"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Domenica, 22 Dicembre 2013 00:00

Cornuto e mazziato

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Una casetta di plastica da bambini. Un rettangolo di prato sintetico. Una siepe e una staccionata di plastica. Tutto è pronto per la messinscena del perbenismo, dell’ipocrisia e della vanità. Giorgio Dandini entra in scena cantando in playback sulle note di Celentano. Camicia a fiori sgargianti, sotto la quale si intravede l’italica canotta bianca, baffi a spiovente, l’aria solida e tronfia dell’uomo che ha acquistato col denaro la rispettabilità sociale.

Povero Giorgio Dandini (trasposizione di George Dandin in un’Italietta romagnola anni ’60, declinata sui ritmi e le note del molleggiato nazionale). Credeva di aver fatto un buon affare il Dandini “sistemandosi a casa di un galantuomo”. Povero illuso. Credeva bastassero i soldi a comprare quarti di nobiltà come quarti di bue. Credeva che il denaro gli avrebbe garantito la scalata sociale, pecunia non olet si tramanda dicesse Vespasiano, ma nella scala sociale il Dandini non è che l’equivalente di un liberto e solo i suoi figli, grazie al suo matrimonio, saranno considerati, grazie al sangue della madre e dei di lei avi, dei gentiluomini. “Quelli si maritano i soldi nostri... mia moglie mi mette il culo in testa”.
Storia vecchia, abbastanza triviale. Un uomo geloso viene cornificato dalla moglie giovane, bella e altolocata con il tacito assenso della famiglia di lei. Come si direbbe a Napoli il marito risulta essere cornuto e mazziato, che è un modo più icastico per dire “oltre il danno la beffa”.
Fin qui nulla di nuovo. Situazioni paradossali, al limite del grottesco. Per un attimo la commedia sembra tramutarsi in tragedia, con la moglie fedifraga che emulando Fedra minaccia di uccidersi, anzi si uccide in scena, rendendo automaticamente colpevole il marito agli occhi del mondo. Ma è solo un espediente narrativo per far uscire di casa il Dandini e lasciarlo chiuso fuori, ancora una volta gabbato. Vendetta della donna ferita, scoperta nel suo raggiro e colpita nell’orgoglio: aveva offerto pace al marito, sembra. Gli aveva offerto, tra le lacrime, sinceramente (?) il cuore. Per scoprire che del suo amore e del suo rispetto al Dandini, tutto sommato, non interessava nulla. Contava solo la soddisfazione dell’orgoglio di uomo ferito.
Prevedibile l’epilogo, la sconfitta del Dandini, sempre più stralunato e smarrito, ormai in balia degli eventi, della moglie, dei suoceri, dei servi, del rivale. Lo sguardo vitreo, l’abulia.
Grande profusione di mestiere teatrale. Cinque attori per sette personaggi. Immediati i cambi di scena e di personaggio. Minimale la scenografia. Mobile la quarta parete, con deliziosi a parte che rendono il pubblico talvolta interlocutore all’interno della scena, talaltra consapevole della finzione in quanto tale. Eppure, nonostante tanta esibita potenza attoriale, nonostante le tante suggestioni, dai costumi, alla musica, all’inserimento di frammenti del testo originale, qualcosa sfugge. Lo spirito arzigogola alla ricerca del senso, oggi, della riproposizione di Molière. Si ammirano i singoli elementi scenici, le trovate, la mimica, la capacità di gestire al tempo stesso testo e sottotesto, ciò che si vede in scena e ciò che viene raccontato essere in scena. C’è molto lavoro dietro la rappresentazione, e si vede. Ci sono scelte che sembrerebbero avere un preciso significato, si percepisce. Eppure manca qualcosa. Qualcosa che renda più convinto e rotondo il meritato applauso al mestiere degli attori.

 

 

 

Il marito smarrito
liberamente tratto da George Dandin
di
Molière
regia e drammaturgia Filippo Renda
con Pier Paolo D’Alessandro, Matthieu Pastore, Laura Serena, Simone Tangolo, Anahì Traversi
assistente alla regia Mattia Sartoni
traduzione Matthieu Pastore, Filippo Renda
scene e costumi Eleonora Rossi
produzione Idiot Savant/Ludwig e Teatro Libero di Palermo in collaborazione con LaMaMa Umbria e il comune di Solarolo
fotografa di scena Sarah Casna
lingua italiano
durata 1h 30’
Napoli, Start/Interno 5, 19 dicembre 2013
in scena dal 19 al 20 dicembre 2013

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