“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Giovedì, 06 Aprile 2017 00:00

Fiabe, leggende... e propaganda

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“La fiaba politica non risponde ad alcuna classificazione ed è piegata all’unico scopo di renderla funzionale alla propaganda: o prendendo strumentalmente a prestito luoghi, situazioni e figure del racconto fantastico; o inventando leggende attorno a personaggi e situazioni reali facendo loro assumere contorni fiabeschi”.
(Stefano Pivato)

 

 

Il libro di Stefano Pivato analizza alcuni esempi di come la politica ami ricorrere a strutture narrative proprie della tradizione favolistica mescolando a fini propagandistici dati reali, satira, leggende, miracoli, fisiognomica... Se nelle favole tradizionali l’ammonimento è solitamente implicito, nelle favole di carattere politico esso è invece esplicitato con tanto di riferimenti precisi ai personaggi ed alle vicende reali. In tal modo le narrazioni abbandonano la metafora e la fascinazione originaria per divenire strumenti di comunicazione immediata e semplificata.

Nella narrazione politica, ad esempio, il burattino di Collodi veste alternativamente gli abiti del fascista e del comunista, il lupo cattivo di Cappuccetto rosso finisce con l’impersonare tanto Palmiro Togliatti quanto Harry Truman mentre a Iosif Stalin tocca essere identificato con l’Orco e così via. In particolare durante la Guerra fredda sono svariati i casi in cui nella propaganda delle diverse parti in causa si ricorre al linguaggio fiabesco in quanto particolarmente adatto a rappresentare la contrapposizione amico/nemico.
Nel saggio viene ricostruita la leggenda, particolarmente ricorrente nella propaganda del secondo dopoguerra, che vuole i cosacchi in procinto di abbeverare i cavalli nella fontana di San Pietro, le cui origini vengono fatte risalire alle visioni di san Giovanni Bosco. Probabilmente, afferma lo studioso, la leggenda è stata costruita attorno alle profezie ed ai sogni del santo ed in particolare alle previsioni, da lui riportate, di una monaca domenicana di Taggia che vedono un’imminente invasione di “russi e prussiani” pronti a ridurre le chiese in scuderie. Nel corso del tempo la profezia si arricchisce di nuovi significati in cui si intrecciano la storica ostilità cattolica nei confronti della Russia ortodossa e, soprattutto, il timore del dilagare della Rivoluzione bolscevica, al centro anche delle profezie della Madonna di Fatima diffuse dalla propaganda anticomunista. Così il timore per l’invasione dei “barbari-cosacchi” finisce col trasformarsi nel timore per il pericolo comunista.
Risulta interessante la ricostruzione proposta dal saggio del fenomeno, supportato dai gesuiti, delle Peregrinatio Mariae (madonne pellegrine) sviluppatosi nell’Italia del dopoguerra sul solco della tradizione francese della seconda metà dell’Ottocento nata sull’onda delle apparizioni della Madonna di Lourdes. In tali funzioni la statua della Madonna viene portata in processione lungo le strade e le piazze delle città e dei paesi. “Il fenomeno delle madonne pellegrine rientra certamente nella sfera del sacro e della devozione. Tuttavia, proprio per quella commistione fra religiosità popolare e politica, particolarmente accentuata tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, anche le adunate di massa attorno alla statua della Madonna finiscono per rivestire una valenza di carattere politico non secondaria. Soprattutto fra gli strati popolari [...]. In un contesto in cui la miracolistica orienta le scelte politiche le madonne pellegrine si trasformano in talismani contro il pericolo comunista. Le statue si recano nelle fabbriche e nelle piazze, vengono esibite negli stadi prima delle partite di calcio, visitano ospedali e presenziano ai comizi della Democrazia Cristiana” (p. 32).
Un intero capitolo del testo è dedicato all’uso politico di Pinocchio. La favola di Collodi è infatti stata ripetutamente utilizzata dalla propaganda politica dei vari schieramenti. Nel saggio si ricorda come a partire dalla Grande Guerra la letteratura giovanile viene ad assumere un ruolo di primo piano “in direzione di quell’arruolamento nei ranghi della nazione del pubblico giovanile. Piccoli eroi e superuomini, bambini pronti al sacrificio e martiri votati al trionfo del tricolore si mescolano a orchi, fate e mostri in una prima e spesso ingenua alfabetizzazione alla politica” (p. 91).
