"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Alessandro Toppi

Questo facciamo noi attori, che vi credete?

Cosa accade se?

Sulla vergogna, danzando in questo altrove

Il volto si gonfia, impercettibilmente. La forma delle braccia si fa meno tesa, le cosce guadagnano in larghezza qualche centimetro, il ventre si ammorbidisce. I seni, già pregni, sembrano diventare più pesanti, mentre i glutei vengono stretti dalla stoffa di una gonna che prima cascava come se non ti toccasse nemmeno. La lancetta della bilancia indica un numero che non aveva mai indicato. C'è chi ti osserva diversamente, te ne accorgi; qualcuno ti guarda di più, qualcun altro ti guarda di meno. Comincia a mutare la relazione che hai con te stessa, con l'immagine di te che rimanda lo specchio, e cambia la percezione del tuo corpo quand'è nudo o coperto; pensieri mai fatti ti vengono quando siedi a tavola, ad esempio, e senti che abbracci gli altri in maniera diversa e in maniera diversa vieni abbracciata mentre, quando cammini per strada, percepisci una parte di te che vibra carnalmente. Ingrassi – di poco ma ingrassi: quasi senza comprendere come, quanto, perché. E adesso? E adesso con questo corpo – con queste gambe, questa schiena, questo addome, questo collo: che sono il mio strumento attorale, tutto quello che ho veramente – come continuo a ballare?

Badate alla signora, che prova a fare il “Macbeth"

Per contrasto il primo pensiero venutomi dopo il Macbeth della Compagnia Ragli riguarda Riccardo, quel Riccardo – l'infame, il deforme, l'ingobbito – il Riccardo del Riccardo III, insomma, ma prima che il Riccardo III abbia avuto inizio.

Provando, ancora, a parlarti davvero

La prima impressione, appena terminato La buona educazione, è che Mariano Dammacco, Serena Balivo e Stella Monesi – cioè i componenti della Piccola Compagnia Dammacco – abbiano messo in scena la separazione (l'impossibilità dunque, per noi due, di stare assieme) avvenuta tra una solitudine e un'altra solitudine appena incontrata, convissuta, conosciuta.
Chi abbiamo, infatti?

La Scalogna di Emma Dante

Osceno è ciò che mette fine a ogni specchio,
 ogni sguardo, a ogni immagine.
Osceno è ciò che pone termine a ogni
rappresentazione.
(Antonio Neiwiller) 

 

La vostra libertà è conoscere che ogni meta di
vittoria, ogni aspettazione d'applauso è servile.
La vostra bellezza non si vergogna degli abbasso
né degli sputi.
(Elsa Morante) 

 

Che cos'è? O, non vi vergognate? Avete paura e
vorreste farne?
(Luigi Pirandello) 

 

Un attore a volte è una specie di bestia squartata, di
carne da macello nella quale tutti mettono le mani.
(Danio Manfredini)

 

 

 

 

Quando il carretto dei comici, con su la Compagnia della Contessa, raggiunge le falde della montagna e accosta la Villa della Scalogna alle spalle non si lascia solo la fatica del tragitto compiuto, i chilometri fatti in salita, una vallata d'erba e di spighe tagliata di netto: alle spalle si lascia il teatro.

Il cous cous politico e pop di Carrozzeria Orfeo

Noi, in Italia
L’ISTAT ogni anno pubblica un rapporto per offrire “un quadro d’insieme dei diversi aspetti economici e sociali del nostro Paese, della sua collocazione nel contesto europeo e delle differenze regionali che lo caratterizzano”. Gli indicatori statistici presi in esame sono cento e “spaziano dalla finanza alla cultura, passando dalle condizioni economiche delle famiglie all’ambiente”. Noi Italia s’intitola il rapporto e leggerlo è interessante perché permette di comprendere la complessità di fenomeni altrimenti affidati al solo chiacchiericcio nominale o all'urgenza dettata dalla cronaca; ad esempio: “Le differenze di genere” sono in aumento: la disparità di opportunità e di salario tra uomini e donne provoca “un’asimmetria” subordinativa che, se messa in relazione con i dati relativi alla criminalità – il 37,3% degli omicidi volontari hanno per vittima una donna e nel 73,2% dei casi l’omicida è un partner, un ex partner o un parente –, fa comprendere meglio cosa intendiamo quando parliamo di femminicidio.
Non solo.

