"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Mercoledì, 05 Marzo 2014 00:00

Te la do io l'America

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La passione per la letteratura americana deriva dal fatto che i suoi interpreti sanno parlarmi. Non chiunque, sia chiaro. Tuttavia, in genere, apro un libro anche di un autore che acquisto per scommessa e trovo la capacità di far sgusciare fuori una storia da un dettaglio. E questo mi piace da morire. Non voglio casini o sfide incommensurabili: voglio i dettagli. Devo capire dal modo in cui Bob guarda fuori dalla finestra come lui si sente. Cogliere da una semplice nota sull’abbigliamento di Susan che lei è vagamente depressa. Passeggiare lungo le coste del Maine guidato da un punto luce. Un faro. Sentire il rumore sordo di una testa di maiale congelata che uno sconsiderato di figlio getta dentro una moschea durante il Ramadan scatenando il putiferio in una comunità provinciale e chiusa (vi sto dando alcuni dettagli dell’ultimo libro a stelle e strisce che ho letto e a cui arriverò dopo un po’ di divagazioni di carattere generale). Il libro è I ragazzi Burgess (The Burgess Boys) di Elizabeth Strout, pubblicato l’anno scorsoda Fazi Editore.

Amo il senso ineluttabile di declino che investe i protagonisti dei romanzi, la limitatezza delle loro frequentazioni sociali, il clima culturale newyorchese preso a piccole dosi e con la massima cautela, quel macigno della coscienza che è il confine meridionale tra gli Stati ispanici e il Messico, il paesaggio rurale dove si lasciano impronte sulla neve o sul fango se ha piovuto a dirotto per giorni. Gradisco le scritture cristalline, i toni sobri, asciutti, quelli che trasmettono efficacia alle descrizioni psicologiche e grazie ai quali si aprono a ventaglio le sfaccettature dell’animo umano. Ma questo ventaglio devo vederlo, una stecca dietro l’altra, a rivelare una pagina ricamata o dipinta. Aprire il ventaglio può essere cosa lunga, articolata, ammetto pure le retromarce, le inversioni. Però pretendo trasparenza. Allora preferisco Philip Roth e Cormac McCarthy a Thomas Pynchon e David Foster Wallace. Lo dico serenamente. Laicamente. Non me ne frega che Pynchon e DFW siano venerati e oggetto di culto. Apprezzo che, specie l’ultimo citato, abbiano ricercato una profonda e sofferta complicità con il lettore, frutto di uno spaesamento in cui sono ed erano dentro fino al collo, ma all’accumulo di parole e personaggi che diventano un labirinto cerebrale a un certo momento dico stop. Riconosco la mia limitatezza dinanzi alle ininterrotte metamorfosi: si può fare gli apolacalittici e i millenaristi alla Foster Wallace ma dando alle stampe non Infinite Jest bensì Meridiano di sangue, come McCarthy, dove mai viene abbandonata un’idea di scrittura granitica e di compattezza del testo. Si può parlare di libertà, repressione, peccati inconfessabili, imbarazzanti pulsioni, noiose ipocondrie creando il Coleman Silk de La macchia umana di Roth senza ricorrere a Stencil, uno dei protagonisti di V. di Pynchon che assume nel libro almeno otto identità diverse. Insomma, perfino i gatti si fermano a sette, eccheccazzo!
Non è un caso che mi sia piaciuto I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout, per la capacità introspettiva di questa scrittrice, delicata e amante dei dettagli e che qualcuno ha paragonato − vedi? − a Pastorale Americana di sua maestà Philip. I due libri sono in realtà diversi, ma è analogo il sentimento che prende il lettore quando capisce che la china discendente della vita si è oramai intrapresa, quando l’elemento razziale si impone irreversibile e avvenimenti tragici e violenti accaduti nel passato riemergono penosamente.
Jim Burgess è un avvocato di grande successo e straordinaria popolarità. Ha risolto un processo a favore di un imputato che è come se avesse fatto assolvere O.J. Simpson; il fratello Bob, che vive nella sua ombra ed esercita la stessa professione, ha pochissime gratificazioni; la sorella Susan, amara e terribilmente sola ha questo figlio, Zach, che si è messo nei guai lanciando una testa di maiale in una moschea. Questo gesto sconsiderato, che il ragazzo neppure riesce a spiegare razionalmente dinanzi a una giuria, contribuisce a riunire la famiglia e costringe i tre fratelli a confrontarsi con un tragico incidente nel quale molti anni prima aveva perso la vita il padre. Di questo incidente Bob si è sempre ritenuto responsabile ma in una notte di ubriacatura e depressione Jim se ne assume la responsabilità. Dinanzi al pericolo che corre Zach di andare in galera, e Susan di conseguenza al manicomio, pare l’impacciato Bob a dover risolvere la situazione: una follia. Jim nel frattempo è con la sua raffinata e ricca moglie Helen a spassarsela ai tropici. Ma il destino non conosce diamanti e isole dei Caraibi: arriverà il momento di raccogliere le forze per ritornare, tutti, là dove erano stati seppelliti i segreti di famiglia.
I ragazzi Burgess diventa la storia di uomini e donne che sono costretti ad affrontare un dolore rimosso dal quale si sono illusi di poter sfuggire. Il romanzo si interroga sul rapporto tra tempo e dolore, responsabilità e fuga. Il protagonista, in fondo, è Jim, questo uomo di legge che frequenta i mass media ma che si porta dentro un immenso dramma e che rischia di fare scoppiare il suo matrimonio per una storiella di tradimenti alquanto squallida. È un antipaticone pieno di risentimento − ma chi non ne è fornito? − che pensa di non avere avuto abbastanza anche se l’apparenza direbbe il contrario. Ecco il punto nodale, la Strout quasi ti prende per mano e te lo sussurra: pure da adulti non smettiamo di credere di essere vittime di chissà quali ingiustizie. Questo ci mette in conflitto, specie con chi sta accanto. Una riflessione che rievoca certi passi di Franzen, una riflessione che dovrebbe varcare l’oceano, sbarcare alle nostre latitudini e rintracciare un autore europeo capace di tradurla in grande letteratura, come riescono questi yankee che vivono in un paese con tanti di quei contrasti ma producono gli anticorpi necessari a curarne le più profonde contraddizioni.

 

 

 

Elizabeth Strout
I ragazzi Burgess
traduzione a cura di Silvia Castoldi
Roma, Fazi, 2013
pp. 447

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