“Noi siamo ciò su cui manteniamo il silenzio”.

Sándor Márai

Alessandro Toppi

Recitare, fino alla fine

La mano destra che trema, prima di essere nascosta nella tasca del pantalone; questa fila di perle, che mi decora il collo; il trucco pesante, da portare sul viso un'altra volta. E i muscoli ormai stanchi, quasi sfibrati, e l'incertezza di un passo, il ritardo in un gesto, una frase – non detta chiaramente – tra mille frasi che invece arrivano fino all'ultima fila. E i solchi che partono dal naso e arrivano all'esterno delle guance, le crepe ai lati della bocca, il ventre e il petto ammorbiditi dall'età, la trama violacea delle vene gonfiatasi sul dorso delle mani, le linee che il tempo ha impresso sulla fronte, la bianchezza ramata della pelle, la fragilità delle ossa e queste scarpe, che la secchezza delle mie gambe fa sembrare troppo pesanti: simili a due incudini, come due blocchi di cemento. E la prima battuta: “Quanti credi che siano stasera?”.
Recitare, per l'ennesima replica.

Tre note sul "Macbettu"

Quello che mi ha emozionato.
Quello che devo dire.
E quello che mi resta.
(Tadeusz Kantor)
 


Uno
Non sappiamo con esatta precisione quando Shakespeare abbia scritto il Macbeth (forse nel 1606, visto che viene dato a corte nell'agosto di quell'anno): sappiamo però che il testo fu pubblicato post mortem, nell'in-folio del 1623, senza passi corrotti e con la divisione già stabilita degli atti e delle scene. Possibile che la versione che leggiamo nei libri sia quindi la trascrizione del copione teatrale ormai in uso alle compagnie, possibile che – rispetto all'opera quand'era ancora fresca d'inchiostro – siano stati gli attori ad asciugarne il dettato, rendendolo a misura di palco, adattandolo alla recita da fare questa sera.

Su "La cupa" di Borrelli

Non è vero che la camera della nostra infanzia rimane piena di luce nella nostra memoria. Lo è solo per i manierismi della convenzione letteraria. È una stanza morta, abitata da morti. Cercheremmo di rimetterla in ordine invano: sempre morirà. Ma se pure ci si riesce di estrarne dei frammenti, anche infimi – un piccolo pezzo di divano, la finestra e, aldilà di una strada che svanisce sullo sfondo, un raggio di sole sul pavimento, le scarpe gialle di mio padre e i pianti di mia mamma e la faccia di qualcuno dietro il vetro della finestra – è possibile che allora la nostra vera stanza dell'infanzia cominci a prendere corpo e forse riusciremo anche noi a mettere insieme tutto quello che serve al nostro spettacolo”.
(Tadeus Kantor)

Resistenze femminili

Probabilmente è nel 1590 che Shakespeare inizia a mettere mano a La bisbetica domata.

Cosa stiamo diventando?

Il progressivo svelamento della verità
Orphans, il testo che Dennis Kelly scrive nel 2009, è diviso in quattro atti e comincia con questa didascalia: “L'appartamento di Helen e Danny. Cena a lume di candela, interrotta. Helen vestita elegante. Danny vestito elegante. Liam sta lì, essendo appena entrato. Davanti è tutto sporco di sangue. Pausa. Lo fissano. A lungo”.
L'inizio è dunque un'irruzione, il fuori che penetra dentro fisicamente, l'inaspettato che diventa improvviso: tuo fratello, tuo cognato, approfittando del fatto che ha le chiavi di casa (“per le emergenze”) apre la porta, entra, passa il corridoio, giunge in salotto e ti si para davanti mentre stai cominciando a mangiare (riso basmati, un po' di limone, pepe macinato, un filo d'olio buono e salmone): addosso ha una maglietta intrisa di sangue. Qualcosa è avvenuto, dunque, ma che cosa?

L'esilio politico dell'uomo flessibile

Stiamo all'inferno con una dignità inimmaginabile. 
(Mariano Dammacco; L'inferno e la fanciulla)



Nel quarto episodio de Lo splendore dei supplizi, il penultimo spettacolo di Fibre Parallele, due operai sequestrano un dirigente aziendale e – poiché il dirigente è vegano – lo sottopongono alla tortura di ingoiare carni e derivati animali: le sottilette, il latte, le uova e la mortadella, la maionese, il prosciutto, i petti di pollo (“due pacchi: li ho trovati in offerta”).

La notte più buia. Su "Misura per misura"

Vienna sembra un girone dell'Inferno dantesco: masse di uomini rozzi, abbruttiti, che paiono gobbi e deformi occupano lo spazio, intenti all'esercizio della punizione quotidiana. Corpi giacciono in un angolo, in attesa di essere squartati; un condannato – trafitto al collo da una freccia che gli passa la cassa toracica fuoriuscendo da un fianco – è portato in mostra come si porta in mostra un maiale appena cotto alla brace; una donna è sul punto di essere penetrata. Qualcuno s'insozza il mento, lavandosi la faccia col vino di cui si sta rimpinzando la pancia; una fanciulla dai capelli castani – nudo il seno, coperte le cosce da un drappo rosso – viene cavalcata; giace abbandonato un cadavere. La galera segrega, la macina gira: esseri trattati come bestie diventano quarti di carne appesa, animali da soma, buchi in vendita per il piacere del coito. Fa caldo a Vienna, nonostante sia notte. Liquami e fetori rendono l'aria irrespirabile mentre le strade – in bilico un ponte, che pare prossimo al crollo – formano una piana arida, screpolata. Qualche lampo, in penombra: è la lama del coltello che serve il furto, l'omicidio, lo stupro, il ricatto, la violenza. Ci vorrebbe la pioggia, per alleviare l'epidermide della città dal tormento, ma la pioggia non viene.

Chiaromonte, un quaderno e due attori

“Dobbiamo fidarci di noi stessi, smettere di abdicare
al nostro sguardo per guardare soltanto quello che
tutti guardano, questa dubbia eucarestia a cui volta
per volta diamo nomi diversi: mainstream, società
globale, mercato. I numeri del teatro sono esigui?
Pazienza, sono almeno certi: disegnano la concretezza
di un incontro, la comunione di un'esperienza”
(Attilio Scarpellini)

 

“La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve”
(Massimo Troisi)

 

“Cosa abbiamo condiviso?”
(Peter Brook)

 

 

Nicola Chiaromonte quasi ogni sera andava a teatro, alternando le grandi sale – nelle quali assisteva alle produzioni di quelli che oggi definiamo addirittura Teatri Nazionali – ai piccoli luoghi, “i teatrini e stambugi”, così li chiamava, dove gruppi di artisti “cercano di mettere su degli spettacoli non convenzionali” stando a un metro dalla prima fila della platea: ne puoi sentire “il fermento”, diceva Chiaromonte, ne puoi sentire la voglia e il respiro, l'imperfezione inevitabile delle scelte, la forza (quasi sempre non necessaria) dei gesti, il valore che ha uno sguardo e la voce – che qui è ancora pura, nuda – e ne puoi sentire i silenzi, i vuoti, la fragilità e la verità, ben oltre ogni realismo.

Fingendo, in ossequio al Potere

1928, 1929, 1930, 1931...

Recitare, fino a scomparire. Un trittico

Si parla sempre della nostra volontà di esibirci;
mai del fatto che vogliamo anche scomparire.
(Erland Josephson, Memorie di un attore)

 

 

 (Gli attori del Teatro Vachtangov)

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