“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Venerdì, 14 Aprile 2017 00:00

Profondo russo

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Quando leggo certi Adelphi mi viene naturale pensare al Pickwick, al direttore Toppi, alla sua collezione di libri, alla sua passione per alcuni autori e concludere che la casa editrice milanese e questo magazine di culture, plurale appropriato, entrano di diritto fra le ultime poche certezze, di qualità, che l’Italia possa vantare.

Non sono il tipo che s’infervora per i tempi andati e le loro glorie presunte ma nel leggere il saggio, per forza di cose del passato, che Angelo Maria Ripellino ha dedicato a questo romanzo di Andrej Belyj, che l’edizione attuale meritoriamente riporta, mi sento di dire che oggi, nell’epoca in cui gli scrittori recensiscono gli scrittori, o addirittura li spalleggiano − lo Strega è alle porte − una roba del genere non si trova. Partirei quindi da questa corposa e folgorante introduzione in cui un ispirato Ripellino prima si sofferma sullo sfondo del romanzo, la Palmira del Nord, Pietroburgo come non mai, poi ingrana la quarta e procede in uno stato di esaltazione dove gli argini della critica letteraria tradizionale non possono reggere dinanzi alla sua forza straripante. Ripellino c’inonda di Puškin, Gogol, Dostoevskij, Blok e, necessariamente, Belyj. A proposito di quest’ultimo, sentite qua: "Belyj costruisce il periodo come un anellide, staccandolo in segmenti di varia lunghezza mediante una serie di implacabili punti e virgola; ed ogni segmento si muove su una diversa superficie semantica, sicché il periodo assume l’aspetto di un ibrido agglomerato di eterogenei frantumi sovrapposti, di 'materie' concettuali dissimili". Potrei a questo punto andarmene a riposo, oppure cercare corrispondenze quantistiche, qualcosa sugli universi paralleli. Ma cercherò di resistere.
Se credete, innanzitutto, all’esistenza del romanzo sensoriale, ebbene siete dinanzi a quello giusto. Con pagine dove si vede, si sente, si tocca. Le figure umane si frantumano, per l’appunto, si sciolgono, evaporano, diventano cappelli, suoni, nasi gogoliani, demoni dostoevskijani e ancora maschere, porcellane, deliri, emorroidi. È un teatrino di varietà metafisico che avanza, scappa, discute, stenta. Materia dice Ripellino. Io aggiungo: antimateria. E ci sono pure fragori cinematografici, di un’arte contemporanea al simbolista Belyj, in un’alternanza antesignana fra avanspettacolo e scene. Il tutto per una scatola di sardine. Sì, avete capito bene.
Il giovane Nikolaj Apollonovič Ableuchov si è malauguratamente legato a un gruppo terroristico di matrice nietzschiana in cui spicca Dudkin, nichilista in preda all’alcol e ad allucinazioni anti-mongoliche. A Nikolaj viene consegnata una bomba contenuta in una scatola di sardine con la quale deve far saltare in aria Apollon Apollonovič Ableuchov, il padre. Agli occhi dei rivoluzionari, e di noi lettori, il campione del burocratismo zarista. Siamo nel 1905, un anno non di poco conto per la storia russa, caratterizzato dalla disfatta nella guerra contro i giapponesi e dal primo serio tentativo di rivoluzione. Mentre Dudkin incita Nikolaj, quest’ultimo fatica a mantenere la promessa di parricidio. E si trova circondato da una serie di (s)persone: Sofja Petròvna, la donna fatale di cui è innamorato, il sottotenente Sergéj Sergéevic, il marito di lei, il provocatore Lippančenko, doppiogiochista al servizio della polizia zarista e al contempo dei rivoluzionari. Ogni situazione e ogni gesto virano di volta in volta verso il grottesco, la parodia, il comico, la farsa. Non a caso l’apparente momento di gloria di Nikolaj è vissuto con una maschera addosso, il domino rosso, il colore del caos che sconvolge la Russia, assegnatagli da Sofja Petròvna, dispettosa e viziata come dev’esserlo un angelo Pompadour.
La scatola di sardine è un oggetto esplosivo e catartico. Agli occhi di Dudkin, purificatore e liberatorio. Anche Nikolaj ne è persuaso e forse proprio per questo non riesce a innescarlo. La scatola di sardine sparisce e riappare, nelle mani addirittura di Apollon Apollonovič, scompare di nuovo, il lettore è nell’attesa della catastrofe, dell’esplosione definitiva in grado di far saltare in aria non una casa ma Pietroburgo intera. Ma che dico: l’universo − riecco la fisica. Ma nessun incendio distruttore s’innalzerà secondo una prospettiva wagneriana da crepuscolo tetralogico, anzi il congegno a orologeria, che ha un nome somigliante a uno spernacchio clownesco − Pepp Peppovic Pepp − si farà beffe dei destini.
