“I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui prati di Caprara sono stati indubbiamente i più belli della mia vita”

Pier Paolo Pasolini

Martedì, 10 Giugno 2014 00:00

Riccardo Barracano

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“La morte è povera cosa, ma chiude una ferita mortale”.
Occorre partire dalla fine, per Il sindaco del rione Sanità di Marco Sciaccaluga. Occorre partire dal momento in cui cala il sipario – un rigido velo nero – e, su di esso, compare questa frase, sottratta al Riccardo II di Shakespeare.
“La morte è povera cosa, ma chiude una ferita mortale”.
Occorre partire dall’ultimo segno per comprendere i segni precedenti, occorre partire dalle parole che chiudono per capire il valore delle parole già pronunciate, occorre partire da questa scelta per tentare di comprendere l’intera regia, tutto il lavoro, lo spettacolo intero.
“La morte è povera cosa, ma chiude una ferita mortale”.

Sciaccaluga si rifà al Riccardo II perché il Riccardo II è un’opera sulla destituzione del potere, perché è la tragedia di una lucida follia che perde vigore, perché è la resa teatrale di una pazzia e di un declino, di un tramonto, di una caduta eccellente.
Sciaccaluga si rifà al Riccardo II perché Riccardo, nel Riccardo II, s’illude di organizzare il mondo secondo la propria fantasia; perché Riccardo è consapevole che le parole modificano i fatti ed i fatti valgono meno delle parole; perché – in questa tragedia storica che tanto somiglia a un dramma dialettico – Riccardo, dissipando il tempo, viene dissipato dal tempo, consumandosi in scena.
Sciaccaluga si rifà al Riccardo II perché anche nel Riccardo II i contendenti vengono invitati alla pace, al ragionamento, alla conciliazione; perché c’è un sovrano che si crede un sovrano ma che smette di essere un sovrano prima ancora di deporre la corona; perché – anticipando Amleto e l’Amleto – anche Riccardo tenta (vanamente) di rimettere in sesto un mondo che è fuori dai cardini.
Sciaccaluga si rifà al Riccardo II perché nel Riccardo II si chiama “al nostro cospetto, faccia a faccia, cipiglio contro cipiglio”, l’accusatore e l’accusato e lo stesso accade anche ne Il sindaco del rione Sanità: “Le campane sono sempre due, e io sono abituato a sentirle suonare insieme”.
Perché nel Riccardo II “i pensieri mirano a cose sperate” e “concepiscono prodigi impossibili” e lo stesso accade ne Il sindaco del rione Sanità, in cui l’impresa che si cerca di “portare a termine” è “disperata, assurda”, da “illuso”.
Perché nel Riccardo II compare uno specchio (“Datemi uno specchio, leggerò là dentro”, comanda Riccardo) e lo stesso accade ne Il sindaco del rione Sanità: “Purtateme 'o scostumato, 'o parlanfaccia”, comanda Antonio Barracano.
Soprattutto Sciaccaluga si rifà al Riccardo II perché nel Riccardo II c’è un re (Riccardo) che ha, al proprio fianco, una contro-coscienza morale (Giovanni di Gaunt) e – dinnanzi – un avversario (Enrico Bolingbroke) che lo loda poco prima di assestargli la sconfitta e, lo stesso, accade ne Il sindaco del rione Sanità: Antonio Barracano è il re, Don Fabio Della Ragione ne è la contro-coscienza morale, Arturo Santaniello è l’avversario che gli rende lode, prima di colpirlo nel fianco.
“La morte è povera cosa, ma chiude una ferita mortale”.
Il sindaco del rione Sanità, per Sciaccaluga, è un Riccardo II in cui Riccardo si chiama Antonio, l’Inghilterra è qui a Napoli e guardie, soldati, sicari, persone del seguito hanno un soprannome in vernacolo.