Come le lucciole, in questo teatro

Alla fine di Cose – dopo aver evocato un padre e il filmino fatto a Porto Venere da bambini; dopo aver detto di Marlon Brando ed Elia Kazan, discusso degli scatoloni con dentro le bambole e i sandali, riafferrato le pietre raccolte in spiaggia, riletto un problema di matematica scritto in un quaderno delle elementari – Antonio Tagliarini guarda Daria Deflorian, poi guarda noi, mentre stringe in mano un fagotto di carta al cui interno c'è un pinguino di ceramica: uno di quelli che ti consegnano come bomboniera a un matrimonio o che ti ritrovi in una credenza di casa, senza ricordare perché.

Noi, Čechov, Platonov e la pioggia finale

Le testarde insistenze di Čechov
In Zio Vanja domina il caldo, i vestiti quasi si attaccano addosso e certi personaggi sembrano in affanno tant'è che manifestano il bisogno di sedersi, di non compiere gesti superflui, chissà quali movimenti corporei. Non a caso la prima scena del dramma mostra due figure sedute su delle panche, sistemate accanto a un tavolo che è stato posizionato all'ombra di un pioppo. D'altronde c'è “quest'afa” terribile dice Astrov; già, “fa caldo, c'è afa” ripete quattro pagine dopo Vojnickij e, perché sia chiaro che durante Zio Vanja non si respira, Serebriakov – che in giro se ne va con soprabito, guanti, calosce ed ombrello facendo ridere tutti – ribadisce per l'ennesima volta che “c'è afa”, poi chiede alla moglie di prendergli “le gocce che stanno sul tavolo” poiché non ce la fa a muoversi.

Yorick, i matti e la sfida all'oblio

Resta / Bisogna che vada
La scena seconda dell'atto primo è cominciata da una cinquantina di versi quando Amleto è chiamato al cospetto della Regina e del Re. I due hanno appena concesso a Laerte, figlio di Polonio e fratello di Ofelia, il permesso per tornarsene in Francia, lì da dove è rientrato per assistere all'incoronazione del nuovo sovrano: “Devo confessare” – ha detto il giovane – “che i miei pensieri volgono alla Francia e si inchinano al vostro consenso”; posso ritornarvi dunque? “Cogli la tua bella ora, Laerte” gli ha risposto Claudio; “il tempo sia tuo e le tue migliori doti splendano a tuo piacere” ha poi aggiunto e, fatto retrocedere con un gesto della mano il ragazzo, ha quindi chiamato a sé il principe, facendogli notare che adesso risulta contemporaneamente “mio nipote e mio figlio”; “un po' più parente e meno che figlio” risponde invece Amleto, come a dire: mettiamo le cose a posto, diciamoci la verità, chiariamo subito e davanti a tutti i rapporti che ci sono tra noi: io non sono tuo figlio ma tuo nipote e tu non sei mio padre ma solo l'uomo che si è unito in matrimonio con mia madre.

Restare vivi, in quest'ennesima replica

Un regista scrive ai suoi attori
Nel 1963, alla fine di una tornata di repliche di Vita di Galileo, Giorgio Strehler spedisce ai suoi attori un saluto che in realtà aveva scritto da alcuni mesi: “mi decido a farvelo leggere solo adesso”, al termine “della prima parte di repliche di uno spettacolo che ha inciso sulla vostra vita più ancora di quello che voi credete”.

Pagina 1 di 36

Sostieni


Facebook