In questa entusiasmante schizofrenia narrativa, che rende Pietroburgo un caleidoscopio stimolante frutto di una penna talentuosa, dove ci sono pagine di satira − qui da leggere sia nell’accezione mordace che nella variante silvana di femmina del satiro − di scheletrica attesa, di geometria NevskijProspektica dove, e mi fermo con i riferimenti scientifici, i viali sembrano puntare verso scie abbandonate da acceleratori di particelle, di allucinazioni come il sogno mongolico di Dudkin e lo sbudellamento di Lippančenko, non possiamo prescindere da un aspetto cardinalico. Nord, Sud, Ovest, Est. Non intendo inquadrare un romanzo come questo in una cornice socio-politica, come peraltro si legge in giro arrivando alla crisi russo-ucraina in Crimea e nel bacino del Donec − chissà cosa ispirerebbe adesso Pietroburgo dopo la scoperta dell’origine asiatica e stepposa del recente attentatore della metropolitana − però qualche suggestione va seminata. Ripartendo proprio da Palmira e da un’ulteriore citazione di Ripellino: "Due princìpi diversi si scontrano nell’ordito di Pietroburgo: la massa formicolante dell’informe striscia minaccevole contro gli schemi meccanici della ragione. È una mischia terrificante come una lotta di iguanodonti e di brontosauri in un paesaggio antidiluviano". E qui, secondo me, mentre scriveva stava pensando: ora li stendo tutti.
Con la definizione Palmira del Nord Pietroburgo non è più la finestra russa sull’Europa ma qualcosa di più indecifrabile, al limite torbido. È Turgénev nel 1863 a usarla in un suo racconto che, guarda caso, s’intitolava Fantasmi. Erano gli anni in cui la capitale russa aveva raggiunto il massimo della suggestione architettonica. Non male per una città nata in un postaccio paludoso e venefico, molto più degno di partorire la Chimera del mito anatolico piuttosto che un centro del razionalismo occidentale. Palmira era stata scelta come riferimento, già da una tradizione poetico-architettonica enucleata nel secolo precedente a Turgénev, perché anche questa metropoli dell’antichità − e del Sud − era nata in luoghi altrettanto inospitali, i deserti siriani, poteva vantare alcune sorgenti d’acqua nelle vicinanze, come le paludi formate dalla Neva, e aveva acquistato fama grazie alla sua magnificenza. Fin qui torna ogni cosa. La Palmira del Sud aveva tuttavia un ruolo in più: anello di congiunzione tra Roma e la Persia, in sostanza tra Occidente e Oriente. In Pietroburgo il ponte crolla. Il romanzo, grazie specialmente a Dudkin, convive con uno spettro che si aggira incurante: l’invasione da oriente di genti barbare, rozze e sanguinarie. Come se la storia russa rischiasse di tornare indietro in direzione dei khanati e dei tributi forzati all’Orda d’Oro dei principi di Mosca e Kiev. E per descrivere questa sorta di paura atavica, Belyj ricorre a un personaggio intriso di follia nietzschiana. È una delle risposte possibili: irrazionalismo versus irrazionalismo.
Il protagonista principale, inoltre, Nikolaj Apollonovič Ableuchov, nel rinnegare il padre, anche se il rapporto fra i due è stentoreo e goffo più che intriso di odio − chiaro riferimento autobiografico visto che Andrej Belyj ebbe una difficile convivenza con il genitore − abiura definitivamente una stirpe ingombrante: il cognome Ableuchov, infatti, deriva da un antenato emiro di origine kazako-kirghisa: Ab-Laj, slavizzato in Uchov. Ce lo dice Belyj all’inizio dell’opera. Non solo, sceglie come suo punto di riferimento Immanuel Kant: il filosofo di Königsberg, oggi Kaliningrad che, sarà anche qui uno scherzetto della storia, è la propaggine più occidentale della Russia essendone un’enclave nel cuore delle repubbliche baltiche. Restando al gioco geografico che mi sono riproposto, è come se Nikolaj cercasse di ancorarsi a ovest quando la sua antica origine era oltre gli Urali, a est.
Qualunque sia la risposta all’irrazionalismo, ai mongoli asiatici, ai tartari, alle armate di Gengis o Tamerlano, le scelte possibili possono oscillare, confondendosi nel magma etico che si porta dietro ogni momento di crisi in cui, come se non bastasse il marcio dentro le mura, c’è pure il nemico alle porte. In ogni caso, di ponti in vista non se ne vedono.

 




Andrej Belyj
Pietroburgo
traduzione (e saggio introduttivo) di Angelo Maria Ripellino
Milano, Adelphi, 2014
pp. 384

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