“Cunto cantanno schiante... / Chiagne scuntanno cunte... / Sconto cuntanno chiante... / Schianto cantanno... punto”.

Mimmo Borrelli

Giovedì, 05 Gennaio 2017 00:00

Trilogia della pianura. Capitolo 2

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Eccoci qua. Con il secondo romanzo della trilogia di Kent Haruf. Abbiamo lasciato i personaggi alle prese con un anelito di speranza. Non ne ho fatto nome nella recensione a Canto della pianura ma sento che è il momento di rompere l’anonimato. Ricordate i due fratelli mandriani e allevatori che avevano adottato una minorenne incinta ripudiata dalla madre? Si chiamano Raymond e Harold McPheron. E la ragazza Victoria Roubideaux.

Il parto è andato bene, Victoria ha dato alla luce una bella bambina e ha deciso di trasferirsi con la piccola in una cittadina universitaria non distante, ma neanche vicinissima, da Holt. E lascia fattoria e fratelli. Ma a ogni azione corrisponde... così Raymond e Harold vivono in pieno una di quelle nostalgie che si accaniscono cinicamente contro la digestione. I due anziani, riconsegnati alle vecchie abitudini, tornano apparentemente indietro nel tempo, a quando avevano fatto della loro abitazione sperduta nella campagna del Colorado, una fortezza scorbutica. In realtà, la frequentazione con Victoria, la sua giovanile bellezza, il suo dare alla luce una speranza, li ha mutati... come dire... geneticamente.
La mappa stilistica di Haruf è simile alla geografia immaginaria che si è inventato: con Holt, appunto, al centro. La sua scrittura c’è senza esserci, s’impone con la forza di uno scossone eppure scivola tipo una carezza. In un’armonia fra pagina e lettore come rare volte capita di trovare. Capisco perché quelli di NN Editore abbiano pensato alla sesta sinfonia di Ludovico Van quando scrivono: “Questo libro è per chi ama guardare la danza delle candele sul muro, per chi ascolta la Pastorale di Beethoven”. Non perché tutto sia idilliaco dentro la trama di questo romanzo, anzi, magari dopo lo spiegherò meglio, ma perché a leggerlo sale davvero un sentimento di riconoscenza per uno scrittore che risveglia dal torpore con l’irruzione di timpani e tromboni ma al tempo stesso induce al dialogo con chiusure affidate ai clarinetti.
Alcuni personaggi del primo romanzo si perdono o meglio si allontanano dalla scena principale, educatamente, come ballerine di seconda fila che capiscono quando bisogna rientrare nei ranghi: sono Maggie Jones e Tom Guthrie, gli insegnanti che erano stati importantissimi per consentire all’autore di puntellare la vicenda di Victoria e delineare la figura, necessaria nell’impalcatura, dell’uomo perbene, non perbenista sia chiaro, alle prese con il disincanto e problemi troppo arcigni. A loro subentrano un ragazzino che si prende cura del nonno, la sua fidanzatina che la madre alla fine costringerà a trasferirsi, Luther, Betty Wallace e i due figli, impauriti dalla violenza dello zio di Betty, e Rose Tyler, l’assistente sociale. Poi ci sono le vie di Holt, l’ospedale, un capanno abbandonato da arredare con quel che si trova per strada, un orto, una roulotte fatiscente, una scuola, un pub. E il gelo, macchine e furgoni che transitano solenni e mute come la seconda neve, quella che cancella ogni traccia. La fine precoce delle giornate invernali. Al vento di Canto della pianura subentra un freddo demoralizzante e il cielo si fa di colore acciaio. Il mosaico corre lungo la tradizionale sequela: le vite si alternano, proseguono per conto loro e poi a sorpresa s’incrociano.
La sfida è vincere la solitudine: Guthrie e Maggie Jones, che restano abbiamo detto ai margini, provano a farlo convivendo. Due bambini riescono a costruirsi un rifugio, un riparo, la campana di vetro sulle cui pareti rimbalza ogni male. Possono però essercene altri a cui va peggio: i figli di Luther e Betty saranno costretti infatti a subire la brutalità dello zio di lei. L’ingresso della violenza nel secondo romanzo della trilogia è meno edulcorato. Le pagine di Haruf in questo caso sono riconducibili ad altre della letteratura americana contemporanea, a quelle del Suttree di McCarthy o del Canada di Ford, ad esempio. Ma in Haruf vince il... crepuscolo, per l’appunto. Quello del titolo. Perché le esistenze, perfino dei piccoli sfortunati protagonisti, non si oscurano del tutto, rischiano di farlo, quello sì, ma mantengono sempre piccoli e faticosi margini di rifioritura. Il buio totale non riesce a imporsi. E ti viene sussurrato all’orecchio, con parole che per quanto siano mormorii risultano convincenti.
Raymond McPheron è costretto a ribellarsi alla solitudine indotta dalle circostanze, non vi svelo quali ovviamente, ma trova forza in alcune telefonate confidenziali con Victoria. Raymond ha vissuto talmente lontano dal mondo che neppure ha avuto chissà quali casini. O cose interessanti. Ma progressivamente scopre che non c’è solo il lavoro. Quello sodo e doveroso. Le pagine in cui Raymond tenta l’impossibile, almeno quello che appare tale ai suoi occhi, sono di delicatezza estrema: è in un pub e non sa che pesci prendere, allora ordina una birra, butta gli occhi di qua e di là e capisce che la vita può anche comprendere uno sbaglio da vecchio, come la serata che si è forzato a trascorrere. Ma chi lo ha detto che si è fatto tardi per un giretto di prova? E non ci riferiamo di certo a quello sopra un trattore che sobbalza tra le mucche al pascolo.



N.B.: si veda anche: Marco Caneschi, Trilogia della pianura. Capitolo 1, (Il Pickwick, 29 dicembre 2016)



Kent Haruf
Crepuscolo
(Eventide)
traduzione di Fabio Cremonesi
NN Editore, Milano, 2016
pp. 320

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