i personaggi, si coglie l’angosciante “sentimento del contrario” pirandelliano, complice, probabilmente, anche l’allestimento scenico dai toni cupi e dagli arabeschi curvilinei che rimandano a spire inconsce e dal taglio delle luci precise che spaccano di netto il buio.

La scenografia si sviluppa dividendo lo spazio in tre ambienti puramente simbolici disposti su piani paralleli verticali. Al centro del boccascena vi è incastrata la prua di una barca sospesa verso la platea, arenata sulla spiaggia che occupa lo spazio posteriore ad essa. Una barca che mai ripartirà. Il secondo ambiente ha una folta moquette che simula la spiaggia, dove vi sono tre sedie sdraio, degli accenni di scogli a destra e una balaustra a sinistra che rende l’idea di una discesa verso la sabbia. Il luogo dell’attesa. Nella parte finale dell’assito, come un controscena, si trova, su un palco a cui si accede attraverso due gradini, una grande tavola essenziale come le sedie formata solo dalle gambe e dalla seduta. Una casa senza pareti, un luogo più esterno che interno. Questi spazi disposti verticalmente vengono tagliati da un gioco di linee orizzontali ed oblique: la linea della balaustra, il lungo piano del tavolo e delle sedie, dei gradini, delle sdraio. Un luogo geometrico squadrato nel quale i personaggi non si misurano perché in essi non vedono la realtà, ma il vuoto, perché nella realtà loro non si riconoscono, desiderando continuamente altro da quello che è il presente.
Le tre sorelle protagoniste sono Ol’ga, Maša e Irina, rimaste orfane insieme al fratello Andrèj in una piccola città di provincia dove il padre, morto un anno prima, si era trasferito da Mosca. Il ricordo di questa città è ancora vivo e nitido nei giovani che aspirano a potervi ritornare, annoiati e stanchi della vita vacua della provincia. Andrej sogna un posto di professore di violino all’Accademia dove vedere riconosciute le sue doti e la sua cultura, mentre la più giovane, Irina, e Ol’ga, la primogenita, sognano l’amore ed un lavoro che le emancipi, che dia un senso all’esistenza. Maša, l’unica sposata infelicemente al professore di ginnasio più grande di lei, non aspira a tornare a Mosca, ma a vivere una vita diversa come la più celebre Madame Bovary e si innamorerà del fascinoso comandante di batteria Aleksàndr, amico del padre anche lui tristemente sposato ad una donna aspirante suicida.
Il I atto è centrato sulla festa per l’onomastico di Irina, ventenne che proprio in quel giorno, con tutti i personaggi sulla scena, avverte una straordinaria e potente felicità data dall’aspettativa della vita. Le sorelle con intensità diverse condividono quel sogno, anche il fratello sta per sposare Nataša, malvista dalle donne per la sua mancanza di stile, che altro non è che un vile attaccamento al presente e al proprio tornaconto personale. Il I atto si conclude con l’attesa di queste “magnifiche sorti e progressive” oggettivata nelle sfumature degli abiti delle protagoniste che passano dal un blu cupo di Maša al celeste cenere di Irina, un colore che rimanda al mare, al profondo, ad un’idea di infinito che sembra poter essere raggiunto. I militari, invece, sono vestiti di rosso, ma senza una precisione nei particolari che possano ascriverli ad un’epoca precisa o a un luogo, quando rimandarne giusto all’idea che essi rappresentano.
Il II atto, con un’ellissi di quattro anni, mette in scena Andrej sposato con Nataša, e con un figlio, Ol’ga che potrebbe diventare controvoglia la direttrice del liceo in cui insegna e Irina che si promette in sposa al barone Nicolàj Tuzenbach pur non amandolo, solo per poter andar via da quella provincia. Sono tutti in attesa della festa di carnevale e dell’arrivo delle maschere, ma a differenza del I atto, l’attesa scemerà presto in un’altra delusione perché l’evento non avrà luogo. Nataša, con il pretesto che il figlio non sta bene, annullerà la festa. Il II atto procede di delusione in delusione, il contingente militare che aveva fatto compagnia alla famiglia Prozorov deve partire, Maša deve dire addio all’uomo che ama, Irina perderà il suo promesso sposo in un duello, Andrej, imborghesitosi nel peggiore dei modi, deve abbandonare i sogni accademici e ripiegare sulla posizione di socio del Consorzio Agrario, che gli sembrerà il meglio che gli potesse capitare.
Al di là della trama che non racconta e non svela, ma ri-vela quella noia esistenziale novecentesca che non si risolve mai in passione risolutiva, ma in un continuo soccombere ed adattarsi, le Tre sorelle, in effetti, non può venir rappresentata diversamente da ciò che è, in fondo, una tragedia, una tragedia tutta interiore. I costumi, le scenografie e le luci suggeriscono stati mentali, illusioni, sogni, splendide e suggestive atmosfere rarefatte. Sono questi i punti forti della messa in scena che non regala risate come sperava Čechov, né commozione come si augurava forse il regista, ma spesso qualche sbadiglio. Il punto debole si ravvisa nella recitazione troppo di maniera, accademica, soprattutto troppo urlata nel I atto, con un’enfasi di cui era davvero difficile coglierne il senso. Nessuno tra gli attori spiccava per naturalezza o spessore, anche se vi erano attori come Sabrina Scuccimarra e Andrea Renzi che in passato hanno regalato ben più di un’emozione. Forse era l’intento registico. O forse, come dice Irina nell’ultima battuta: ”Poterlo sapere… poterlo sapere… Tanto è lo stesso…”.

 

 

 

Tre sorelle
di
Anton Čechov
regia Claudio Di Palma
con Paolo Serra, Sara Missaglia, Sabrina Scuccimarra, Gaia Aprea, Federica Sandrini, Gabriele Saurio, Andrea Renzi, Giacinto Palmarini, Paolo Cresta, Alfonso Postiglione, Massimiliano Sacchi, Enzo Mirone, Enzo Turrin
scene Luigi Ferrigno
costumi Zaira de Vincentiis
luci Gigi Saccomandi
musiche Ran Bagno
produzione Teatro Stabile di Napoli
durata 2h 15’
Napoli, Teatro Mercadante, 25 febbraio 2015
in scena dal 25 febbraio al 15 marzo 2015

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