Proprio perché è un Riccardo II, Sciaccaluga prevede, per Il sindaco del rione Sanità, un trattamento da classico: offre, a chi guarda, l’apparenza di una messinscena tradizionale dal punto di vista interpretativo, senza che mai vi sia un barlume o un accenno di complicità diretta col pubblico, e spinge gli interpreti a un’identificazione assoluta, che non ha fughe né smascheramenti palesi. Chi recita recita, vivendo la propria recita perché – agli spettatori – giunga ciò che deve giungere. Ciò è tanto vero che anche gli aspetti che meno convincono del testo eduardiano – che furono sottolineati già al tempo e che appartengono soprattutto a un terzo atto retorico, magniloquente e socialmente paternalistico – li ritroviamo tutti, inevitabilmente, giacché sono imperfezioni del testo, della composizione in origine. Vi tocca Il sindaco del rione Sanità, con i suoi costumi lerci, le barbe sfatte, la fame negli occhi, i piccoli gesti da vicolo? Ed io vi rendo i costumi lerci, le barbe sfatte, la fame negli occhi e chiedo ai miei attori di fare piccoli gesti da vicolo.
Ma Sciaccaluga non si accontenta di certo di una ri-proposizione e cerca di approfondire il contatto con l’opera, scavandone il senso ulteriore. Così comprende, Sciaccaluga, che questa (come affermò lo stesso Eduardo) non è una commedia realistica ma una tragedia “simbolica”, che “affonda le proprie radici nella realtà ma poi si sgancia da essa”. Per cui – dati i costumi, le barbe, la fame negli occhi, i piccoli gesti (secondo tradizione realista) – agli spettatori regala una cornice geometrica, il cui equilibrio si dissesta nel corso dell’opera (secondo sviluppo simbolista).
Antonio Barracano agisce perché il mondo sia “meno rotondo ma un poco più quadrato”? Ed allora Sciaccaluga regala ad Antonio Barracano l’illusione iniziale di un mondo potenzialmente quadrato: quadrato è il pavimento, composto a sua volta da quadrati (ed è inclinato perché la quadratura sia chiara anche al pubblico), e quadrato il soffitto con, al suo interno, altri quadrati.
Quindi – se abbiamo una sorta verismo recitativo, ben assecondato dalla compagnia – questo stesso verismo si ambienta in una scena metaforica in ogni suo aspetto: le nere quinte laterali, con i due ingressi senza orpelli, perché non siano scambiate per le porte di una casa; i pannelli a mezza altezza, in luogo di balconi o finestre, perché non penetri la (finta) luce del sole mentre si dà soltanto l’uso strumentale dei fari, per scandire l’ora della trama, il momento della recita; il buco angolare nel centro del soffitto, che cancella ogni possibilità che il tetto sia tetto davvero e che piuttosto ricorda – a chi scrive – il cielo di carta strappato cui fa riferimento Pirandello. E ancora: questa splendida visione iniziale, sviluppata in penombra, in cui – in uno spazio aperto e senza pareti divisorie, tra scrivanie, tavolini, una pedana e una lampada, un carrello, un libro e i faldoni, un ventilatore e un telefono – Barracano siede in ribalta e ciancica, farfuglia, rimastica mentre, come proiezioni della sua immaginazione, come conseguenza del suo stare di scena, i quattordici personaggi aspettano, anch’essi seduti, sul fondo, schierati, prima di prendere posto direttamente in assito o di scomparire: in attesa del proprio turno, della chiamata sul palco, della prima battuta.
Dice Riccardo nel Riccardo II: “È da qualche tempo che penso come possa mettere a paragone la prigione in cui vivo e il mondo; e siccome il mondo è popolato mentre qui non c’è nessuna altra creatura tranne me, non mi riesce di farlo. Pure, batti e ribatti, ci riuscirò” attraverso “una progenie di pensieri, che ne genereranno altri, e questi pensieri popoleranno questo piccolo mondo, per varietà di umori uguali alla gente che popola il mondo più vasto”.
Se il resto dei personaggi del Riccardo II è, in qualche modo, una proiezione di Riccardo è perché Riccardo annerisce il visibile sostituendolo con l’immaginario: all’interno di uno spazio-galera (grande quanto una cella, una casa, grande quanto un regno) chiama al proprio cospetto uomini e donne che sono di carne ma gli appaiono d’ombra, che sono d’ombra ma gli appaiono di carne.
Lo stesso – suggerisce Sciaccaluga – fa Antonio Barracano: egli (ri)forma il mondo (ri)modellandolo attraverso il proprio sguardo, i propri gesti, le proprie parole e non accetta dibattito, non accetta confronto, non accetta messa in discussione: ciò che lo contorna gli appartiene perché gli scaturisce dalla mente, dal petto, dalle viscere e ciò che gli sembra è mentre ciò che davvero è non gli sembra. “La legge la vede a modo suo” dice la moglie; “Voi siete un pazzo. Questo siete” gli urla contro il medico mentre figli, cameriera, sottoposti assecondano la sua visionarietà. Ma se è così, allora, i vari Catiello, Pascale ‘O Nasone, ‘O Palummiello, ‘O Nait – se non sono del tutto spettri della mente – sono uomini veri, con muscoli e ossa, ma trattati con la stessa confidenza con cui si trattano gli spettri della mente. Per questo Barracano può permettersi di annunciarne l’arrivo (“Questo è Luigi”); per questo si può giocare sottolineando la sua confusione mentale (“Tu sei ‘O Nait?”, “No, io sono 'O Palummiello”).
All’interno di una galera (grande quanto una cella, una casa, grande quanto un regno) c’è un uomo: abbagliato dai propri abbagli, ingannato dai propri inganni.
Nel Riccardo II come ne Il sindaco del rione Sanità.

