“Chi è l'autore di uno spettacolo teatrale? Secondo me nessuno: a teatro è sempre un terzo magico che parla ed è costituito dalla relazione”

Massimiliano Civica

Giovedì, 19 Gennaio 2017 00:00

Trilogia della pianura. Capitolo 3

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E siamo al terzo capitolo, quello finale, della trilogia della pianura. Spero che leggendo le due precedenti recensioni, relative a Canto della pianura e a Crepuscolo, vi siate fatti un’idea dello stile di Kent Haruf e di quanto questo suo percorso letterario mi abbia convinto. 
Partiamo dalla trama di Benedizione: elementi portanti sono quattro famiglie, di Holt ovviamente. Ciascuna diversa dall’altra, ciascuna con dentro i germi della sofferenza, nei ricordi che diventano rimpianti. Che scavano. Ma sapete perché? Perché non c’è lo sfogo del pentimento. Già questo, tanti rimpianti senza alcun pentimento, dovrebbe indurre a riflettere visto che si tratta di un romanzo che nel titolo rievoca la conclusione di una liturgia religiosa. E il pentimento nella religione è essenziale. In questa scorrettezza si cela l’ulteriore indizio della grandezza di Haruf. Mi riallaccerò nella conclusione a questo tema.

I quattro microcosmi familiari somigliano ad altrettanti quadretti da attaccare al muro ma di essi devi decidere cosa salvare, se la cornice, se l’immagine, se nulla. C’è innanzitutto una famiglia borghesissima, padre, madre e due figli, un maschio e una femmina. Negozio di ferramenta in Main Street, una vita di lavoro finché una diagnosi non svela che Dad, il marito e padre, ha i giorni contati. Benedizione diventa il racconto dell’ultima estate di Dad e attorno al suo capezzale si stringono i cerchi di affetto della sua famiglia e delle altre tre che compaiono. Tuttavia, ci sono dei vulnus in agguato.
Intanto nella stessa famiglia di Dad. L’uomo sarà amorevolmente assistito dalla moglie e dalla figlia Lorraine, tornata apposta. A mancare per l’intero romanzo è il figlio, anche se la sua presenza stazionerà in quell’orlo che sa di precipizio, tra sogno e senso di colpa. Un figlio omosessuale scappato di casa. Non è l’unico fantasma con il quale Dad sarà costretto a fare i conti durante il progressivo affaticamento, in attesa dell’ultimo respiro: si aggiungeranno una nipotina persa per un banale incidente, un dipendente licenziato a causa di un furto e poi suicidatosi perché incapace di accettare questo fatto, il doppio approccio con la moglie di quest’ultimo. Ma, ribadisco, si tratta di fonti di dolore che non inducono alla ritrattazione.
La seconda famiglia è quella del reverendo Lyle, il nuovo pastore di Holt, che vive nella canonica insieme alla moglie e al figlio in preda a una feroce insoddisfazione. Lo possiamo capire: da Denver, che non sarà New York ma neppure Colleferro, con tutto il rispetto, con i suoi 650.000 abitanti e lo status di capitale del Colorado, si trova scaraventato in provincia, in una Macondo più a nord dove inanella una serie di delusioni adolescenziali che lo portano ai limiti della crisi irreversibile. Ci si metterà pure il padre a peggiorare le cose con un sermone visto come filo-terrorista dalla parte più reazionaria della cittadina. Lyle verrà chiamato a dare la sua... benedizione a Dad paradossalmente nel momento in cui il direttivo episcopale lo ha sospeso dal ruolo.
La terza e la quarta famiglia sono al femminile, composte da binomi che oscillano tra tenerezza e forzate consapevolezze: le vicine di casa di Dad sono Berta May e la nipotina Alice, vedova la prima, orfana la seconda. Dall’ennesima sperduta casa nelle campagne di Holt, ecco poi Willa e Alene Johnson, madre e figlia, ancora una vedova la prima mentre la seconda è una donna rimasta sola per gli strani giochi del destino. Insomma, pochi sono i motivi per stare allegri. Ogni tanto fanno capolino pure Bob e Rudy, i commessi del negozio di ferramenta di Dad.
