“Non ho mai il senso ultimo di quello che faccio. Vorrei che niente fosse mai finito. C'è sempre qualcosa che ritorna e scompare a cui non saprei dare un nome. Questo stesso enigma, però, mi spinge fino in fondo alle cose”

Antonio Neiwiller

Venerdì, 27 Febbraio 2015 00:00

Circo onirico

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Tutto inizia e finisce a Napoli. Piazza del Carmine. Una veduta da stampa di Raffaele d’Ambra. In fondo la mole violacea del Somma-Vesuvio, minaccioso e fumante come un gigante lontano. In primo piano la strada, lo slargo del Carmine, i palazzi squadrati (prima della lottizzazione Ottieri...), la facciata della chiesa, l’inconfondibile campanile di fra' Nuvolo, che qualcuno ha definito come la punta di una matita stagliata contro l’azzurro del cielo. Entrano i musici, abbigliati in sgargianti giacchette a quadroni gialli e verdi, scarpe con le ghette, farfallini gialli. La tela si alza sul circo, o meglio, su un’idea di circo, un’evocazione attraverso elementi simbolici.

Tutti gli artisti sono di spalle, come manichini coperti dia mantelli rossi con il volto di un clown ricamato, tranne il Narratore, in bianco e nero, neri il cilindro, la marsina, le scarpe lucide, bianchi il viso e la camicia, neri gli occhi e le labbra. Manca il tendone, ma è come se ci fosse. Basta il palo centrale, quasi axis mundi, il perno attorno al quale ruota la struttura. Basta una fila sbilenca di lampadine per suggerire il resto dell’illuminazione. Basta il rosso un po’ stinto dei tendaggi, tesi tra un palo e l’altro, a rendere l’idea del circo. Basta la parata trionfale degli attori, in giostra attorno al palo come cavalli di un carosello. Bastano due baracche di legno a rendere tutto l’accampamento di carrozzoni. Perché poco basta all’essere umano per chiamare un luogo casa. Una grata in ferro battuto. Stampe e fotografie appese sulla parete esterna. E basta una fila di lampadine intraviste all’interno per suggerire la presenza di una toilette da trucco. Trucco e illusione. Allegria sotto la lacrima finta del clown, disperazione sotto il suo sorriso sbandierato. Il circo, come il teatro, recita se stesso, ogni giorno uguale e diverso. La vita scorre, corre, travolge le esistenze. Ma lo spettacolo è lì. Tutte le sere da rifare. Tutta la vita da rifare. E in fondo, forse, anche la vita è così, una rappresentazione nella quale ci si trova immersi, a recitare un ruolo, più ruoli, all’occorrenza, come al circo. Bisogna montare la baracca, staccare i biglietti, fare i numeri, seguire una precisa scansione di tempi. Ogni giorno. Giorno dopo giorno.
Don Ciccio (il direttore del circo), sua moglie Marietta, la figlia Nicolina; il clown Samuele, vecchio e stanco, fatto becco dalla giovane e spumeggiante Giannina, che scappa piroettando col toscano Giannetto; Zenobia, la moglie del cavallerizzo Robero, definita come “una povera donna, non brutta, anche se sgraziata”; Bagonghi, l’altro clown, marito della donna-serpente Bettina, che non dice una parola se non sputa veleno... il Narratore cuce per noi le loro piccole storie, e noi lo ascoltiamo, affabulati, stregati dal tripudio di note e colori.
Ogni dettaglio è prezioso in questo Circo Equestre Sgueglia. E tutto a suon di musica. Ogni gesto, ogni dialogo, anche quando sembra semplicemente parlato, segue la partitura. A ogni suono corrisponde un gesto, ogni passo è un passo di danza. Ogni abito è un capolavoro di studiata noncuranza. Un tripudio di merletti, lustrini, scarpini. Trucchi ostentati ed espressioni artefatte, stravolte, allucinate. Il circo celebra se stesso e celebra il teatro. Attori come maschere, gelati in pose plastiche sottolineate da sapienti giochi di luce. Colori sgargianti e luci soffuse.
Testo e musica di Viviani vivono sotto i nostri occhi come un delirio allucinato postmoderno o forse piuttosto come il sogno del triste Samuele. Naturalismo e antinaturalismo convivono senza sforzo. Le musiche da varietà e la cagnolina azzurra, Madama Lattughella, sospesa a mezz’aria e immortalata dall’occhio di bue, come a sottolineare l’assoluta artificiosità di ciò che si sta vedendo.
La trama triste e banale di piccole esistenze si scioglie in un lieto fine che lieto non è, che commuove e fa ridere, insieme. Parole e suoni che sanno di antico traggono nuova linfa e risuonano perfettamente plausibili, oggi, forse proprio in virtù della patina onirica che avvolge tutta la storia. Profonda la tenerezza e la pena che suscita Zenobia, quasi curva sotto il peso di un nome così aulico ed evocativo e così in contrasto con la sua figura di donna sfiorita, umiliata, angariata da un uomo che non l’ama o che l’ama di quell’amore sterile e violento degli uomini che non sanno amare. Profonda la commozione che suscita l’abbraccio di Samuele e Zenobia, due solitudini che si incontrano, due relitti di vite travagliate, due soffi di polvere, che si dividono lo stesso pane, spezzato dal triste clown quasi come ostia di mistiche nozze.
“Samuè, per la bontà d’animo tua e per la vita travagliata mia ci meritavamo una fine migliore”, dice Zenobia. Samuele le ricorda che siamo polvere, trasportata dal vento, preda della fortuna, anime tormentate in cerca di lenimento. La tela si alza nuovamente sul circo.
I due rientrano zoppicando, appoggiati l’uno all’altra. Tripudio di applausi.

 

 

 

Circo Equestre Sgueglia
testo e musiche originali
Raffaele Viviani
regia Alfredo Arias
con Massimiliano Gallo, Monica Nappo, Tonino Taiuti, Carmine Borrino, Lorena Cacciatore, Gennaro Di Biase, Giovanna Giuliani, Lino Musella, Marco Palumbo, Autilia Ranieri, Mauro Gioia
musicisti Giuseppe Burgarella (pianoforte), Gianni Minale (fiati), Flavio Tanzi (percussioni), Marco Vidino (chitarre e mandolino)
scene Sergio Tramonti
costumi Maurizio Millenotti
disegno luci Pasquale Mari
arrangiamenti musicali Pasquale Catalano
coreografie Luigi Neri
aiuto regia Alfonso Liguori
assistente ai costumi Teresa D’Arienzo
assistente alle scene Luigi Ferrigno
assistente alle luci Lucio Sabatino
trucco Le Foyer Kriss e Carmen

direttore di scena Silvio Ruocco
foto di scena Elisabetta Giri, Salvatore Pastore, Agenzia Cubo
produzione Teatro Stabile di Napoli, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Teatro di Roma
lingua napoletano
durata 1h 40'
Napoli, Teatro San Ferdinando, 24 febbraio 2015
in scena dal 24 febbraio al 28 febbraio 2015

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