“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Martedì, 10 Giugno 2014 00:00

Fino all'ultimo mattone

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Napoli. San Giovanni a Teduccio. Pietrarsa. Museo Nazionale Ferroviario. Sala Cinema. L’impatto con Pietrarsa è sempre suggestivo. Si arriva dalla città, attraversando quel nastro di sampietrini, asfalto, binari del tram che comincia col nome di via Nuova Marina e finisce, senza soluzione di continuità, come corso San Giovanni. Palazzi diroccati dalla guerra, casermoni di cemento tirati su dopo la guerra. Il bus navetta ci deposita all’angolo di via Pietrarsa, la traversa cieca che conduce alla stazione/museo. È ancora giorno. Lo sguardo si apre su una sciabolata di luce e mare. Si entra nell’antica stazione, si percorre il sottopassaggio dalle pareti rosso carminio, un po’ cupo e vagamente inquietante, poi si ritorna alla luce, nell’ampio cortile di ingresso.

Il buio della sala è interrotto dalle note di un pianoforte. Jazz. Note leggere e malinconiche insieme, con quella struggente malinconia che strascica le note del sassofono. Su uno schermo sono proiettate delle forme colorate, ombre, rutilano e ruotano al ritmo delle note. Poi le immagini spariscono e la luce scolpisce la presenza di un muro, scuro, grigio sabbia. La luce si spegne. Il muro scompare e ricompare lo schermo con le immagini colorate, che ruotano al ritmo di musica. Poi di nuovo la luce materializza la presenza del muro e poi di nuovo lo schermo, le immagini, i colori, le ombre. Poi di nuovo il muro, che si staglia nel buio dello sfondo. E dal buio emergono due mani, che appoggiano un cappello sulla cresta del muro. È un cappello da uomo, un po’ floscio, ma a vederlo così, sul muro, senza descrizione, senza contestualizzazione, sembra a prima vista una maschera di Pulcinella. Potere straniante delle immagini. Viatico per l’indagine sulla verità e la realtà che ci propone Riccardo Caporossi.
Una voce narrante, prima che compaiano in scena le mani, pone interrogativi sul concetto di realtà e sulla consistenza delle cose al di là del nostro pensiero. Platone, Berkeley... La realtà esiste? O esiste perché noi la pensiamo? O esiste finché la pensiamo? Forse le cose vivono un’esistenza intermittente in funzione del nostro pensiero? Non ci sentiamo tali da affrontare il tema e del resto anche la performance, al di là del vago e libero richiamo al mito della caverna di Platone, non si avventura troppo, con le parole, a tratteggiare una sintesi filosofica della questione. Poche le parole, solo in introduzione e in chiusura, pronunciate da una voce fuori campo, come da un narratore o da un demiurgo che osservi dall’esterno, non troppo soddisfatto, la sua creazione. Le parole hanno un tono saggio e sentenzioso, ma non si ritengono troppo, scivolano forse troppo veloci. Poche idee restano. Poche frasi. “La solita cosa degli umani: dividere”. Il muro divide. C’è il muro che traccia lo spartiacque, il qui e il là. Al di qua e al di là. Il muro costringe lo sguardo. “Costretto con lo sguardo fisso, come se fosse un vicolo cieco”. È solo un caso, lo so. Lo spettacolo è stato creato a prescindere dalla location di questa prima. Eppure è una buffa e interessante coincidenza il fatto che si sia svolto proprio a partire da un vicolo cieco, la strada di ingresso al museo che oggi funge da teatro.
Sia come sia il muro è lì, davanti a noi, solido e al tempo stesso plastico e mutevole. La luce lo ha materializzato ai nostri occhi. La luce ne cambia la consistenza e la composizione. Luce bianca, forte, tagliente, trasforma i mattoni in lastre di marmo. Sulla cresta del muro si muovono le mani, che emergono dal buio totale dello sfondo. Le mani materializzano oggetti e spostano i mattoni. La voce tace ormai. Tacerà fino alla fine. Si sente solo il rumore dei mattoni che scorrono gli uni sugli altri, quello strofinio quasi metallico dell’argilla cotta ad alta temperatura. Solo i mattoni e i rumori della sala, quasi silenziosa a dire il vero (di questi tempi il trillo di un solo messaggio va considerato forse una vittoria...).
Silenziosa ma nervosa la sala, percorsa da colpi di tosse. Incapace forse di dominare la tensione generata da questo silenzio carico di senso, di gesti misurati e consapevoli. Oltre la cresta del muro compare l’occhio di un periscopio. Si muove lentamente, perlustra lo spazio tra mattone e mattone. Poi, repentinamente, si volge verso la platea, o forse semplicemente oltre il muro, ignorandoci. Ma ci sentiamo scrutati, osservati, e siamo imbarazzati. Così come quando sui mattoni poggiano gli occhi di un binocolo, puntato verso di noi, o forse semplicemente oltre il muro, ignorandoci. La tensione è forte, genera inquietudine, senso di sospensione. Fino alla fine. Mattone dopo mattone il muro si trasforma, cambia forma. Ogni mattone tolto produce un’apertura, e poi una nuova chiusura. Per ogni muro che si abbatte, un altro se ne costruisce. Talvolta fisico, talvolta interiore. “La solita cosa degli uomini: separare”. Barrire fisiche e barriere morali. Noi. Gli altri. E il muro in mezzo. Il confine.
Fino all’ultimo mattone.

 

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Mura
ideazione, progetto, messa in scena, esecuzione
Riccardo Caporossi
assistente Vincenzo Preziosa
luci Nuccio Marino
coproduzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Associazione Culturale Club Teatro REM&CAP Proposte
lingua italiano
durata 55’
Napoli, Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa – Sala Cinema, 8 giugno 2013
in scena 8 e 9 giugno 2013

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