Nei confronti di Alice, di questa bambina che pare sia l’unica in salute, gli altri si avvicinano con le loro diverse sensibilità e le loro alterne coscienze. Tutti i protagonisti adulti – e questo terzo è un romanzo di adulti alle prese con una necessità di benedizione perché su di essi aleggia l’idea naturalissima della morte – non possono che provare un riservato interesse per colei che, biologicamente, è la più distante dalla fine. Tant’è che al termine del romanzo, si combinano due decessi, quello di Dad e quello di Alice stessa, che in realtà si è persa con la sua bicicletta e deve solo ritrovare la via di casa. Nei frangenti in cui si teme il peggio per la piccola, si svela l’autentico dramma: una morte presunta sconvolge più di una morte vera, perché quella di Dad rientra nell’ordinario mentre la scomparsa di una bambina, ovvero la morte della lontananza dalla morte, indurrebbe a un disequilibrio enorme in grado di annichilire l’innocente aspettativa di rigenerazione. Sarà Dad a certificare quanto importante sia l’attenzione a questa speranza. Dopo avere carezzato il volto di Alice, dirà alla figlia Lorraine che con lei non si era comportato allo stesso dolce modo, colpevolmente, perché aveva troppo da fare.
Non so se vi siete chiesti nel frattempo: i personaggi dei precedenti romanzi che sorte hanno avuto? Se non fosse per un breve inciso in cui Haruf accenna ai fratelli McPharon, nessuno riappare. Si capisce semmai che sono passati alcuni anni dalle ultime vicende di Crepuscolo, anche il McPharon sopravvissuto non c’è più ma pare sia riuscito a coronare un piccolo sogno d’amore. Mentre Victoria e la sua piccola chissà come sono fatte grandi. Se la storia dei fratelli, e in particolare di Raymond McPharon, è un qualcosa che già appartiene alla memoria della comunità, con Benedizione siamo invece entrati in questo millennio. Dad e la moglie si conoscono nel 1947, entro il 1950 hanno dato alla luce i loro figli, dopo di che passano insieme mezzo secolo di vita. La reazione al sermone del reverendo Lyle, molto idealista e perdonista, fa pensare che la guerra al terrorismo sia già in una fase calda.
Arrivati alla fine di questa cavalcata ci saremo fatti le ossa su varie cose: su cosa sia lo stile letterario, abbiamo detto corale e pulito; su come archetipi da inconscio collettivo come le macrostrutture fiabesche, vecchie quanto l’infanzia del mondo, possano adattarsi alla modernità – nella trilogia si susseguono bambini abbandonati alla maniera di Hänsel e Gretel, orchi come l’Hoyt Raynes di Crepuscolo, matrigne come la madre di Victoria, che a sua volta è un po’ Biancaneve –; di come sia divertente per un autore, perché la scrittura non dimentichiamolo è un divertissement, edificare una città calvinianamente invisibile eppure distinguibile con la sua Main Street e i suoi svincoli per la Highway 34 o la statale per Denver; di come l’America di provincia sia piccola e intima ma anche materiale grezzo adatto per dare respiro epico a una costruzione letteraria.
E ci saremo fatti le ossa seguendo la celebrazione rituale di Haruf: siamo partiti dalla speranza e il canto, per definizione, in ogni liturgia o pianura, apre i cuori, ridà fiato alla fiducia. Siamo passati per il crepuscolo, ovvero il momento di raccoglimento che ci fa cogliere il senso della solitudine a cui ribellarsi. Siamo arrivati alla benedizione. Il momento che ci libera... più che dal male direi dall’ingiustizia e ci restituisce all’esistenza. La benedizione di Haruf ha poco di ecclesiastico, abbiamo detto che non contempla il pentimento o il ravvedimento, è una cuspide laica, un amen affidato, non a caso, nel breve ma titanico epilogo, alla natura. Sì, al ciclo di una pioggia che si fa neve, che si fa tappeto bianco spazzato dal vento che ricopre tutto. In attesa di un nuovo sole che permetta alle prime manifestazioni di vita di riaffiorare.





N.B.: si vedano anche:
Marco Caneschi, Trilogia della pianura. Capitolo 1, (Il Pickwick, 29 dicembre 2016)
Marco Caneschi, Trilogia della pianura. Capitolo 2, (Il Pickwick, 5 grnnaio 2017)


 


Kent Haruf
Benedizione
(Benediction)
traduzione di Fabio Cremonesi
NN Editore, Milano, 2015
pp. 277

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