Pinocchio prende vita negli anni Ottanta dell’Ottocento e negli anni Venti del secolo successivo il personaggio inizia ad essere protagonista di una serie di “Pinocchiate” rivolte al mondo infantile. È così che il burattino si trova a vestire la camicia nera e la divisa da balilla negli anni Venti e Trenta del Novecento mentre nel dopoguerra viene arruolato da comunisti, socialisti e democristiani.
È sul finire dell’Ottocento che prende il via l’uso politico del fumetto e dei personaggi fiabeschi. “Sono le prime strenne socialiste a promuovere la 'proletarizzazione' del pubblico infantile. Il positivismo pedagogico porta a [...] tradurre in termini realistici anche i più popolari personaggi delle favole. In un’elementare trasposizione della concezione materialistica nelle fiabe e nei fumetti l’immanentismo della pedagogia socialista comporta l’esclusione sia di presenze divine sia di personaggi di fantasia che in quegli anni comparivano sui primi periodici rivolti all’infanzia” (p. 93). Classici come La piccola fiammiferaia di Andersen vengono adattati al fine di esporre ai bambini i principi del socialismo contrastando così il Corriere dei Piccoli che nel 1908 inizia le pubblicazioni. Negli anni Venti gli eroi dei fumetti antifascisti hanno nomi come “Spartachino”, “Comunello” e “Proletino” ed il loro nemico non può che chiamarsi “Fasciolino”.
Durante il Ventennio sul Corriere dei Piccoli abbondano balilla impegnati nel riportare l’ordine fascista soprattutto combattendo i “rossi”. Nelle storie fasciste che vedono come protagonista Pinocchio mancano spesso diversi personaggi propri della favola di Collodi; manca ad esempio la Fata Turchina visto che il ruolo salvifico è assolto dal fascismo. Pinocchio è quasi sempre rappresentato dal regime come eroe solitario, una sorta di versione infantile del superuomo dannunziano.
Se ai suoi albori il fascismo sconsigliata la favola di Collodi accusandola di indurre i bambini all’indisciplina ed allo sprezzo per le autorità, la “sublimazione dell’istinto monellesco di Pinocchio operata dal regime fascista distoglie le sue marachelle nei confronti dell’autorità costituita, rappresentata da Geppetto, indirizzandole contro gli avversari del fascismo. Convogliate così le sue energie eversive contro i nemici della Patria, Pinocchio può vestire la camicia nera” (p. 100). Ed una volta arruolato il burattino si trova a combattere di volta in volta comunisti, inglesi ed africani delle colonie ma si presta anche a dar manforte ai missionari salesiani in Cina.
A proposito dell’uso delle illustrazioni e delle fiabe nella propaganda, risultano sicuramente interessanti le produzioni della Repubblica Sociale Italiana. Il saggio si sofferma sull’opera Storie del bene e del male. Fiaba per grandi e piccini (1944) dell’illustratore Dante Coscia ove, attraverso un bambino che incarna gli ideali fascisti, viene ripercorsa l’intera storia del fascismo passando in rassegna i suoi diversi nemici dai liberali ai socialisti, dagli inglesi al “re traditore”. Lo stesso Pinocchio finisce con l’essere arruolato tra le file della RSI; ne Il viaggio di Pinocchio (1944) di Ciapo vengono fatti espliciti riferimenti alla destituzione di Mussolini ed alla creazione della Repubblica Sociale e la storia si chiude con Pinocchio che, proprio grazie all’adesione ai valori della RSI, da burattino che era diviene uomo.
Terminata la guerra la rivista delle organizzazioni socialiste per l’infanzia Il Falco Rosso riprende la tradizione interrotta col fascismo dando spazio alle storie di “Pifferino” che nelle campagne emiliane si scontra con “Fattore” e “Celerino”. Se da un lato, secondo Pivato, il fumettismo socialista riprende le tematiche introdotte nell’epoca prefascista, seppur aggiornandole, del tutto nuovo appare invece l’indirizzo della pedagogia comunista che propugna l’aderenza al realismo e l’avversità nei confronti del fantastico. Gli stessi travestimenti carnevaleschi vengono biasimati dal PCI in quanto mascheramento della realtà.
Sull’educazione all’infanzia si contrappongono ben presto una pedagogia cattolica ed una comunista; alla prima fa riferimento il periodico Il Vittorioso ed alla seconda Pioniere. Nel mondo cattolico non mancano polemiche nei confronti del burattino collodiano visto che in esso si ravvisa l’assenza di sentimento religioso ma la sua riabilitazione in ambito cattolico prende il via già nei primi anni Quaranta grazie all’analisi proposta dal critico letterario Piero Bargellini e ciò consente alla Democrazia Cristiana di arruolare agevolmente il burattino in occasione delle campagne elettorali ne dopoguerra.
