“Sai quello che succede con le poesie? Un giorno sembra che l'hai pensata tu. E non sai se sei stato tu a raggiungerla o è lei che ha raggiunto te".

Daria Deflorian

Giovedì, 12 Dicembre 2013 00:00

Ma che vuoi, Anna Maria?

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Ma che sei tornata a fare a Napoli? Ma chi ti ha chiamato? Sei venuta a spiare? Sì, a spiare, sei venuta a spiare, vero? Non ti basta quello che hai scritto di questa città? Non ti basta quello che hai scritto sugli intellettuali di questa città? Perché non te ne vai? Perché non te ne vai a Roma, a Firenze, a Milano, perché non te ne vai a morire in Liguria? Ma tu ci hai mai conosciuti? Ma tu ci hai mai frequentato? O ci hai soltanto spiati per poterci mettere nelle tue pagine? Non è che sei tu, proprio tu, quella che sbaglia? Sei sicura di non essere in torto? Sei sicura di non aver commesso un errore scrivendo il tuo libro? Ma perché non te ne torni da dove sei venuta? Perché non ci lasci in pace? Perché ci tormenti? Anna Maria, perché ci tormenti?

Sembra di vederli, in fila, plotone di spettri chiarissimi in questo spazio teatrale lasciato nel buio. Sembra di vederli – anime in pena o in travaglio, divise tra il Paradiso della concezione di sé e l’Inferno della descrizione data loro dall’Ortese – mentre soffrono, standosene fissi e immobili al loro posto. Parvenze, poco più di patine, molto meno che uomini, meno anche degli spiriti, meno d’ogni forma realmente tangibile, ridotti ad essere voci e un nugolo di recriminazioni e d’accuse verso chi ne ha raccontato gli entusiasmi, le stanchezze, il crollo, l’abbandono e l’ignavia, la comodità della rinuncia, la sconfitta degli ideali, la dissipazione della scrittura.
Raffaele La Capria, Luigi Compagnone, Domenico Rea, Vasco Pratolini, Michele Prisco, Vincenzo Montefusco, Nino Sansone, Renzo Lapiccirella, Vittorio Viviani, Pasquale Prunas, Giovanni Gaedkens. Eccoli, fioche e meste ombre che nascono dall’ombra, esistenze sonore destinate al corpo degli attori; eccoli pronti con livore, cattiveria, furbizia – impegnati in una malinconica e desolata difesa offensiva di sé – a beccare la Ortese, loro che sono nati leoni ma che sono finiti uccellacci.
Eccoli, intellettuali della parola vero-borghese o finto-popolare, antiretorici finiti in retorica, dissipatori del macchiettismo di Napoli che hanno fatto del macchiettismo di Napoli l’argomento delle loro composizioni tardive. Eccoli, giovani un tempo, adesso falliti o spariti o appassiti o dimenticati o presenti ancora ma larvali, privi davvero di peso e sostanza, eccoli adesso che si rivoltano contro questa straniera ben accolta, cui si è dato da leggere e da mangiare, cui si è permesso di ridere e di studiare, approfondire e capire ma che poi ha tradito – città, amici, napoletani e napoletanità – e si è permessa di rendere l’assopimento, la perdita di vigore, il sonno che ha piegato i fragori politici, sociali e culturali di una generazione, mutandoli in una tiepida e mormorante propensione al ricordo, alla ripetizione, alla sciupata riflessione assolutoria.
Eccoli, gli intellettuali di quella Napoli che non fu mai una nuova Napoli; ecco le prime firme che si sono sbiadite; ecco i grandi autori che non hanno più luogo, posto o ragione: ecco chi voleva combattere battendo sui tasti la propria vocazione alla critica ma è finito per assumere un tono, una maschera, un posto e – in quello – s’è dato alla recita, a una mesta sopravvivenza. Eccoli: “mostrano la propria morte”; “fanno dichiarazione di fine, di fallimento”; testimoniano quanto le convinzioni, le energie, le speranze indomabili, gli eccitamenti, le impressioni nervose, gli scatti d’ira siano diventati come diventano le foglie in autunno: aride, secche, marroni, prive di linfa, destinate all’asfalto, al vento, a sparire.
È un viaggio al Purgatorio, questo Il silenzio della ragione di Linda Dalisi; è un viaggio verso il mondo trascorso, verso il tempo passato, verso ciò che è stato e che non è più. Ponendo in scena un’Ortese – viandante quanto sono viandanti Orfeo, Dante, Axel con Otto Lindebrock – la Dalisi comprende appieno che l’ultimo capitolo de Il mare non bagna Napoli (certamente il più amaro, sofferto, crudele e veritiero; certamente il più difficile da mettere in scena per il suo groviglio di saggistica, ricordanza e narrativa) è un cammino a ritroso e in profondo, uno scendere verso le viscere della Terra per scendere verso le viscere della Storia. Per questo non si lascia sedurre dal dettato della pagina, facendone lo stretto confine dell’intero spettacolo, ma lo trasfigura in un’opera teatralmente complessa nella quale – accanto all’Ortese viva: carne e sguardo, pelle e muscoli, voce e gesti – appaiono sagome mascherate, fantasmi parlanti, insane e scattanti figure che avanzano, parlano, tornano al buio, appaiono e scompaiono, riappaiono e sbiadiscono, si fanno avanti in ribalta per poi tornare sul fondo.
