“Ricordati sempre: la sofferenza passa, la bellezza resta”

Pierre Auguste Renoir

Venerdì, 14 Luglio 2017 00:00

I deliri positivisti di Alberto Laiseca

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L’inarrestabile fucina letteraria di Arcoiris ci offre uno dei suoi gioielli più rari. Alberto Laiseca (1941-2016) è la punta di diamante del capillare lavoro di diffusione della cultura letteraria latinoamericana promosso dalla collana Gli eccentrici. Dopo Avventure di un romanziere atonale, pubblicato nel 2013, esce Uccidendo nani a bastonate, una raccolta di racconti pubblicata originariamente nel 1982. Uccidendo nani a bastonate è la chiave d’accesso per conoscere alcune ossessioni letterarie di Alberto Laiseca, tra cui non annoveriamo l’idea di iniziare un titolo con un verbo al gerundio (il titolo originale è Matando enanos a garrotazos).

Si tratta di un vezzo isolato e non si è più ripetuto nel suo lavoro letterario, nonostante non fosse passato inosservato nemmeno a Jorge Luis Borges, il quale, ça va sans dire, contestò la scelta.
Le ossessioni evidenti in questa raccolta sono sostanzialmente tre: la prima, riguarda la necropolitica; la seconda i Sorias (che torneranno nel gigantesco romanzo omonimo del 1997); la terza, già presente in Avventure di un romanziere atonale, il ridicolo processo della scrittura e le miserie del mondo letterario. Tralascio l’ultimo punto, caposaldo del volume del 2013 e mi soffermo quindi sui primi due. Laiseca si diverte, nei tredici racconti che costituiscono la raccolta, a riproporre alcune variazioni sui temi della tecnocrazia, del consumo del corpo, della tortura e della pazzia. Si tratta delle ossessioni che ritroviamo anche nei racconti di En sueños he llorado (2001) e nel film Querida voy a comprar cigarrillos y vuelvo (2011), tratto da un suo racconto. L’intera sua produzione letteraria è in fondo un vortice di patimenti, sadismo e annichilimento. I poveri nani, se davvero venissero uccisi a bastonate, soffrirebbero meno di quanto non lo facciano le vittime della scienza e della tecnocrazia che affollano queste pagine. La destrutturazione delirante del positivismo operata da Laiseca è strutturata sull’annullamento delle istanze biologiche. Da un punto di vista conciliante ed eurocentrico, sembrerebbe parlare di nazismo, una sorta di altrove mostruoso su cui l’Europa riflette a volte per mero esercizio. Eppure, la temporalità dei racconti trascende il periodo (se vogliamo anche breve, in fondo il delirio nazista è durato dodici anni) in cui Hitler ha reso palese il trait d’union che esiste tra tecnologia, controllo e supplizio. Laiseca riflette sull’Argentina a lui contemporanea ma, grazie alla sua potenza letteraria, espande le dinamiche della sofferenza moderna al rapporto generale tra uomo, potere e scienza. Una ripetizione ad infinitum del medioevo, refrattaria alla teoria foucaultiana per cui è possibile marcare un confine tra il supplizio come castigo (precedente al XVIII secolo) e la prigione moderna. Però c’è un piccolo particolare che ci sfugge: la galleria di torture che attraversiamo nella lettura di Uccidendo... è l’iperbole di necropolitiche quotidiane di cui veniamo a conoscenza attraverso i mass media o Internet e subito dimentichiamo. Laiseca non crede che la preservazione del corpo sia il fine ultimo della politica, anzi. Se consideriamo gli anni delle ultime dittature latinoamericane come il banco di prova dell’imposizione neoliberista, della vita codificata e del consumo, Laiseca e tutti gli argentini hanno attraversato un calvario da cavia di laboratorio. Per questo, il nostro autore descrive consapevolmente la scienza nei termini di un’estensione del dominio sul corpo, e la tecnocrazia come ente preposto all’organizzazione del tormento.
Sarebbe a dire, estendendo il concetto al quotidiano: il consumo è il processo per cui il desiderio si riversa nel reale e allo stesso tempo mortifica le sostanze (gli uomini e le donne). Questa equazione può essere verificata considerando l’esplicita figura del narratore. Chi può elevare una serie di storie incentrate sulla libidine della tecnocratica e della morte? Due barboni abbandonati su una spiaggia popolata di immondizia e sudiciume, portavoce di un sublime letterario e di una forma eroica di resistenza. La continua ricerca di ciò che ci inorridisce o ci spaventa; la quintessenza del sadismo, della distruzione, dell’oscenità: l’opera di Alberto Laiseca, uno scrittore assolutamente geniale.



 

 

Alberto Laiseca
Uccidendo nani a bastonate
traduzione di Loris Tassi, Lorenza Di Lella
Edizioni Arcoiris, Salerno, 2017
pp. 156

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