Alla vigilia delle elezioni del 1961 viene pubblicato il racconto Le disavventure di Pinocchio in cui il protagonista si trova a dover sfuggire dapprima le lusinghe fasciste e poi quelle socialiste e comuniste. Al fine di completare la riabilitazione il mondo cattolico si preoccupa tanto di togliere il protagonista dall’immaginario fascista quanto da quello dei partiti di sinistra: “Qui si narra l’avventura / Dell’eroe di ogni bambino / Che una vecchia dittatura / Trasformò in un burattino / [...] / Nella storia che vedrete / C’è la strada più sicura / Per salvarlo dalla rete / D’una nuova dittatura”.
Nell’ambito del fumetto laico uno dei personaggi più in voga nel dopoguerra è “Chiodino”, esplicitamente ispirato a Pinocchio anche se, in ossequio alla pedagogia anti-fantastica, la figura del burattino di Collodi viene trasportata nel mondo reale; al posto di fate e grilli parlanti si trovano operai, disoccupati e personaggi di colore in lotta contro le discriminazioni razziali negli Stati Uniti. Da segnalare come la pedagogia comunista nel dopoguerra si pronunci più volte a difesa di un’ortodossia collodiana ritenuta laica come, ad esempio, contro la versione disneyana del 1947 caratterizzata dall’insistita presenza del “grillo-coscienza”. Interessanti sono anche le critiche rivolte da sinistra alle storie ispirate a Pinocchio come nel caso del personaggio di “Gianburrasca” creato da Vamba ad inizio Novecento per Il giornalino della Domenica, additato come un “Pinocchio piccolo borghese”.
Nel saggio vengono passati in rassegna anche l’identificazione Stalin-Orco e la leggenda costruita attorno al “magnifico atleta cristiano” Gino Bartali ove il “pio eroe del pedale” si batte contro l’antagonista Fausto Coppi “in quota comunista”. La ricostruzione più curiosa proposta dal saggio riguarda però la costruzione di “una delle favole dell’orrore più popolari nell’immaginario degli italiani: quella dei comunisti che mangiano i bambini. È una storia in cui il 'c’era una volta' va individuato nell’Unione Sovietica all’indomani della Rivoluzione bolscevica, e che circola ampiamente nell’Italia appena uscita dal conflitto” (pp. 131-132).
La storia dei comunisti divoratori di bambini si è sedimentata nell’immaginario nazionale soprattutto nell’Italia del Sud, come testimoniano i fatti riportati dal saggio avvenuti nell’immediato dopoguerra. A partire dal 1945 associazioni come l’Unione donne italiane organizzano una vera e propria campagna di solidarietà nei confronti delle famiglie meridionali in gravi difficoltà a causa della guerra offrendo ospitalità temporanea ai bambini indigenti al Nord, soprattutto in Emilia Romagna. “Per il senso solidaristico dei comunisti italiani quell’operazione rientra nella realizzazione di una famiglia collettiva in grado di elaborare relazioni sociali nuove. In definitiva la messa in pratica di un’esperienza comunitaria che anima quelle che furono definite le 'Piccole Russie'. Al centro di quelle patrie immaginarie del comunismo una cura del tutto particolare è rivolta all’infanzia e alla sua tutela” (p. 132).
Tale esperienza viene additata immediatamente dal fronte conservatore come tentativo di mascherare l’importazione nel Paese della realtà sovietica ed i cattolici accusano i comunisti di voler così manipolare i bambini ed ottenere il voto dei genitori. Viene diffusa, soprattutto nelle parrocchie, la voce che dietro tale iniziativa si nasconde l’intenzione di deportare i bambini del Sud in Russia e che i comunisti intendono tagliare le dita delle mani e dei piedi ai bambini se non addirittura farli a pezzi per metterli in scatola e mangiarli. Tali voci hanno finito col creare il panico anche perché, ricorda Pivato, queste vanno a sommarsi ad alcuni episodi criminali, come ad esempio il caso della “saponificatrice di Correggio”, volti a confermare che “al Nord” non è insolito sopprimere esseri umani, figurasi poi in Unione Sovietica, terra di “barbari e selvaggi” notoriamente dediti ad ogni nefandezza.
La leggenda dei comunisti divoratori di bambini compare nuovamente nel 1951, quando la rete di solidarietà del partito si mobilita nei confronti dell’infanzia alluvionata del Polesine. “In realtà la leggenda sui comunisti che mangiano i bambini costituiva, secondo la narrazione del mondo cattolico, il tragico esito finale che iniziava con la dissoluzione della famiglia e la mancata potestà sui figli. La pratica del libero amore e quella della bestemmia, l’abbandono della religione e il dileggio dei sacramenti avrebbero condotto alla punizione divina e alla dannazione alle pene dell’inferno” (pp. 136-167).