C’è tutto il grottesco, il barocco, lo scorticato e il difficile nella regia di Linda Dalisi che è – ad un tempo – riporto della poetica della Ortese, delle sue intenzioni, dei suoi travagli, del suo lucido e complesso desiderio di rendere giustizia, ingiustizia e memoria; è ricreazione teatrale delle sue pagine, dei suoi incontri, delle sue impressioni eccessive; è processo al suo racconto, con il risuono delle accuse, delle infamie, dei giudizi freddi, incarogniti e beffardi che espressero – a posteriori – gli autori di cui ella trattò; è metafora e allusione e rimando alla concreta propensione di Napoli a dormicchiare dopo essersi scossa per un po’, a non portare mai a termine la propria rivolta, a non condurre alla fine ciò che si è iniziato con foga; ed è messa in evidenza del ruolo-non-ruolo della Cultura in questa città: pronta a scatenare battaglie di chiacchiere, fedele immediatamente al primo che garantisce un pugno di spiccioli, un posto al calduccio, una tranquilla conservazione del piatto, del tetto e del ruolo, purché accomodato.
Perciò non bastano – alla Dalisi – le molte parole della Ortese: le occorrono gli editti dei Borboni; le occorrono gli editoriali di Sud; le occorrono le aspre parole che furono destinate alla Ortese finché la Ortese non si decise a morire: “Scrivendo come scrive la Ortese della miseria e dell’orrore, non si rischia di non reagire al male e di esserne solo sopraffatti?”; “Non finisce, la Ortese, per contribuire all’orrore e farsene complice?”; “Possibile che i colpevoli siano solo Rea, Compagnone e gli altri, come lei sembra voler dire?”; “Posso permettermi di dire all’autrice dove, secondo me, ha sbagliato?”; “Può uno scrittore (poteva lei) appropriarsi del nome, del cognome, dell’indirizzo, dei connotati, dei tic, dei difetti fisici, delle angosce, della famiglia, della casa, dell’aria che si respira, e insomma di tutto ciò che attiene all’intimità, alla sfera privata di un amico, e con bello stile e penetrante sguardo trattarlo come se fosse un insetto al microscopio, offrendone le miserie vere o presunte, e comunque interpretate, in pasto al pubblico dei lettori?”; Non è “una cosa esteticamente equivoca e moralmente scorretta?”.
Ed allora che vuole questa Ortese? Non ha capito, questa Ortese, che le città “amano essere amate”? Non ha capito che gli uomini “amano essere amati”? Non ha capito, questa Ortese, che qui “non ci sono più i suoi amici”, che questa non è più la sua patria, che lei non è più benvenuta? Non lo sa, questa Ortese, che “le persone sono le stesse ma non sono più le stesse, che la città è la stessa ma non è più la stessa”? Non sa, questa Ortese, “che un tempo, forse, potemmo dirci amici ma che ora siamo diventati un’altra cosa?”; Non si ricorda, la Ortese, che ci ha trattato “come formiche nere, intrappolate nelle sue pagine”? E che idea ha dato del partito? Che idea ha dato del giornale? Che idea ha dato di noi? Come si permette di tornare a spiarci? Come si permette di tornare – qui, in questo Purgatorio nel quale abbiamo finalmente trovato sollievo – e di richiamarci a discutere? Chi le dà il diritto di infastidirci di nuovo? Che cosa vuole? Che cosa vuoi, Anna Maria? Che cosa vuoi? Che cosa vuoi ancora?
“Noi stiamo magnificamente”.
“Scusa se non ti do la mano, ma è sudata”.
“È tornata, e adesso ci saluta”.
Fastidio e arroganza, dispiacere e disprezzo, paura di sé espresso con il rifiuto dell’altro, desiderio di dimenticare e di dimenticarsi, bramato sollievo, tormento, ossessivo ripiegamento nelle proprie colpe, mormorio che non si vorrebbe più ascoltare ma che ancora insiste, fuga dalle proprie responsabilità, voglia di cancellare i gesti e di silenziare i proclami, scomparsa giovinezza dell’anima e delle parole, forza e deperimento, suggestione e rimorso, strazi, umiliazioni, vergogne celate e propensione alla vendetta, disturbo, pena, illusione per una salvezza possibile: questo e altro ne Il silenzio della ragione di Linda Dalisi, questo e altro in forma di vuota stanza annerita nella quale − chi appare − appare per bianchi riquadri di luce, scandagli improvvisi che sembrano provenire dall’esterno, al centro dei quali si fa ricostruzione ed analisi, rifondazione e commento: rinasce così la redazione di Sud, rinascono quelle prime giornate, rinascono i contatti, gli sguardi reciproci, le complicità sorridenti. Sono l’ultimo residuo del viaggio, sono il centro della Terra, sono l’inizio di questa Storia che adesso è finita come finisce ogni storia, come finiscono le belle stagioni, come finiscono le esperienze degli uomini, le loro amicizie, i loro progetti.
Non ne resta che l’estasi, il tepore, il candore. Non ne resta che un groviglio di umori: dolci talvolta, più spesso insopportabili e destinati alla bile.
Che vuole, questa Ortese? “Lasciaci in pace, devi avere pietà”.
Abbi pietà, Anna Maria, abbi pietà.

 

 

 

Il mare non bagna Napoli
Il silenzio della ragione
drammaturgia e regia Linda Dalisi
con Michelangelo Dalisi, Lino Musella, Fabrizia Sacchi, Francesca De Nicolais
costumi Zaira de Vincentiis
disegno luci Gigi Saccomandi
musiche originali Marco Messina
aiuto regia Francesca Giolivo
foto di scena Marco Ghidelli
produzione
Teatro Stabile di Napoli
durata 1h
Napoli, Ridotto/Teatro Mercadante, 10 dicembre 2013
in scena dal 9 al 12 dicembre 2013

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