"Pupi siamo, caro signor Fifì! Lo spirito divino entra in noi e si fa pupo. Pupo io, pupo lei, pupi tutti".

Luigi Pirandello

Grazia Laderchi

Il testamento di un artista drammatico

“Qui facciamo teatro, qui non siamo noi stessi!”
(Thomas Bernhard)

 

Minetti, “Ritratto di un artista da vecchio”, è l'atto d'accusa di un artista indignato, una resa dei conti filosofica e un'arma a lunga gittata idonea a colpire una moltitudine di bersagli; Minetti è l'ultima maschera dell'attore, tenuta in serbo per l'ultimo spettacolo, ed è la più terrificante che sia mai stata fatta.
In quest'opera Thomas Bernhard, con la coerenza di un cecchino ossessionato dalle sue vittime, poggia il suo sguardo greve sul teatro e il suo pubblico, sineddoche di una società condannata all'eterna ottusità. È al teatro, infatti, che spetta rappresentare il mondo con le sue intrinseche menzogne, è, quindi, al teatro che spetta mostrare “la più reale delle realtà” attraverso l'arte e l'artificiosità.

La misura dell'ingiustizia

Dramma dialettico estremamente complesso e intricato, Misura per Misura si caratterizza per la compresenza di una trama principale e trame secondarie che, sovvertendo parallelismi e rigide gerarchie, tendono continuamente ad accavallarsi in un ordito in cui è difficile individuare un tema dominante. Certamente, nell'immediato, emerge la corruzione della giustizia umana che si misura con un ideale di giustizia assoluto talmente lontano dalla condizione umana da sfuggire ad ogni tentativo di concretizzazione.

Lo spessore delle donne di Bernarda Alba

Un velo impalpabile si frappone tra la scena e gli sguardi del pubblico, è così che, senza varcare una porta d'ingresso, entriamo nella casa di Bernarda Alba, siamo dentro la sua vita e in quella di tutte le sue donne. Nella casa non c'è nulla di sporco ma in quel nitore ostentato non c'è alcunché di caldo. La Poncia e la Serva, intente a pulire sul pulito, approfittano dell'insolita solitudine per tessere l'ordito ricamato della quotidianità della casa, mostrando un primo assaggio degli odori e degli umori che lì si respirano.

I versi del mare

La recensione di uno spettacolo è sempre un’impresa ardua, un continuo cozzare contro i limiti di ciò che non si può esprimere e che, per questo, non si può mostrare appieno attraverso le sabbie sfuggenti del linguaggio. Per alcune rappresentazioni i limiti nel ‘mostrare’, ‘catturare’, ‘mappare’ e ‘rappresentare’, si frappongono tra il lettore e chi cerca di restituire l’esperienza dello spettacolo come vere e proprie mura inespugnabili, e l’unico espediente per affrontare l’impresa è quello di riconoscere umilmente l’incolmabilità del divario tra l’esperienza artistica vissuta e le parole utilizzate per raccontarla, appellandosi alla clemenza del lettore che, da subito, è bene che sappia di trovarsi di fronte ad una ‘recensione morta’.

"Peccato che fosse puttana" e le conseguenze della filosofia

Opera maggiore di John Ford, Peccato che fosse puttana, fa parte dei grandi capolavori di epoca elisabettiana. Con questo dramma, fosco come "tutto ciò che di sporco, di infame e di abietto è nel fatto di vivere" (Artaud), Ford, ha condotto il teatro oltre la soglia di quel territorio di 'nera libertà' in cui abitano e trionfano le forze oscure; come una pestilenza, che rivela e illumina di luce tetra le crudeltà latenti dello spirito umano, così questo testo, modello di 'crudeltà', libera gli istinti più primordiali e abominevoli, con effetti venefici contagiosi, che dai corpi dei personaggi si trasmettono agli attori, e, quindi, al pubblico. Al di là dei giudizi morali e moralisti che si aggirano in platea alla fine di una rappresentazione come questa, quello che si avverte, è un reale e palpabile sconvolgimento interno, una crisi epatica dovuta ad un eccesso di tossine mandate in circolo da una vita interiore nascosta, non sempre troppo rassicurante: "L'umana natura non è cosa bellissima sotto tutti gli aspetti".