Il terrore per la deportazione viene usato anche dalla propaganda della RSI; alla vigilia del Natale del 1944, il regime diffonde la voce che vuole centinaia di bambini siciliani deportati in Unione Sovietica con la complicità inglese ed americana tanto che si narra di intere famiglie che piuttosto che cedere i figli ai bolscevichi si danno al morte. Tale tipo di falsa notizia continua ad essere diffusa man mano che l’esercito alleato risale la penisola.
A proposito della leggenda che vuole i comunisti italiani spinti dalla volontà di deportare i bambini in Russia, nel saggio viene ricordato un comizio del 1946 in cui Palmiro Togliatti accusa il mondo cattolico di dire alle madri le medesime cose che dicevano i gerarchi fascisti nel corso della guerra. Se con la caduta del regime la stampa cattolica pur riprendendo la propaganda della RSI ne attenua gli aspetti comunicativi più macabri, le narrazioni orali, soprattutto nelle parrocchie, non esitano a riprendere anche tali aspetti.
Il saggio ricorda come gli episodi di antropofagia occorsi durante le grandi carestie che flagellano l’Unione Sovietica nel 1921-22 e nel 1932-33 e nel corso della Seconda Guerra Mondiale, in particolare durante l’interminabile assedio di Leningrado, vengano sfruttati dalla propaganda fascista come prova dell’inclinazione sovietica al cannibalismo. Gli episodi di antropofagia da tragica pratica di sopravvivenza comune senza distinzioni di classe sociale, sesso o età, diventano comune e diffusa pratica comunista nella vulgata fascista.
La leggenda dei comunisti divoratori di bambini, sostiene il saggio, si costruisce “attraverso una contaminazione fra cultura orale e propaganda e va verosimilmente collocata nell’alveo di quella che la storiografia anglosassone ha definito urban legend o contemporary legend e che gli storici italiani hanno classificato come leggende metropolitane, senza necessariamente attribuire la loro origine a un contesto urbano. Fino al trasformarsi, nell’elaborazione dell’immaginario infantile, in una favola dell’orrore. Le ricerche sul tema, volte a specificare ciò che è vero da quello che è invece convinzione, hanno posto in evidenza la capacità – anche per l’uomo contemporaneo – di elaborare proiezioni mitopoietiche che si credevano relegate in un passato remoto e arcaico; con la differenza che in età contemporanea le leggende hanno – grazie allo sviluppo dei mezzi d informazione – una capacità di espansione molto più elevata che in passato” (p. 140).
Nel libro viene ricordato come ad alimentare la leggenda del cannibalismo sovietico contribuisca anche la campagna antisemita dispiegata in Italia a partire dalla fine degli anni Trenta, quando viene rimesso in circolazione l’antico pregiudizio sugli ebrei “succhiatori di sangue” dei bambini. L’inizio della diffusione di tale voce si perde nel tempo ma a partire dalla fine dell’Ottocento essa diviene ricorrente sulla stampa europea spesso anticipando/preparando i pogrom nei confronti delle comunità ebraiche. “L’antico pregiudizio sui sacrifici rituali transita dal mondo ebraico a quello comunista” (p. 142).
“Se [...] le notizie false nascono sempre da rappresentazioni collettive che preesistono al loro apparire, è verosimile ipotizzare che esse siano proprio quei racconti del comunismo, in certi casi fantastici ma che traggono la loro origine dagli orrori reali: la repressione del dissenso, le fucilazioni di massa, i gulag, le torture [...]. Nella diffusione di quei racconti gli avvenimenti in Unione Sovietica si caricano di significati e di narrazioni spesso deformate. E la deformazione, orientata dalla propaganda, crea il racconto che trasforma i contadini e la gente comune che, per fame, come atti di cannibalismo, in comunisti; come a dire la forzata metamorfosi di un fenomeno prodotto dalla disperazione in evento carico di ideologia” (p. 145). Come visto, successivamente la leggenda si dilata grazie alla propaganda nazifascista in un clima di terrore generalizzato tra la popolazione in balia della guerra ed a questi racconti non manca di ricorrere la stessa DC negli anni della Guerra fredda.

 




Stefano Pivato

Favole e politica
Pinocchio, Cappuccetto rosso e la Guerra Fredda
Il Mulino, Bologna, 2015
pp. 208

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