“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Martedì, 22 Novembre 2016 00:00

"Ma", la sillaba primitiva

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Candida Nieri, vincitrice del premio Ubu, è già sul palco all’ingresso in platea degli spettatori.

Siede su uno sgabello di pianoforte dando il fianco sinistro al pubblico, vestita di nero, con le gambe infilate in due enormi scarpe scure, quasi fosse la proiezione visiva di un fumetto Disney. Di fronte a lei una grossa grata a spazi larghi su cui si poggiano delle lampade dalle varie forme, un piccolo globo terrestre, ed altri piccoli oggetti.
Lo spettacolo inizia quando il buio in sala fa alzare in piedi la protagonista che regge tra le sue mani ricoperte da un largo fazzoletto bianco, un microfono dalla forma quadrata su cui lei si china senza dire nulla, sofferente e piangente. Dopo parecchi minuti, con il moccio cascante dal naso, intona con voce spezzata suoni sillabati e sincopati: ”Madonna lacrimosa ora vede il figlio crocifisso”. È Maria de Il Vangelo secondo Matteo, film di Pier Paolo Pasolini che diventa l’inizio di un viaggio nell’opera dello scrittore più complesso del Novecento, seguendo la figura materna presente variamente in tutta la sua produzione. La Nieri diventa di volta in volta personaggio, lettrice delle didascalie delle scene dei suoi film, voce interna ed esterna intervallando questa recherche, con registrazioni audio della voce del Pasolini regista, con la intonazione talvolta infantile, ma più spesso dura e tagliente della sillaba Ma, che è Madre, Mamma, potenza creatrice divina e terrena, generatrice di pensiero e parola, quella parola nelle mani degli intellettuali che "hanno fatto la storia, hanno detto No" facendosi ribelli ad una realtà che Latella definisce “coatta”.
La Parola di Pasolini è arma di battaglia, è lama tagliente, è Profeta come colui che, etimologicamente, parla di fronte, come dice la Dalisi nelle note di drammaturgia. Pasolini paga con condanne e censure i suoi lavori, i cui titoli  vengono gridati dalla Nieri battendo energicamente il piede in quelle enormi scarpe sull’assito, provocando un rumore cupo e cadenzato. Quel Ma è allora anche una congiunzione avversativa, che ribalta la certezza della proposizione principale, ribalta la certezza, instilla il dubbio, fa intravedere una possibilità, se non di lotta, di denuncia.
Candida Nieri, per un’ora del suo monologo, non abbandonerà mai quel microfono avvolto in quel fazzoletto bianco, sembra quasi che questo oggettivizzi l’immagine della Veronica, quel piccolo telo su cui una pia donna asciugò il viso di Cristo mentre saliva sul Calvario e su cui rimase impresso il suo volto. Quelle grosse scarpe sono i piedi giganti che impediscono a Maria di camminare, con tutta la simbologia che si trasferisce alla figura di Pasolini come poeta, regista, come intellettuale in un’Italia che impedisce a chi denuncia di camminare.
Il monologo termina con un estremo gesto di tenerezza. A fatica, nei grossi scarponi, la Nieri si avvicina alla grata e prende uno di quei piccoli oggetti che non erano ben visibili. Sono due piccole scarpine di bimbo. Le poggia davanti allo sgabello, al posto dove, fino a poco prima, vi erano le grosse scarpe.
Il cerchio si chiude, una Mamma e un Bambino.

 

 

 

Ma
drammaturgia Linda Dalisi
regia Antonio Latella
con Candida Nieri
scene Giuseppe Stellato
costumi Graziella Pepe
musiche Franco Visioli
luci Simone De Angelis
assistente alla regia Francesca Giolivo
management Michele Mele
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Teatro Nuovo, 17 novembre 2016
in scena dal 16 al 20 novembre 2016

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