“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Sabato, 21 Dicembre 2013 00:00

Racconti di un Gemelli di giugno

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Prima di iniziare questa recensione devo mettervi a parte di una cosa: Pippo Delbono ha rappresentato la mia epifania teatrale ed è tutt’ora lo sceneggiatore, regista, attore che più amo. Farò in modo, però, che questa mia sfumatura di venerazione non mi impedisca di mostrare il dovuto rispetto alla recensione e, a voi, prometto che chiamerò a raccolta tutto il mio impegno per rendervi un buon servizio che sia, come ogni recensione che si rispetti, qualificabile con le parole: imparziale, distaccato, asettico come il guanto di un chirurgo.
Dunque: spettacolo mesmerizzante, estasiante, abbacinante, che toglie il fiato!

Ma procediamo per gradi. Il silenzio che precede gli spettacoli di Delbono viene sempre avvertito come una calma pretornatica, penso sia il frutto di una scelta precisa fatta da qualcuno che ha deliberatamente scelto di non farsi sentire e di non annunciare il proprio arrivo. Poi eccolo che appare dal nulla, e da subito comincia a lavorare per accorciare le distanze. Non so come riesca a farlo, ma in una manciata di minuti ha scardinato tutte le nostre barriere ed è riuscito a creare una strana intimità col pubblico, innescando quello strano rapporto intimo a senso unico che capita di instaurare con i nostri scrittori preferiti. Succede che ognuno si convince di avere un vero e proprio rapporto personale con lui, come se tutte le cose che racconta e le confessioni che concede vengano sussurrate al nostro orecchio soltanto rendendoci in qualche modo speciali e complici. Fatto questo, inizia a toccare le corde dei nostri precordi come fossero corde di violino. Siamo nelle sue mani, stabilirà lui quando farci piangere come bambini e quando, invece, farci ridere, con quella risata un po’ metallica tipica delle risate che seguono il pianto.
Con Racconti di giugno Delbono mette in scena uno spettacolo che ha un debito preciso nei confronti della realtà, la sua. A dire il vero questa è una cosa che lui fa anche quando si occupa della Cavalleria rusticana, ma in Racconti di giugno tutto lo spettacolo ruota intorno a lui e alle sue molteplici vite, tante quante è possibile averne per un "Gemelli di giugno" abituato per nascita a convivere sempre "con un altro me stesso, quando non siamo in quattro, otto, sedici o trentadue...".
Prima di iniziare ci rivolge una preghiera, chiede di non scrivere e di non riportare tre parole, che promette di rivelare alla fine dello spettacolo. Lo chiede per sua madre, solo per sua madre. Ora la madre di Pippo non c'è più, quindi potrei anche scriverle, ma non posso, ho dato la mia parola e potrebbe dispiacersene, sempre per via di quel rapporto intimo che perdura anche a spettacolo finito dato che il signor Delbono si scorda sempre di liberarci dall'incantesimo che ci ha lanciato.
Dal principio ripercorriamo con lui tutte le tappe del viaggio in divenire della sua esistenza, un viaggio nel viaggio, perché lui sta ancora viaggiando e in quel preciso momento, per quel brevissimo frattale della sua vita, siamo noi i suoi compagni di viaggio. È così che facciamo la conoscenza del bellissimo bambino dai riccioli rutilanti, talmente bello da essere scelto come Gesù Bambino alla recita della parrocchia, talmente buono da vincere il premio come "il chierichetto più bravo", talmente puro e innocente da indurre in tentazione e attirare a sé strane e intime carezze ecclesiastiche che in lui che le ha ricevute non hanno lasciato traccia alcuna, nessun rancore, nessuna rabbia, ma in chi le fece, forse, alimentarono quella frustrazione e quella durezza, di cui ci parla citando un passo dell'Enrico IV di Pirandello: "Noi abbiamo bisogno di preti cattivi, dei genitori cattivi, così poi ci ribelliamo e diventiamo liberi".
Poi lo vediamo ragazzo, per le strade di Genova ad inseguire il suo grande amore. Vittorio. Un amore segreto, clandestino, un amore pericoloso, che corre di notte lungo i precipizi, che non conosce limiti e dalle canne e all'alcol lo conduce sulla strada dell'eroina, e a quel punto è facile intravedere già la tappa successiva e i loro corpi stretti in un abbraccio mortale ritrovati chissà dove. Ma il ragazzo vuole vivere e allora sceglie di scappare. E l'unico modo per scappare da una passione travolgente è trovarne un'altra ancora più potente ma di carica opposta. Delbono sceglie la vita e sceglie il teatro. Anche l'amico se ne andrà, nel mese di giugno, abbandonando per sempre il guscio del suo corpo: forse un incidente, forse un suicidio. Ma come i soldati dell'Enrico V, che sapranno mostrare il loro prodigioso valore anche da morti, facendo stragi "pur mentre si decompongono", Vittorio seminerà in Pippo il germe del suo male: "Dimmi che mi ami, dimmi che mi ami, dimmi che mi ami, dimmi che mi ami. Dimmi che mi amerai per sempre". Cominciano gli anni bui, gli anni degli oscuri pensieri di morte. Il destino gli si è parato di nuovo davanti e, nel mese di giugno, avvolto in un camice bianco gli ha presentato, con il gongolio maligno tipico dei medici, l'estratto conto di un'eterna faulkneriana condanna, l'AIDS, e lui in un omaggio a Sarah Kane, ci parla di fine e della perdita di ogni speranza: "Tutti i morti sono stretti al mio ventre. E mi vogliono portare giù, giù, giù con loro".
Ma poi è arrivato Bobò, lo ha incontrato in un inferno napoletano, un manicomio in provincia di Napoli "dove gli uomini camminavano senza nessuna direzione negli occhi, le donne si mordevano nelle gabbie e gli infermieri portavano grandi bracciali d'oro", un piccolo uomo sordomuto, analfabeta, rinchiuso lì dentro per più di quarantacinque anni, che lo aspettava sull'uscio, implorando con gli occhi di essere portato via, di essere salvato. Delbono lo ha fatto ed è stato salvato, da Bobò.
È quando mi imbatto in spettacoli come questo che mi ricordo delle potenzialità illimitate del teatro che in certi casi è capace di parlare allo stesso tempo alla nostra emotività e alla nostra cerebralità, di parlarci del quotidiano mentre con messianico indice puntato ci lascia intravedere delle trascendenti verità. Vita vissuta, della quale riusciamo a intuire passioni, fatiche, dolori apocalittici e ferite, con la stessa empatica immedesimazione che ingenerano le visioni delle rappresentazioni dei martìri inferti ai corpi dei santi.
Alla fine dello spettacolo, dopo averci mostrato gli oscuri inferi e poi le vette adamantine del suo animo, ci lascia il suo messaggio più importante: "Una persona può arrivare ad essere grata di tutte le cose che le sono successe nella vita".
Poi, come promesso, svelerà le tre parole di cui vi ho parlato all'inizio. Ma come promesso, da me non le saprete mai.

 

 

 

 

Racconti di giugno. Incontro con se stesso
di e con Pippo Delbono
suono Pepe Robledo
lingua italiano
durata 1h 30’
Napoli, Piccolo Bellini, 19 dicembre 2013
in scena dal 19 al 22 dicembre 2013

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