“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Sabato, 08 Aprile 2017 00:00

La via della Natura e la via della Grazia in McCarthy

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“Quando non ti resta nient’altro, imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra”

 
Esiste un film che ogni giorno credo più che un film sia un miracolo: The Tree of Life di Terrence Malick. L'approccio a questo film divide il mondo in due specie di persone, modi di intendere la vita, maniere per viverla, due specie di persone che fanno una scelta drastica, come appunto suggerisce uno dei personaggi all'interno del film: "Ci sono due vie per affrontare la vita: la via della natura e la via della grazia". Citazione presa in prestito dalla filosofia di Tommaso D'Aquino. Se una parte degli spettatori a un certo punto sentirà sopraggiungere il sonno e man mano collassare sono sicura che questa parte corrisponda alla Natura, se un'altra parte non potrà fare a meno di guardarlo più volte, sempre con la stessa attenzione, forse persino crescente, sono altrettanto sicura che questa abbia scelto la Grazia.

Sembrerà un collegamento eclettico e un po' strano quello che farò tra questo film e La strada di Comac McCarthy − a mio avviso capolavoro − ma non lo è, non se ciò che ci colpisce in questo libro non è la fascinazione catastrofista e post-apocalittica che l'autore imbastisce, ma il suo portato umano, l'indagine che conduce in uno scenario claustrofobico e privo di speranze come può essere la morte del mondo. Appunto, è la fine del mondo, una catastrofe ha distrutto tutto, rendendo invivibile il pianeta, ogni forma di vita è scomparsa e quello che non è scomparso è avvizzito. La terra è ricoperta di cenere, il vetro si è fuso insieme ai corpi umani che su alcune strade si erano riversati in cerca di salvezza e fuga. Non è un deserto, è l'apocalisse, la distruzione dilaga e lo spettacolo struggente non è quello di un mondo mai esistito, ma esistito e ora silenzioso, bruciato e sterile. I pochi superstiti si dividono in buoni e cattivi, come se si ritornasse alla semplicità manichea. Quando tutto è all'inizio, o alla fine, quando siamo agli estremi confini dove le articolazioni sono perdite di tempo, ritorna quel capitale valoriale semplice: bene e male, giusto o sbagliato, bello e brutto. Qui siamo proprio nell'ambito della natura, nella sua manifestazione più materiale e spietata, poiché la scelta è governata da una temporalità che non dà spazio a nessuna ambiguità, se vuoi salvarti devi decidere in fretta tra due antipodi, perché la qualità non si può approssimare, e qui è necessario sopravvivere.
Il cuore pulsante dell'intero libro è il viaggio disperato di un padre col figlio, un bambino che si fa catalizzatore di tutto ciò che non solo è scomparso, ma è impensabile in uno scenario simile. La lotta è aspra, non c'è tempo per soffermarsi, non c'è tempo per ricostruire, né per ricordare, per ricominciare, fermarsi è la peggiore delle idee, bisogna camminare e camminare, fuggire e mettersi in salvo da un mondo spento che lascia dietro di sé l'ombra pallida di un'umanità pericolosa e aggressiva, pronta a tutto pur di non morire.
Due lembi di realtà apparentemente opposte si toccano fino a formare un cappio, per mostrarci infine la desolazione umana, la sua natura debole, circostanziale, suscettibile più all'abbrutimento che all'arricchimento. In una società consumistica, ogni cosa è merce, anche ciò che è impossibile valutare secondo un mezzo effimero come il denaro o impossibile rendere spendibile e consumabile, tutto diventa merce, un bene di consumo, fino al surplus dello stesso, in un ingozzamento che ci soffoca. Oggi sopravvivere per noi significa questo, dare un valore economico a tutto, renderci abili compratori di quei "beni" attraverso un lavoro senza vocazione. Il nostro concetto di sopravvivenza è un dormiente vorace. Nel libro di McCarthy la sopravvivenza è apparentemente giustificata dalla scomparsa di tutto, di ogni cosa, l'unico bene è questa macchina che ci è rimasta e che dobbiamo tenere in vita, a qualsiasi costo. Sarà il bambino a darci una grande lezione, ribaltando con innocente crudeltà un'evidenza alla quale chiunque sentirebbe di doversi piegare.
Nella nostra epoca i bisogni vengono sempre più indotti, crediamo a un certo punto di non poter fare a meno di determinate cose, perciò per sopravvivere votiamo la nostra vita al consumo, all'appropriazione famelica di cose che non ci servono, ma che nel sistema così strutturato pensiamo indispensabile avere. Il nostro accumulare è il risultato di un bisogno suggerito, non sentito, ma il bisogno è il primogenito della sopravvivenza e quest'ultima istituisce uno stato che ci incattivisce, ci rende quasi primordiali, decretando la morte la nemica numero uno. Lo stesso vale nel mondo eroso e spento creato da McCarthy, il padre è disposto a tutto pur di sopravvivere, è una lotta contro la morte, non a favore della vita, infatti spesso nei dialoghi che instaura con se stesso si domanda a cosa veramente stiano tendendo i suoi sforzi, verso quale meta stia puntando, quale speranza cieca lo stia muovendo in questa lotta.
