“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Mercoledì, 02 Febbraio 2022 00:00

Della poesia e dei suoi manifesti

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La ricerca di Loris Tassi sulle produzioni letterarie meno note di Vicente Huidobro porta alla pubblicazione di un terzo volume: dopo la pièce teatrale Sulla Luna e il romanzo gotico-fantastico Cagliostro, la collana “Gli eccentrici” di Arcoiris ci propone Manifesti (1925), una raccolta che contiene riflessioni sull’arte poetica e alcune brevi prose liriche.

Si tratta di un altro tassello utile a comprendere sia la complessità della visione letteraria di Huidobro, sia il contesto di elaborazione culturale dell’Avanguardia che, da un certo punto di vista, contraddistingue il rapporto tra arte e politica nel XX secolo. Le caratteristiche dell’Avanguardia sono infatti palesi nel volume in questione e possono essere ricondotte a due elementi fondamentali: lo sguardo scientifico e l’autoreferenzialità.
In primo luogo, l’approccio empirico verso la fenomenologia del linguaggio lirico è elaborato da Huidobro a partire dal tentativo di dimostrare le dinamiche psichiche di un poeta. Il dibattito è tra l’opinione per cui il poeta è un soggetto irrazionale in grado di elaborare il pensiero poetico a partire dal concetto sublime di ispirazione, un irresistibile moto involontario e non classificabile secondo le conoscenze linguistiche e psicanalitiche che non potrebbe essere classificato nell’inventario degli atti riproducibili – ogni atto poetico sarebbe arcaico, spontaneo e quindi unico e irripetibile –, e per contro, una razionalità differente per cui il poetare sarebbe dettato da una forma di raziocinio alternativa a quella meccanica e utilitaristica. “L’automatismo psichico puro – vale a dire la spontaneità completa – non esiste. Poiché ogni movimento, come spiega la scienza, è la trasformazione di un movimento interiore” (p. 9). Questo l’esordio argomentativo di Huidobro che, partendo da La scienza nuova di Vico, dimostra come il pensiero sia sempre dettato da valutazioni di ordine razionale, anche quando si traduce in un linguaggio non quotidiano.
A partire da questo presupposto, Huidobro traccia una genealogia qualitativa del concetto di razionalità. Vale a dire che, con piglio tipicamente avanguardista, stabilisce una demarcazione netta tra un “noi” e un “loro”, ovvero tra i poeti che lui considera autentici e quelli che, al contrario, propongono esercizi linguistici, scaltre variazioni su schemi e formule. Questa è l’attitudine autoreferenziale a cui si accennava. Tristan Tzara e Huidobro possiedono la ragione poetica in quanto, nella loro espressione, è celato il segreto del poetare, del rendere quella razionalità alternativa, inspiegabile ed essenziale, un testo poetico fruibile, inserito nel mondo; in altri, come in molti surrealisti e in tutti i futuristi, c’è una cieca fiducia nel caos o una stolta esaltazione della novità (da un prospettiva decoloniale, Alejo Carpentier esprime la stessa opinione nel famoso prologo al suo romanzo Il regno di questo mondo del 1949). E quindi, Manifesti spiega le caratteristiche che fanno del creazionismo, il movimento huidobriano, il traguardo ultimo della creazione artistica. All’apoteosi dell’autoreferenzialità, Huidobro dimostra che la pratica poetica della sua cerchia è, tra virgolette, giusta e richiama la dimensione metafisica dell’arte, la cui dimensione si estende da un piano prettamente umano a uno trascendentale. Per questa ragione, un aggettivo che definisce il Huidobro di quest’ultimo volume tradotto da Loris Tassi è sicuramente mondano. Vive nella sua attualità e nell’eleganza, fa parlare di sé perché ha o si attribuisce una rilevanza superiore a quella della vita comune (“Ti perdono, uomo debole”, scrive Huidobro, “capace di placare la tua fatuità con le tue menzogne”), ed è una tipologia dell’espressione dell’essere che si sostituisce a Dio (o alla Natura, o alla Scienza) tanto da includerlo. L’ultima poesia (in prosa) raccolta nel volume, infatti, termina con queste parole: “Osserva, Signore. Il firmamento è un posacenere sugli addii. Soffoca tutti i dolori. Ascolta questo mandolino che continua a suonare dopo la fine del mondo”.
Provocazione e limite dell’avanguardia: la celebrazione del sé e l’annichilimento dell’altro ne fanno il luogo artistico perfetto per sintetizzare la missione dell’umanità nella Modernità.





Vicente Huidobro
Manifesti
traduzione di Loris Tassi
Arcoiris Edizioni, Salerno, 2021
pp. 100

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