“E comunque si andrà a teatro perché là ci sono ancora esseri che sudano, che piangono, si tagliano, sbagliano, cadono, si disperano o sono felici. Si andrà a vedere questo evento come qualcosa di non manipolabile, di non bidimensionale”.

Antonio Neiwiller

Mercoledì, 19 Aprile 2017 00:00

Paula. Scrivere per ricordarti

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“sono Paula e sono anche me stessa,
sono nulla e tutto il resto”


Il 1992 si è appena affacciato sui calendari ma l'aria, impregnata di disinfettante, lo rende già irrespirabile e stantio. Nell'ospedale regna il silenzio, l'eco di qualcosa che forse non esiste. In quei locali asettici la voce di Isabel Allende sussurra alle pagine di un quaderno dalla copertina gialla “Ascolta, Paula, ti voglio raccontare una storia, così quando ti sveglierai non ti sentirai tanto sperduta”. Forse per superstizione, la scrittrice inizia tutti i suoi libri a otto giorni dall'inizio dell'anno. Il suo primo libro, La casa degli spiriti − il cui titolo fu scelto dalla figlia Paula con il lancio di una monetina, così come quelli successivi − fu iniziato in questa data diventata negli anni fatidica. Questo che sto per presentarvi, però, non è un libro come i precedenti. Ma procediamo con ordine.

Al capezzale di quella stessa figlia da cui dipese il battesimo del romanzo che per lei fu sinonimo di salvezza, l'autrice inizia l’8 gennaio 1992 un viaggio sui terreni della memoria, in una lunga introspezione in cui i ricordi vengono legati insieme dai filamenti della fantasia, che tenta di colmare le falle. Il male che un mese prima ha colpito Paula − una crisi di porfiria, una malattia genetica caratterizzata da attacchi acuti ed intermittenti ma non necessariamente fatali − le ha causato un danno cerebrale che l'ha condotta in poche ore ad uno stadio intermedio tra la vita e la morte, uno stato di coma che lo specialista stima di poche settimane. Il corpo di Paula, però, giace da un mese nel letto di un ospedale pubblico madrileno, nella cui cappella si alternano, sotto gli occhi di un Cristo intagliato, suo marito Ernesto e sua madre Isabel, intenta a redigere per lei una lunga lettera che spera possa servirle poi a colmare le lacune mnemoniche che l'evento inevitabilmente le lascerà. Ad aspettarla nelle pagine sarà un lungo cammino nella famiglia Allende, una tribù di castigliani-baschi, con un quarto di sangue francese e una spruzzata di araucano o mapuche.
La scrive su quaderni gialli, che continua ininterrottamente ad usare anche quando, a sei mesi di distanza da quell'attacco, gli esami confermano che la ragazza è ormai un vegetale e che non sarà mai più possibile vederla sveglia; pagine che non abbandona neanche quando,  lasciata Madrid, Paula viene portata in stato di incoscienza nella California del Nord, dove Isabel risiede e nella cui casa si occuperà di lei con la sua grande famiglia, un paio di amiche e quelle che definisce "tre donne generose".
Con questa missiva, l'autrice traccia la storia della sua vita e, con essa, i confini fisici del suo dolore, che prende forma giorno dopo giorno e con il sospetto che non sarà mai letta. Di lei, il marito Willie traccia un ritratto a tinte fosche, disperate: una donna inavvicinabile, ossessionata dalla figlia. Con il passare dei mesi, Isabel sente ormai di scrivere per se stessa e per cercare di tenere insieme un mondo che ormai le si sgretola attorno.
Paula muore il 6 dicembre 1992, all'età di ventott'anni, tra le braccia di sua madre, che l'aveva vegliata per tutta la notte cercando di sincronizzare il suo respiro con quello sempre più debole della figlia. A quel giorno seguono i riti funebri e cerimonie familiari, che vedono coinvolta una Isabel spossata, in un limbo di dolore che non sa esprimere. Accanto a lei ci sono il figlio Nicolas, la nuora Celia, i nipoti, il genero Ernesto. E sua madre, una protagonista di quelle memorie custodite nei quaderni gialli, che Isabel ha paura di risfogliare.
A sua madre e al suo discreto modo di stare al mondo si deve la definitiva redazione del libro che raccoglierà le memorie di quelle pagine, nata dall'invito della donna a cogliere l'occasione per iniziare, ad un mese dalla morte di Paula e allo scoccare di un altro 8 gennaio (quello del 1993), un'ennesima esperienza di scrittura.
Pubblicato nonostante le remore degli editori − convinti che il passaggio da libri di narrativa ad un libro autobiografico fosse un salto nel vuoto − Paula è l'ennesimo frutto di un dialogo di Isabel con le donne della sua famiglia, in un matriarcale intreccio di vite. Sua madre, che le ha indicato con parche parole la via per percorrere il "tunnel lungo e buio" che è il lutto, da cui nessuno e nessuna cosa avrebbe potuto salvarla, se non lei stessa. Quella madre la cui vita viene ripercorsa in Paula, sin dal momento del concepimento di Isabel, con la quale la donna "intavolò un dialogo permanente che non si è mai interrotto fino ad oggi" e che l'autrice, con goliardia mista ad amore, descrive come una donna tanto fertile da poter rimanere incinta anche col il solo sventolio di un paio di mutande nel raggio di mezzo centimetro. E sua figlia, destinataria di quelle parole e depositaria di molti segreti catartici. Un percorso di scrittura costellato di lacrime, d'inerzia vissuta alla tastiera e di risate; un percorso che si conclude con una vittoria.
La storia della famiglia Allende e dei suoi intrecci verrà raccontata dall’autrice nei libri autobiografici Il mio paese inventato (2003) e ne La somma dei giorni (2008), ma Paula è diverso: “È un ricordo, la tragica storia della morte prematura di una giovane donna, ma è soprattutto una celebrazione di vita”, questa la descrizione che l’autrice decise di darne.
Alle parole della madre si uniscono quelle di Paula stessa, che Isabel recupera dalle lettere che la figlia era solita mandare al marito Ernesto, introdotte nel testo per poter omaggiare la donna con un ritratto che andasse al di là della rappresentazione che il solo ruolo di "figlia" ne avrebbe dato. La figura della ragazza intellettuale e metodica, si amalgama quindi con una sensuale ed inquieta, scolpita sulla scia della descrizione di Ernesto, che la vedevano "amante appassionata, sposa dolce e compagna straordinaria". Paula, con i suoi capelli lunghi e le sue sopracciglia folte, sorride radiosa dalla copertina in una foto scattata dal padre prima che si ammalasse.
A poche settimane dalla pubblicazione del libro, nel 1995, la cassetta delle lettere dell'autrice inizia a straripare di lettere scritte da uomini e donne provenienti da luoghi diversi (soprattutto dall'Italia, dalla Spagna e dall'Australia). Una rete di mani volte al sostegno, desiderose di raccontarsi e di chiedere un seguito alla storia che ormai li aveva fatti sentire parte di una grande famiglia. Alcune di esse, rilette dalla nuora Celia, nel giugno 1996 diventarono il contenuto dell’antologia di epistole Carte a Paula (in italiano: Lettere dal mondo).
Ma questa è un’altra storia, riguarda le vite degli altri e ci dice come spesso le narrazioni non siano fine a se stesse. Ciò che resta ad oggi, è il silenzio: “Silenzio prima di nascere, silenzio dopo la morte, la vita è puro rumore tra due insondabili silenzi”.

 



Isabel Allende

Paula
traduzione di Gianni Guadalupi
Milano, Feltrinelli, 1995
pp. 326

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