Accecato dallo scopo primario di non morire lentamente lascia che ogni bellezza e preziosità evapori, quelle luci secondarie che prima davano colori e forme nuove alle cose ora si sono ridotte a due tonalità, opposte e contrarie. Non è la terra ad essere morta, ma la vita, lasciando come suo sottoprodotto l'istinto di sopravvivenza, perché solo nella vita può esserci la grazia, la costruzione di cose sempre nuove, i germogli di svariati sentimenti ed emozioni, infine l'accettazione della morte perché non più nemica, ma inesorabile destino al quale l'uomo non ha risposto sottraendosene, ma rendendo più preziosa la vita stessa. Il bambino mostra ancora i segni di questo soffio umano e divino, quando supplica il padre di non uccidere, quando lo prega di non lasciare nella miseria e alla nudità un uomo, quando si assicura che le loro azioni, anche nella disperazione più nera, siano ancora umane e quindi attente, civili, prive di sciacallaggio. Il bambino è l'unica speranza, è il fuoco in una terra inservibile.
C'è una scena nel film di Malick in cui nella storia dell'universo si vede per la prima volta, per opera di animali preistorici, l'affiorare della pietà, a discapito di qualsiasi legge della conservazione. Un animale rinuncia a divorare la sua preda e si allontana. La Grazia è questo, non ha nulla a che vedere con la religione o la cristianità, ma tutto con il nostro essere materia e spirito, essere quell'oltre che ogni tanto siamo e ogni tanto vediamo, verso il quale tendiamo incuranti delle conseguenze materiali. La Grazia è l'inutilità che si riprende il suo posto in un mondo di sole necessità (reali o presunte), è un gesto disinteressato di bellezza che ci restituisce più vita di quanto ce ne possa dare un pezzo di pane quando si ha fame. Il bambino con la sua riflessione sempre pronta rispetto a qualsiasi azione efferata ci restituisce quella preziosità che rende la vita meritevole di essere vissuta, e non una carogna difesa a qualsiasi costo. Non ha valore assoluto vivere, ha valore assoluto la maniera in cui si vive, quello che riusciamo ad aggiungere alla base, in altezza e in larghezza. Non ci riproduciamo per assicurare la continuità della specie, lo facciamo per amore o debolezza, per solitudine e per conforto, lo facciamo perché ci piace fare l'amore e perché, come asseriva Foucault, l'amore sfugge per un attimo all'utopia dell'esistenza.
Ogni gesto umano non può cadere nella rete delle meccanicità o del servilismo, neppure in quella della sensatezza, piuttosto deve appartenere a un universo di significato. Questo significato viene assicurato ai gesti dalla nostra volontà, dal nostro pensiero, dal nostro esserci come parte decisiva di una storia, perché gli atti hanno bisogno di entità attive e non attanti, esseri incausati e causa di niente. La Grazia affiora e il suo secondo nome è Cultura. Vediamo come il bambino che prima durante il cammino raccoglieva qualcosa per portarlo con sé, ora passa quasi indifferente sulla strada che percorre. Ha smesso di costruire memoria, di registrare la vita e la realtà, non affezionandosi a nulla smette di creare cultura. Cos'è alla fin fine la cultura? Come si costruisce? Anzitutto la cultura nasce da soggetti suscettibili e ricettivi, ancora impressionabili. La ridondanza del mondo naturale e delle sue forze ci colpisce duramente, sconvolgendoci e turbando quello stato di quiete nel quale siamo condannati a vivere. La cultura affiora quando uno o più persone investiti da questa violenza scelgono di darle forma, così è nato il linguaggio, per la smania di comunicare, così la Religione e il Mito, l'Arte, il nostro patrimonio simbolico, senza il quale saremmo disordine nel dispotico disordine della natura. Creiamo punti di riferimento, segmenti statici in primo luogo, forme, contorni e nomi. Raffiniamo il tutto attraverso un gusto che si forma e ci rende care cose piuttosto che altre, impreziosiamo la nostra esistenza con punti di vista nuovi, legami, affezioni.
Nel mondo di McCarthy non c'è tempo per tutto questo, perciò, mi ripeto, a morire non è il mondo, ma la vita. Eppure il bambino che ha in sé il desiderio di una bellezza che ignora la sua sopravvivenza e che tenace chiede ragione ai suoi atti, è veramente il solo fuoco vivo, perché l'unico che proietta ombre sulle quali è ancora possibile modellare forme e dare significati che vadano oltre il semplice esistere delle ombre stesse.

 



La strada (The Road)
Cormac McCarthy
traduttore Martina Testa
Torino, Einaudi, 2007
pp. 218

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