“Pecché, vedite, 'e puttane, soprattutto chelle napulitane, so' fatte proprio accussì: a loro, in fondo, non ce ne fotte niente d' 'e denare, d' 'e solde, no... Lloro so' 'nnammurate sulo d' 'e pparole, 'e chilli sciusce d'aria senza cunsistenza ca so' 'e pparole, meglio ancora si so' forestiere”.

Enzo Moscato

Giovedì, 29 Dicembre 2016 00:00

Trilogia della pianura. Capitolo 1

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Quanto vi proporrò di leggere stavolta è uno e trino. Non per colpa mia ma per merito di Kent Haruf, scrittore statunitense morto nel 2014, una vita riservata nonostante i premi ricevuti, autore della trilogia della pianura. Il suggerimento è: concedetevi a essa senza esitazione.

Haruf ambienta tre romanzi in una località di fantasia del Colorado, Holt, e ci offre un saggio di cosa siano pulizia e coralità. Perché i primi termini che mi sovvengono sono proprio questi. Pulizia dello stile che concilia sobria essenzialità e rara compiutezza, a partire dalla descrizione delle gestualità e reazioni umane. Coralità sinfonica di personaggi e situazioni, ma anche qui ricorrendo a violini e flauti dolci, non a ottoni e tamburi.
Devo fare un’ulteriore premessa. Io sono un pidocchioso e non mi sognerei di leggere una trilogia in modo tale da creare anche un minimo scompenso cronologico. Per cui a mio giudizio si deve procedere dal romanzo numero uno, ovvero quello uscito negli Stati Uniti nel 1999, Canto della pianura, passare al secondo della serie, Crepuscolo, e finire, con ambizioni epifaniche, con l’ultimo, Benedizione.
La casa editrice italiana, benemerita, che ha tradotto e proposto Haruf ha voluto mischiare un po’ le carte. Non pensate male: intanto perché i tre libri sono oramai a completa disposizione, poi perché NN Editore ha prodotto un’edizione di pregio, che si fa amare fin dalla copertina. Vedere per credere. Terzo, le ragioni del rimescolamento sono state spiegate in una lettera aperta che troverete al link http://www.nneditore.it/lettera-aperta-ai-lettori-di-haruf/ e… per poco non convincono pure me che, restando il sopracitato pidocchioso, ho esordito inevitabilmente con Canto della pianura.
La sensazione provata è stata quella di avere Haruf accanto, in procinto di accompagnarti attraverso la provincia americana a margine di ogni cosa: marginale industrialmente, a livello agricolo, perfino delle calamità naturali, come se i tornado non se ne dovessero curare. Ci sono vento, quello sì, e di conseguenza polvere. Ma non interi isolati scoperchiati dalla furia della natura. Una provincia che stenta, incapace di slanci. Di eccessi.
Haruf ti porta nella scuola, nella taverna, nel supermercato, nelle case dove si vivono drammi familiari, dalla madre che ripudia la figlia diciassettenne incinta all’insegnante padre di due figli che vede partire per Denver una moglie in crisi depressiva. Holt non è un posto alla Cormac McCarthy, che Haruf potrebbe in qualche modo ricordare per il modo in cui tratta i dialoghi, in mezzo al testo senza le fatidiche virgolette, e per il rimando che siamo indotti a fare a un’altra trilogia, quella della frontiera frutto della penna dello scrittore di El Paso.
La capacità di Haruf è quella di ovattare la violenza, trapiantandola in un rumore di fondo che evita spargimenti di sangue o la brutalità fisica di Don Winslow, tanto per citare un altro autore americano affidatosi a una saga. Ma non è che non ci sia. Il lettore infatti si dimena tra la violenza psicologica degli adulti, la violenza impulsiva e carognesca degli adolescenti che si rifanno sui più piccoli, la violenza verbale di chi minaccia un onesto insegnante, la violenza arrancante di un vecchio con l’Alzheimer. Situazioni condotte lungo i binari della concitazione emotiva senza che detonino in un’esplosione fragorosa: bastano un graffio e un livido per dare sostanza alla sofferenza di chi li subisce e alla cattiveria di chi li procura. Ho trovato straordinarie le pagine in cui, in un casolare notturno, si svolge l’umiliazione di una studentessa senza che poi succeda chissà che. Grazie agli occhi dei bambini che guardano la scena, Haruf riesce a filtrare il turbamento con l’innocenza di cui sono ancora, chissà per quanto, dotati questi piccoli protagonisti.
Quando il romanzo si affida ai dialoghi, fra gente comune, comunissima, l’empatia fatica da matti a farsi strada e poi c’è sempre Holt, città post-tutto, anche rispetto alla modernità e a suoi mali eclatanti, tipo degrado da deindustrializzazione o disastri energetici, perché il male vero è sottile e ne siamo portatori sempre noi uomini.
In mezzo al guado narrativo, emergono due soggetti improponibili che la penna di Haruf rende proponibilissimi a dispetto delle apparenze: fratelli vaqueros, almeno così si direbbe in spagnolo, scapoloni che a mani nude estraggono vitelli appena nati dal ventre delle giovenche, che rischiano giornalmente zoccolate di cavallo e incornate di toro, brutti, sporchi e, si direbbe a naso, cattivi. Ebbene, i due diventeranno padre e padre della ragazza di 17 anni incinta, ripudiata e da essi ospitata fino al parto di una femminuccia. Funzioneranno da leva permettendo all’umanità di riemergere, a partire dal microcosmo di una fattoria che fino a quel momento aveva conosciuto solo i loro due volti rugosi e asociali.
Canto della pianura è l’inizio di un viaggio e spero che la lettura di questa prima recensione vi abbia spinto a sedervi: da comodi si apprezza di più l’ascolto di un racconto semplice, privo di orpelli ed effetti, che fa della vita, e ce lo ricorda senza asperità, un alternarsi malinconico tra chiusure e tentativi di riapertura.

 

 

Kent Haruf
Canto della pianura
(Plainsong)
traduzione di Fabio Cremonesi
Milano, NN Editore, Milano, 2015
pp. 304

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