“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Martedì, 09 Giugno 2020 00:00

Un impostore del XVII secolo

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Roberto J. Payró è uno scrittore argentino vissuto a cavallo tra i secoli XIX e XX la cui opera letteraria rischia costantemente di terminare nell’oblio. Tra i tanti meriti del lavoro letterario di Loris Tassi, direttore della collana “Gli eccentrici” di Arcoiris, contiamo il recupero di uno dei testi meno considerati dell’argentino (al netto di estimatori importanti come César Aira), Il falso Inca (1906).

Dell’autore sono molto più letti, almeno in Argentina, i racconti del Pago chico (1908), storie di carattere costumbrista su di un mondo remoto e idealizzato, la zona di Bahía Blanca, Divertenti avventure del nipote di Juan Moreira (1908) e Il matrimonio di Laucha (1906). Oltre a ciò, è riconosciuta la sua abilità di cronista nella descrizione della Patagonia argentina (La Australia argentina del 1898 e Nelle terre dell’Inti).
Ossia, sommando a quelle citate altre opere di colore locale, Payró è stato un brillante osservatore della modernità letteraria, culturale e politica argentina, in particolare di fronte ai grandi cambiamenti dell’inizio del XX secolo: il rafforzamento numerico e politico del ceto medio nella capitale argentina anche a seguito dell’impatto demografico dato dalla valanga migratoria, in particolare di italiani, e la creazione di un pubblico lettore sempre più vasto interessato a forme narrative come il romanzo d’appendice (e questo è Il nipote di Juan Moreira, per esempio), adeguate ad esprimere un immaginario politico e culturale.
Di minor risonanza sono tre romanzi di carattere storico in cui si narrano sbalorditive avventure del periodo della conquista. Il primo, per esigenze di esposizione, è Il mare dolce (1927) in cui Payró immagina le vicissitudini del mozzo Francisco del Puerto. Il giovane orfano integrava la spedizione di Juan Díaz de Solís al Río de la Plata del 1527, decimata dagli indigeni (probabilmente) Charrúa e narrata con abbondanti truculenze da cronisti dell’epoca come Ulrich Schmidl e Martín del Barco Centenera. Il luogo “dove digiunò Juan Díaz e gli indios mangiarono” (Borges, Fondazione mitica di Buenos Aires; Tutte le opere, p. 141) è il fiume, al suo estuario tanto grande da sembrare un mare (dolce), in cui si perdono le tracce del mozzo, prigioniero degli indigeni e il cui destino è estraneo ai libri di storia: si dice abbia fatto ritorno in Spagna dopo alcuni anni, riscattato, si suppone, da Sebastiano Caboto, o al contrario sia stato alleato degli indigeni nell’imboscata tesa allo stesso Caboto. Sta di fatto che quest’avventura, di cui rimangono solo lacune e poche informazioni, è confluita in un delizioso romanzo di Juan José Saer, L’arcano (1983), e l’opera di Payró si è convertita in un mero riferimento bibliografico.
Il secondo e il terzo romanzo riguardano le vicende di un impostore andaluso del XVII secolo, Pedro Chamijo o Pedro Bohórquez o Inca Hualpa che, millantando la discendenza da Manco Capac e Mama Ocllo (la coppia fondatrice della cultura incaica, il Tahuantinsuyu), riesce a farsi incoronare Inca (ossia imperatore) e regnare per un paio di anni. Chamijo (1930) è quindi il “prequel” (di prossima pubblicazione) de Il falso Inca, in cui l’abilità di cronista di Payró ricostruisce le rocambolesche avventure del filibustiere Bohórquez nel tentativo di fomentare la ribellione degli indigeni Calchaquí contro gli spagnoli.
Sebbene il testo di riferimento di Payró sia stata una cronaca di taglio piuttosto classico, la Relazione storica dei Calchaquí (1696) di Hernando de Torreblanca, in linea con i gusti di un pubblico ormai di massa l’autore condisce la vicenda con le peripezie del romanzo d’avventura, la storia d’amore e una certa dose di picaresca (questo secondo la critica). Il narratore interviene un paio di volte con decisione nella storia per orientarne la lettura. In primo luogo, nella dedica introduttiva determina che non si tratta né di “storia o di letteratura”, ma le contiene entrambe (e quindi è una cronaca); sul finire del romanzo, glossa la vicenda con un laconico “un tradimento dopo l’altro, in una successione interminabile” (p. 112). La lettura morale delle vicende di Bohórquez è quindi evidente e, oltre alla narrazione in terza persona inusuale nella picaresca, non mi sembra possibile ricondurre Il falso Inca al genere per ulteriori ragioni. Innanzitutto, la storia racconta un unico impegno – quello di farsi incoronare Inca e di muovere guerra agli spagnoli – e non si dipana attraverso episodi più o meno collegati fra loro. Il secondo dipende dal giudizio del narratore, quando invece nel Bildungsroman la visione del mondo dipende esclusivamente dalla percezione del protagonista.
Tuttavia, rimane il fascino di una storia in cui il potere è tradimento, farsa, improvvisazione e tragedia. Impostore, affabulatore, pícaro, eroe, visionario, tutti gli appellativi adeguati a descrivere l’epopea di Bohórquez secondo la sua maggiore biografa Ana María Lorandi (Di Quimere, Utopie e Ribellioni: le gesta dell’Inca Pedro Bohorques [sic], Lima, 1997), vengono declinati in Payró nel fascino del male. Il mondo del romanzo è costruito unicamente sulla cospirazione e il tradimento, tema poi sviluppato proficuamente nella letteratura argentina. Ne Il falso Inca però, non tutti i cospiratori sono negativi. Ci sono personaggi valorosi, affascinati, per qualche strana ragione, dalla figura del falso Inca che “non ha cervello, solo parlantina e audacia” (p. 72): Carmen, la meticcia che lo accompagna, e Luis Enríquez, un indigeno Calchaquí, la cui determinazione funziona da contraltare all’avidità di Bohórquez. In fondo, Il falso Inca celebra una civiltà annientata, quella andina, di fronte a una cultura aggressiva e senza scrupoli disposta ad accogliere qualsiasi imbonitore impenitente come Bohórquez, posto che questo sappia creare l’illusione della ricchezza da depredare.
Il centro del romanzo è Bohórquez solo perché attorno a lui ruota una serie di valori, positivi e negativi, messi in scena dai personaggi con cui entra in contatto, dalle autorità coloniali, avide e allucinate da presunti immensi tesori, o agli indigeni Calchaquí o Quilmes, disposti a difendere fino alla morte la loro dignità perduta.





Roberto J. Payró
Il falso Inca
traduzione di Loris Tassi
Edizioni Arcoiris, Salerno, 2019

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