“Il grande tormento dei timidi è che, esteriormente, essi passano per degl'inattivi, degl'indifferenti, dei rassegnati, dei privi di bisogni; mentre invece l'interno del timido vibra di una segreta e struggente attività. Ma per accorgersi di questa segreta attività bisognerebbe chinarsi sul timido e ascoltarlo come si ascolta il tic tac di un orologio”

Alberto Savinio

Giovedì, 21 Gennaio 2021 00:00

Sulle tracce del Falso Inca

Scritto da 

Alla fine del 2019, Arcoiris pubblicava il romanzo di Roberto J. Payró, tradotto da Loris Tassi, Il falso Inca (1906). Nella recensione apparsa su Il Pickwick, citavo gli altri due romanzi storici dell’autore argentino e, oltre a El mar dulce (1927), mi soffermavo su Chamijo (1930), “prequel” de Il falso Inca.

Dopo pochi mesi, Tassi colma la curiosità dei lettori con la seconda traduzione che ha per protagonista Pedro Chamijo. Adesso assistiamo al primo tentativo di Chamijo di raggiungere il potere e (eventualmente) la ricchezza attraverso l’invenzione del personaggio di Pedro Bohórquez Girón, hidalgo spagnolo che millanta la conoscenza di una città paragonabile a El Dorado: Paititi.
Quest’opera di Payró è interpretabile da differenti punti di vista. Innanzitutto, è un romanzo d’avventura basato su fatti reali: le molteplici spedizioni e gli altrettanti fallimenti alla ricerca di Paititi. Allo stesso tempo, è una storia di inganni e tradimenti, in linea con la tradizione letteraria argentina della falsificazione e dell’inganno e, più in generale, si collega alla picaresca di cui si è già scritto nella recensione a Il falso Inca. Eppure, la macrostruttura narrativa di Chamijo ci riporta alla costatazione di un mondo coloniale allucinato, brutale e violento. I quattro episodi fondamentali di cui è costituito il romanzo trascorrono il primo a Lima, il secondo a Buenos Aires, il terzo di nuovo a Lima e l’ultimo nei pressi di Potosí, nell’odierna Bolivia. Pur cambiando le ambientazioni, ciascuna vicenda ripete un unico stratagemma e un solo finale. Lo stratagemma, è l’inganno con cui Chamijo/Bohórquez Girón convince il potente di turno a concedergli la possibilità di spingersi alla scoperta della agognata città di Paititi, la dimora del Gran Padre Bianco. Il finale, è la disavventura e la fuga a cui Bohórquez è costretto ogni volta che la sua frode viene smascherata: Chamijo si sposta di continuo da un posto all’altro per sfuggire al gabbio se non alla forca ma, in ogni luogo in cui approda, il delirio del mito di El Dorado, della bramosia di ricchezza coloniale, si rinnova inalterato. In ognuna di queste località, la fabulazione di Bohórquez Girón e l’invenzione della città di Paititi sortiscono sempre lo stesso effetto, ossia accecano gli interlocutori del protagonista. Il mito si fa ossessivo e riproduce la concupiscenza, l’ingordigia.
Però, tutto quello che inizia come sogno di ricchezza si trasforma, in seguito alle azioni di Chamijo, in incentivo all’indipendenza: prima di capitolare, Chamijo offre alla truppa o alle autorità provinciali la possibilità di rendersi indipendenti dall’odiosa autorità coloniale. Chamijo riprende in fondo una costante della colonizzazione dell’America da parte degli spagnoli. Se prendiamo come esempio le due spedizioni alla ricerca della mitica città d’oro lungo il Río Amazonas a cui il romanzo allude (p. 22), il risultato di entrambe è sempre stato lo stesso: difficoltà estreme, sconforto e ribellione. La prima, del 1545, capitanata da Francisco de Orellana – primo spagnolo a navigare per intero il fiume fino alla sua foce nel 1542 –, costò la vita a buona parte dell’equipaggio, compreso il capitano e si rivelò un disastro di immani proporzioni. La seconda è la nota – per il film di Herzog, Aguirre, furore di Dio – spedizione del 1562 a cui prese parte anche Lope de Aguirre e che si concluse con la sovversione, l’ammutinamento e la dichiarazione di indipendenza degli insorti (i marañones) dalla Spagna. Sommariamente, questa è la stessa traiettoria dei progetti o delle spedizioni che intraprende Bohórquez Girón e, in un certo senso, il finale complessivo della storia di Chamijo riguarda proprio la volontà di separarsi dalla Spagna e di comandare su un’altra cultura. Come sappiamo da Il falso Inca, Chamijo rinuncia alla cittadinanza spagnola, alla sua identità giuridica. Se Lope de Aguirre costringe (almeno così scrivono le cronache sulla vicenda) i suoi compagni di ventura a firmare un documento con cui, sostanzialmente, dichiarano l’indipendenza dalla Spagna, Bohórquez Girón decide di cercare la propria fortuna nell’indipendenza indigena, spacciandosi, come è giusto che faccia un millantatore, per l’ultimo imperatore Inca. Aguirre, quindi, alla guida di un esercito, definisce la propria indipendenza secondo le modalità a lui note; Bohórquez Girón, nella solitudine della sua individualità (la presenza della sua compagna Carmen è sporadica e ambigua in Chamijo, mentre ne El falso Inca è più rassicurante), decide di “uscire dalla sua civiltà” per cercare la realizzazione delle sue finzioni tra gli indigeni Calchaquí. Insomma, il Bohórquez Girón (o Chamijo) di Payró fa simpatia e un po’ di tenerezza perché cerca, maldestramente, di riprodurre gli schemi coloniali di allucinazione narrativa e sopraffazione, senza riuscirci. La sua parodia del potere coloniale, quindi, oltre a metterne in mostra tutta l’antropofagica ingordigia, lo espelle dalla narrativa dei vincitori e lo introduce nel lato perdente della storia a cui siamo tutti affezionati.




Roberto J. Payró
Chamijo

traduzione di Loris Tassi
Edizioni Arcoiris, Salerno, 2020
pp. 68

Lascia un commento

Sostieni


Facebook