Se, almeno in parte, abbiamo ragione possiamo allora scrivere che Sciaccaluga fa bene a inventare un prologo che anticipa i fatti (come sovente avviene nel teatro di Shakespeare) facendo di Barracano l’araldo della propria morte perché – la stessa figura – sia cosciente del destino che l’attende. È proprio grazie al prologo, infatti,  che non siamo al cospetto di un uomo che va incontro – quasi involontariamente – alla fine ma abbiamo invece chi sa già della propria fine e non fa nulla (non potendo far nulla) per evitarla.
“Sono morto il dieci settembre del millenovecentosessanta” annuncia e – questa battuta, detta prima che tutto cominci, pur essendo già cominciato – consente a Sciaccaluga di fare di Barracano un Barracano consapevole. Consapevole quando Sciaccaluga lo porta a rispondere “Speriamo” (frase in aggiunta) all’“Avita campà cient’anni” pronunciato da Vicienzo; quando l’induce a sussurrare “È cosa ‘e niente” alla moglie che gli chiede di “non andare” (ovvero di non morire); quando, a Peppe che gli domanda “Don Antò, e ci lasciate così da un momento all’altro?”, non può che ribattere: “Non poteva continuare eternamente”.
Per capire il lavoro Sciaccaluga compie sul testo – tra tagli opportuni e manomissioni funzionali – si ponga poi attenzione a questo particolare.
“O io o Giacchino. O io o Giacchino. O io o Giacchino”. Tre volte.
“O io o Giacchino” dice tre volte Antonio Barracano ad Arturo Santaniello, raccontandogli del delitto che ha commesso, dell’ossessione che lo perseguitava. Ebbene Sciaccaluga – badando a una didascalia di Eduardo (“Antonio Barracano si è incupito, le parole infuocate di Rafiluccio lo hanno riportato nello stato d’animo in cui si trovava allorché l’idea di far fuori Giacchino s’impossessò di lui”) – comprende che c’è assoluta affinità tra Barracano e Rafiluccio, che il delitto ch’egli ha commesso è il delitto che Rafiluccio potrebbe commettere. Per questo chiede a Rafiluccio di ripetere una frase: “O isso o io”. Nel testo di De Filippo non è che un inciso all’interno di un breve monologo. In scena diventa la conclusione del monologo stesso e suona così: “O isso o io. O isso o io. O isso o io”. Tre volte.
“O io o Gioacchino”; “O isso o io”. Tre volte. Riformulazione del testo per sottolineare la relazione ideale e sostanziale tra i due personaggi.

