"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Sabato, 21 Gennaio 2017 00:00

Perdersi e ritrovarsi sulle "Otto montagne"

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 “La montagna è un modo di vivere la vita. Un passo davanti all’altro, silenzio, tempo e misura”.

 

Così è scritto nella quarta di copertina de Le otto montagne di Paolo Cognetti e così credo anche io. Le mie, di montagne, sebbene molto diverse, molto più basse, rispetto a quelle del libro, sono un luogo a cui torno sempre volentieri e in cui non mi manca mai il senso di casa. È il senso della montagna, comunque, quello che emerge forte, sospeso tra altruismo e autoriflessione. È buon uso, lungo i sentieri, salutare tutti i viandanti che incontri e scambiarsi delle parole, spesso di circostanza ma che fanno comunque piacere, soprattutto quelle volte in cui è raro incontrarsi. Ci sono delle volte che cammini per ore e sei solo tu e i tuoi pensieri immersi nel roboante silenzio delle valli, con solo la natura come sottofondo. L’incontro in montagna va celebrato, ché dopo tanta solitudine è l’altro che ti salva da te.

Un romanzo sulla lentezza, volendo, sul farsi un passo alla volta. Una scrittura delicata e profonda che piano piano va a costruire quello che potrebbe essere considerato un romanzo di formazione (ma senza quel fastidioso senso moralistico spesso parte del genere) che si mescola all’avventura – proprio come in quei romanzi che Cognetti spesso cita tra le sue ispirazioni – e di cui si fa veramente fatica a distaccarsi. Una volta raggiunta la vetta, la parte più difficile è ridiscendere.
Pietro e Bruno sono i due protagonisti del romanzo. Uno, il primo, vive a Milano e raggiunge le montagne, in compagnie della madre e del padre, solo durante le vacanze estive; l’altro è il “montanaro” nato e vissuto sulla montagna e che vi resta anche quando l’altro parte per tornare in città. L’estate è il loro punto in comune, l’inverno il tempo dell’attesa. Così per anni, finché le vacanze a Grana non diventano una tradizione familiare e l’amicizia tra i due si stratifica e mette radici.
Sono gli anni di avventura tra i ruscelli e casolari abbandonati e i due sembrano configurarsi come due figure dipinte da Mark Twain, come un Tom Sawyer e un Huckleberry Finn. Tra loro, intanto, svetta la figura di Giovanni, padre di Pietro, dalla forma granitica e indomabile. Un animale selvatico costretto alla vita nella cattività urbana che inizia il figlio alle camminate in montagna: “La cosa più simile a un’educazione che abbia ricevuto da lui”.
Un padre che è ben rappresentato dal suo modo di andare in montagna “tutto caparbietà e spavalderia”, ma che non vuole permettere al figlio di illudersi e di perdersi tra le luci della città. Lo spinge su per i sentieri, alla ricerca del passato che si nasconde nelle vette, tra le nevi sedimentate e ghiacciate. In perenne ricerca di un qualcosa di irraggiungibile, nella continua rincorsa di sé stesso e di una propria felicità che dura giusto il tempo di arrivare in vetta, per poi disperdersi nella discesa.
Così come sarà poi Pietro, o Berio (“un sasso era un berio ed ero io Pietro”), tra fughe in Nepal e una costante solitudine sentimentale. Mentre Bruno finirà per somigliare al suo di padre, andando a incarnare l’immutabilità dell’essere nel suo assoluto rifiuto di scendere o abbandonare la montagna e dell’essere un montanaro.
L’unica costante: la loro amicizia. Che resiste al passare delle stagioni e degli anni e che, nonostante periodici distacchi e solitudini temporanee, finisce comunque per attrarli l’uno all’altro. È un perdersi e un ritrovarsi, tra cambiamenti e nuove sfide. O meglio Bruno è al centro, sulla montagna più alta, mentre Pietro va girandogli intorno. Eppure c’è una fermezza in Bruno, quella di chi sa chi è, un’irremovibile consapevolezza mista a testardaggine. Si sente inamovibile e immutabile come le montagne sulle quali è nato e cresciuto (anche se si potrebbe pensare la montagna cambia dopo ogni passo che viene compiuto su di essa) e dalle quali fa fatica a scendere.
Bruno affonda i piedi nel presente, in quel moto di sopravvivenze che deve far superare l’inverno, trova un amore importante ma non duraturo perché “occuparsi di se stessi è già un’impresa. Un uomo è fatto per cavarsela sempre, se è bravo, ma se si crede troppo bravo finisce che va in rovina”. In tutto questo Pietro fa avanti e indietro dall’Asia, dove è impegnato nella cooperazione internazionale, o meglio nel giro delle otto montagne come gli spiegherà un vecchio nepalese.
Bruno finisce sempre più rassomigliare alla montagna che cambia al cambiare delle stagioni: tanto accogliente dalla tarda primavera, quanto ostile e avversa nei mesi invernali; i mesi in cui il bianco cancella passi, tracce e confini, tutto si tinge d’indistinto. Tocca andare a memoria, seguire l’istinto e l’ispirazione: il modo di andare in montagna di Pietro e Bruno, un segreto custodito tra loro, congelato e conservato proprio come quella neve che congelandosi va conservare la storia degli inverni passati. La storia di un’amicizia che è anche la storia di un modo di essere, di vivere o di tornare a vivere (si veda l'intervista a Paolo Cognetti su Corriere della Sera) e un libro che dà un valore essenziale all’amicizia come pochi ultimamente hanno fatto e saputo fare così bene.
Un libro da cui, come per la montagna più alta, è difficile ridiscendere.

 

 

 

 

Paolo Cognetti
Le otto montagne

Einaudi Editore, Torino, 2016
pp. 200

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