“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Alessandro Toppi

Lo stato dell'arte. A Rovigo, gli ultimi ritratti

Non fecero mai dichiarazioni di fede artistica comune, però
si leggevano tra loro, si riconoscevano gli uni nelle ricerche
degli altri, si incontravano. Si andava formando un intreccio
di relazioni, in gran parte virtuali, cioè non legate a collaborazioni
concrete. Fino ad allora non c’era mai stato niente del genere.
(Mirela Schino)

 

Le domande essenziali hanno questo di positivo: restano senza
risposta. Possiamo sempre tornarci su perché ci è consentito di
avanzare ipotesi, senza per questo temere errori definitivi, e di
accettare implicitamente le correzioni. Così la domanda essenziale
ci insegna a formulare una soluzione e nello stesso tempo a restare
sufficientemente liberi da ammettere il suo contrario come possibile.
(George Banu)

  

Ho vissuto a Roma, una decina di anni dopo la morte di Pasolini. In
un luogo ben preciso sulla collina del Pincio – un luogo chiamato
“il bosco dei bambù” – c’era una vera e propria comunità di lucciole
che, con i loro bagliori e i loro movimenti sensuali, con quella lentezza
che insiste a manifestare il suo desiderio, affascinavano tutti quelli che
passavano di là. No, le lucciole non erano dunque scomparse. Neppure
a Roma, neppure nel cuore urbano del Potere centralizzato.
(Georges Didi-Hubermann)

 

 

Qui dunque finisce. Una premessa.

Lo stato dell'arte. A Palermo. Disappartenenza e radici

E poi, a un punto, la grafia di Jouvet cambia leggermente tratto.

Ascoltami

I tragici greci erano cittadini che
scrivevano per i loro concittadini
(Jacquelline De Romilly)

 

La tragedia è un appello alla mediazione
e insieme una dimostrazione
dell’impossibilità della mediazione
(Jan Kott)

 

Come si può eliminare tutto questo dolore?
             (Martha Nussbaum)

 

 

                                                                                           

Prima che cominci l’Antigone

Io e te, forse

Tesoro mio,
ho appena ricevuto il tuo pacco. Grazie infinite!
Le ghette già le ho addosso, sento un meraviglioso
tepore ai piedi: ne avevo proprio bisogno. La sciarpa è
perfetta, il maglione invece è largo. Non ho appetito,
tossicchio, ho una vescica sul fianco destro ma almeno
dormo bene. Oggi il cielo è nuvoloso, fa freddo. E i muri di
pietra intorno al giardino mi sembra diventino sempre più alti.
Dimmi nei minimi particolari come è andata la recita ieri.
Io intanto lavoro a una commedia: sarà spassosissima.
Cade una pioggiarella sottile. Snap abbaia di continuo:
sente la tua assenza.  E quanto mi piacerebbe andare al mare. 
Dio ti protegga. Ricorda di mangiare la tua adorata avena.
Ti abbraccio.
Il tuo A.
(lettera di Anton Čechov a Ol’ga Knipper)

 

 Non conoscendosi, credono non sia mai successo nulla
fra loro. Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi,
dove da molto tempo potevano incrociarsi?
(Wislawa Szymborska)

 

 Tu sei il mio tu più esteso deposto sul fondo mio. Tu.
Non c’è un’altra forma del mondo che si appoggi al mio
cuore con quel tocco, con quell’orma.
(Mariangela Gualtieri)

 

 Credevo fosse amore. Invece era un calesse
(Massimo Troisi) 

 

È questo il circuito teatrale che meritiamo?

Le scelte, ad esempio.

Guardando questo giardino dei ciliegi

Una premessa

Ricordi di uno spettacolo già morto

Che cosa è rimasto dunque di quelle
invenzioni, di quel brulichìo di trovate
e di trucchi?

(Angelo Maria Ripellino)

Qualcosa ricordo di quello spettacolo,
che subito scomparve
(Roberto De Monticelli)

Peccato... forse avrei potuto amarlo!
(Pier Maria Rosso di San Secondo)



La maschera e il volto. Note sulla Jennifer del Bellini

“Brandendo un cartone di vino, come se volesse dedicare un brindisi solo lui sa a chi, un barbone ubriaco cammina sulla linea spartitraffico di corso Vittorio”, a Roma. “Vedo un autobus solitario che procede lentamente in direzione del fiume e decido di attraversare la strada per toglierlo di lì: potrebbe scivolare, fare qualche cazzata. Mentre lo convinco a risalire sul marciapiede quest’uomo, con una grande barba ormai bianca, avvolto nel tanfo di urina e di lana bagnata, mi confida di conoscere importanti segreti su Cuba e la famiglia dei Castro, i famosi comunisti, come li definisce lui ammiccando, perché per molto tempo è stato cameriere privato di Raul Castro”.

"Lo stato dell'arte". Scilla e Cariddi, a Milano

Elvira Frosini e Daniele Timpano stanno seduti alla sinistra del tavolo: la schiena inclinata, il petto in bilico in prossimità del bordo, gli occhi rivolti ai fogli che hanno davanti: la scheda di uno spettacolo che ha un titolo provvisorio – tanto provvisorio da poter essere taciuto – e brani trascritti dai libri, appunti vari e un pezzo di testo che avverrà: tra un anno, un anno e mezzo. Forse.

"Lo stato dell'arte". A Matera, per undici ore, parlandosi

Adesso che stiamo ancora conquistando
il senso del nostro lavoro.
(Antonio Neiwiller)

Posizione disperata dell'attore rispetto
al proprio mestiere, non possiede nulla
per illuminarlo. Tutto quindi ritorna al
punto di partenza: perché faccio teatro?
(Louis Jouvet)

Di questo non so parlare.
(Jacques Copeau)

 

Quel che so è che occorre vedersi quanto prima
Stanislavskij, nell’ultimo appunto che lascia sul tavolo, scrive che “l’attore è al primo posto”, che “tutto il resto è sfondo” ma che sempre più spesso capita il contrario: “l’attore” quasi “non c’è più” mentre davanti “hanno messo lo sfondo”. “Tutto è stato ribaltato” commenta: i teatri, anche i teatri finanziati, “servono fini opposti” a quelli che loro stessi dichiarano e allestiscono messinscene cosparse “di ogni salsa che le renda gustose”; il pubblico è disponibile a pagare non per vedere l’arte ma “i surrogati” dell’arte mentre gli interpreti, costretti dalla “precarietà economica”, si riducono a lavorare “dove pagano meglio”. “Cialtroneria”, incide perciò a mezza pagina. Poi con scrittura sempre più stanca – il tratto della penna è slabrato, tant’è che certe frasi ancora oggi risultano incomprensibili agli studiosi – indica un rimedio o, se preferite, un’azione di contrasto all’andazzo generale: occorre “riunire gli attori e i registi” – metterli dunque assieme, farli stare nella stessa stanza e seduti attorno allo stesso tavolo – e con loro discutere di metodo e degli esercizi e delle pratiche attraverso cui l’attore lavora su se stesso e sul personaggio, genera una vera ispirazione scenica e usa quest’ispirazione nei momenti in cui gli occorre. Non conosco “altro mezzo utile contro questa pericolosa condizione del teatro”, insomma, se non parlarne con chi davvero il teatro lo pensa, lo scrive, lo immagina e lo infine lo realizza stando sul palco, mostrandosi al pubblico.

Pagina 1 di 37

Sostieni


Facebook