Se tutto ciò è possibile è perché Eduardo De Filippo – con i limiti del caso: Il sindaco del rione Sanità è una composizione fragile – compone una trama che vive di rimandi interni, di anticipazioni e conferme, di veggenze che si realizzano o che stanno per realizzarsi. Esempio: nel primo atto Antonio Barracano pre-dice la maniera nella quale (da referto) deve morire: “Collasso cardiaco”. “Collasso cardiaco” il medico ha da scrivere finché egli è in vita. Finché egli è in vita perché è la soggettiva di Antonio Barracano che domina, decide, determina: morto lui, il Dottor Fabio Della Ragione può ribellarsi agli ordini, uscire dalla fantasia, liberarsi dalla catena illusoria cui lo ha costretto il padrone.
Questa dominanza del matto si ripete di continuo: nel primo dialogo tra Barracano e il dottore (viaggio in America); nell’episodio con Vicienzo e Pascale (le trecentomila lire invisibili); nella conversazione con la moglie (la responsabilità dell’incidente coi cani).
Finché riesce ad imporre la propria apparenza Antonio Barracano mantiene il controllo e, mantenendo il controllo, esercita la sua giurisdizione. Ma nel mezzo del secondo atto – quando da Arturo Santaniello (appena accusato di aver parlato ”tutto sbagliato”) si sente ribattere “Questa è una vostra opinione” − il mondo di Barracano subisce una scossa, cede, in attesa di sgretolarsi. Egli è, in questo preciso istante, già uno sconfitto, un senza corona, un morto. Basta notare il livido bianco che Eros Pagni riesce ad imprimere al proprio volto per averne conferma.
Mondo fatto di parole – in cui le parole danno sostanza e forma alle persone, alle cose, agli eventi (“La vostra parola conta”; “Spieghiamoci”; “Sono io che stabilisco se tuo padre è carogna oppure no”) – si piega come si piega un vecchio palazzo quando cede uno dei pilastri, quando si curva uno degli angoli. Ecco perché Sciaccaluga offre un terzo atto in cui il tetto s’inclina e fa coincidere questa inclinazione con il punto esatto in cui siede Barracano: così facendo, infatti, la morte dell’uomo e il crollo del suo universo coincidono. Per fare questo Sciaccaluga offre in ribalta l’ultimo rantolo di Barracano, decidendo di non nasconderlo come lo nascondeva Eduardo, e creando nel contempo un contrappeso fisico con Arturo Santaniello che, immobile, fisso, come di pietra, resiste seduto, lì dove questo stesso mondo ancora tiene ma da cui – a breve e per salvarsi – occorre fuggire.
La morte “fa barcollare la mia persona” dice Riccardo nel Riccardo II ed allora qui, barcollando la persona, barcolla tutto ciò che la persona ha creato, generato, inventato.
Pochi minuti e non ne rimane più niente.
Morendo, dopo Riccardo vi saranno altri orrori, altre ingiustizie, altri massacri compiuti dai figli e dai figli dei figli contro altri figli e altri figli dei figli; lo apprendiamo con il Riccardo III: “Io avevo un Eduardo finché un Riccardo non lo uccise; io avevo un Enrico, finché un Riccardo non lo uccise; tu avevi un Riccardo, finché un Riccardo non lo uccise”.
Morendo, dopo Barracano, “usciranno i figli di Antonio, i parenti di don Arturo, i compari, i comparielli, gli amici, i protettori”. Sarà “una carneficina, una guerra fino alla distruzione totale”. Così accade da sempre, quando un re muore e la sua illusione frantuma.
Così accade con il Riccardo II, così accade con Il sindaco del rione Sanità.

 

 

 


Napoli Teatro Festival Italia
Il sindaco del rione Sanità
di Eduardo De Filippo
regia Marco Sciaccaluga
con Eros Pagni, Maria Basile Scarpetta, Angela Ciaburri, Marco Montecatino, Luca Iervolino, Federico Vanni, Massimo Cagnina, Orlando Cinque, Francesca De Nicolais, Dely de Mayo, Rosario Giglio, Pietro Tammaro, Gennaro Apicella, Gino De Luca, Gennaro Piccirillo
scene Guido Fiorato
costumi Zaira de Vincentiis
luci Sandro Sussi
musiche Andrea Nicolini
assistente alla regia Chiara Attinà
produzione Teatro Stabile di Genova, Teatro Stabile di Napoli
durata 2h 30'
Napoli, Teatro San Ferdinando, 8 giugno 2014
in scena 7 e 8 giugno 2014


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