“Sì, dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passare del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, forse addirittura immorale”.

Anton Pavlovič Čechov

Venerdì, 30 Giugno 2017 00:00

Le città immaginarie della narrativa americana

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È l'anno dei luoghi. Ho passato i mesi scorsi a raccontarvi di Holt, la città edificata da Kent Haruf, la Main Street della sua trilogia. Colorado. Gente semplice e figli di puttana.
Poi ho preso l'auto e ho affrontato un lungo viaggio verso il profondo Sud e sono arrivato in Alabama. Era il 1935 e si è profilata Maycomb. Vi abitavano un avvocato, Atticus Finch, e i suoi due figli, questi ultimi alle prese con una dimora abitata da "fantasmi", il primo con un caso di violenza domestica tra bianchi che la società dell'epoca aveva trasformato in un processo razzista ai danni di un povero negro. Nell'aula di "giustizia" il ragazzo di colore era difeso proprio da Atticus, che a sua volta stava subendo un altro processo, più subdolo, quello della riprovazione. Già, perché Atticus era un bianco. E mentre mi appassionavo alla vicenda ho notato che Maycomb non esisteva in alcuna carta geografica.
Non è raro in America, sia nei libri che nei film, imbattersi in città immaginarie. Che tuttavia si profilano nella loro... visibilità. Qualcuno ne traccia perfino le mappe. D'altronde è l'America intera a prestarsi a fantasie di vario genere. È il prezzo artistico da pagare per ogni impero. La superpotenza planetaria è diventata di volta in volta terreno fertile per l'ucronia (cito il Complotto contro l'America narrato da Philip Roth con protagonista Charles Lindbergh) o per città distopiche come la Los Angeles di Blade Runner (a proposito, il primo film era ambientato nel 2019, quindi la domanda sorge spontanea: fra poco saremo invasi dai replicanti?).
Vorrei ricordare anche la Enfield di Infinite Jest, il romanzo di DFW dove il collasso è geografico e temporale, tra futuribili confederazioni che evocano la masturbazione e calendari che agli anni tradizionali sostituiscono gli sponsor (l'Anno del Pannolone per Adulti Depend per chi ha letto il libro resterà per sempre a riempire le... grandi concavità del cervello). 
Il titolo italiano del romanzo di Harper Lee è in realtà una traduzione libera che sceglie di focalizzarsi sul superamento dell'ignoto, a simboleggiare una sorta di educazione alla curiosità che vede protagonisti i due figli di Atticus, in particolare la bambina, soprannominata Scout, che è anche la voce narrante. 
La siepe divide la casa di Scout e Jem, il maschietto, da quella di Arthur Boo Radley, personaggio misterioso che ha la fama di essere pazzo e, per questo, se ne sta perennemente rinchiuso. Nessuno sa come sia Boo, né come passi il tempo: sono tutti ottimi motivi per attirare l'attenzione dei bambini che, negli anni, intrecciano uno strano rapporto con Boo, senza mai vedersi, fino all'evento in cui l'apporto di questo tizio sarà fondamentale ai fini della storia. Che sull'altro fronte, quello etico e legato alla condanna del razzismo ha già detto la sua a chiare lettere.
Non intendo soffermarmi molto sulla morale del libro, ne è stato scritto a sufficienza e a meno che tu non sia un fanatico del KKK non puoi che condividerla. L'usignolo ucciso del titolo originale, To Kill a Mockingbird, richiama tra l'altro un uccellino indifeso che può essere solo il ragazzo negro sottoposto a giudizio.
Voglio però aggiungere che negli infiniti percorsi della narrativa americana, o del cinema, è possibile imbattersi, per chi ha pazienza, in qualcosa di diverso dall'ancoraggio "reale" con New York, il New England, la California o la frontiera con il Messico. Leggo anch'io, o forse sarebbe meglio dire leggevo, volentieri Safran Foer, Franzen o Winslow. C'è però un surplus di accattivante nei posti che sono non-luoghi e che tuttavia hanno più forza dei luoghi. Già, perché anche la Maycomb del 1935 di Harper Lee, come è capace di parlarci da cinquantasette anni manterrà analoghe capacità mediatiche tra un secolo. Per "mediatiche" intendo: in grado di "mediare" fra noi lettori e un immaginario verosimile esteso a quella singolare fattispecie del consorzio umano chiamata "città". Termine dietro al quale possiamo svelarne altri di significato socio-antroprologico: comunità, custumi, valori, relazioni, educazione.
La Maycomb del 1935 resterà sempre se stessa, nell'eternità di un romanzo, non potrà essere superata da una, che ne so... del 1994 o del 2020, queste sì davvero inesistenti.
Per chi volesse qualche indizio ulteriore, o dare semplicemente una ripassata, ricordo che c'è pure il film omonimo di Robert Mulligan, tratto ovviamente dal romanzo, del 1962, interpretato da un grandissimo Gregory Peck nel ruolo di Atticus Finch.



 
Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird)
traduzione di Amalia D'Agostino Schanzer
Milano, Feltrinelli, 1960
pp. 304

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