"Kiss & Cry": Macro e Micro prospettive spettacolari

L'edizione 2016 del Napoli Teatro Festival inizia la sua programmazione; va in scena al Teatro Politeama Kiss & Cry, lo spettacolo-esperienza di Jaco Van Dormael.
Caratterizzato da una magnificenza immaginifica difficile da descrivere, questa visione ha i tratti e le tinte della Bellezza colta da due punti di vista: macro e micro. La visione è una carezza di mani impalpabili, che si interrogano sul senso della morte (e, quindi, della vita), sulle quali si è depositata la fragilità delle ali di una farfalla; basterebbe un nulla per sperderne i colori e sporcarsi le dita, ma l'essenza di questa bellezza resisterà ben oltre la durata della rappresentazione, e chi ha avuto la fortuna di assistervi, ne conserverà il tocco indelebile.

Una trinità amletica

Tra l'Amleto e il teatro c'è di mezzo l'intera storia della condizione umana, un contenitore inesauribile dal quale è possibile attingere la sostanza per descrivere il mondo.
È il testo stesso che, privo di materia solida e di saldi ancoraggi si pone oltre la soglia del definito; è pertanto pressoché impossibile circoscrivere con esattezza in cosa consista questa sorta di lievito madre nel quale il teatro affonda le mani e prende pezzi di aspetti che il tempo e la  necessità, dea cieca quanto crudele, reclamano di far emergere dall'indistinto per assumere una forma compiuta.

Siamo della stessa sostanza di cui sono fatti gli incubi

La scacchiera sull'assito circoscrive lo spazio in cui due giocatori hanno appena compiuto le prime mosse; tutto deve ancora accadere, eppure tutto è già assoggettato alle regole immutabili di un antico meccanismo umano, irrevocabile.

'900, il secolo delle "Benevole"

Durante l'assedio di Leningrado, Dmitrij Šostakovič compose la Sinfonia n. 7, definendola una "Blitzsymphonie di risposta al Blitzkrieg nazista".
Anche il Dottor Maximilien Aue avrebbe voluto diventare un grande pianista e compositore, ma in certi cupi frattali della storia, quando ci si ritrova nel bel mezzo di un mattatoio, non c'è possibilità di scelta, e l'unica sinfonia possibile è quella della propria vita.
Diviso in sette parti che prendono nome dai movimenti di una suite di danze, Le Benevole di Jonathan Littell è una sinfonia narrativa suonata da un unico musicista condannato ad eseguire, per l'intera vita, il tempo e gli accordi delle Eumenidi (Le Benevole, le furie greche della vendetta), implacabili e invisibili direttori d'orchestra. Imbarcarsi in questa lettura significa seguire il protagonista nell'esecuzione di uno spartito di quasi mille fittissime pagine, condividendo i malesseri fisici e mentali delle derive dell'orrore, dove gli incubi peggiori rappresentano una fuga consolatoria da una realtà decisamente più sinistra.

I bambini e la solitudine del sonno

Nel corso dei suoi sogni, l'uomo
si esercita per la vita che verrà
              (Friedrich Nietzsche)
 
 
 
 
Nel sonno, nei sogni, stiamo un po' più che in noi stessi e il riposo del corpo favorisce il risveglio dell'anima. Così scriveva Thomas Browne, nella Religio medici, per spiegare cosa accade quando l'anima, libera dai vincoli del corpo e della ragione, può finalmente "discutere imperiosamente della propria immortalità". Varcata la frontiera del sonno si lascia il mondo condiviso per andare ad abitare un mondo proprio dove le passioni coinvolgono con maggiore forza, e se l'allegria può dare maggior piacere, il dolore e la paura, in quel mondo solitario, possono diventare intollerabili.
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