“Tutti noi riusciamo a vivere solo perché, a un certo punto, ci rifugiamo in una menzogna, una qualsiasi. Lui invece non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo: è assolutamente incapace di mentire, come è incapace di ubriacarsi. Franz è senza il minimo rifugio, senza un ricovero, perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È un individuo nudo tra individui vestiti”.

Milena su Franz Kafka

Lunedì, 04 Dicembre 2017 00:00

Deflorian/Tagliarini: dando calore agli oggetti

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Dopo una breve attesa al piano terra del Museo Hermann Nitsch − il tempo necessario per aggirarsi un po' tra gli oggetti strani e poco rassicuranti accumulati dall'artista austriaco − gli spettatori sono stati condotti al piano superiore, in una stanza piena di altre cose accumulate in scatoloni posizionati sull'assito. Poi qualcuno ha iniziato a raccogliere e porgere delle sedie pieghevoli, c'è stato chi le ha posizionate nel posto sbagliato ma si è subito spostato in quello giusto. È così che qualcosa ha iniziato a prendere forma: quello che un attimo prima sembrava un monolocale vuoto, e in attesa di trasloco, ha assunto l'aspetto di un rituale collettivo chiamato teatro.

Daria Deflorian, in piedi di fronte a noi, ci osserva con la naturalezza di una padrona di casa che aspetta che i suoi ospiti si siano accomodati; Antonio Tagliarini traffica col contenuto di uno scatolone, ne estrae una rosa di plastica osservando con stupore la trasformazione dell'oggetto in una busta per acquisti (shopping bag).
“Mi fanno impressione le case svuotate, quando rimangono solo gli scatoloni − come in un trasloco. Chissà chi ha svuotato la casa di Janina?... È uscita una mattina ed è caduta per terra. Mi chiedo: chissà dove ti portano quando muori per strada? ... Dove ha portato tutte le cose? ... Dove le metti?... Ma come, non ti sei tenuto una cosa di tua madre? Non voglio dire che per ricordare qualcuno devi avere qualcosa di suo, però...”.
La voce di Daria ci giunge con la semplicità con cui si compiono osservazioni sulla vita e preparano un terreno comune perché tutti intendano. Anche chi non ha la minima idea di chi sia stata Janina non ha difficoltà a inserirsi in una narrazione che da una fine ben precisa − il giorno della morte di Janina Turek − risale il fluire di un'esistenza meticolosamente registrata in 748 quaderni, sublimando la memoria attraverso la cronaca.
Sulla parete di fronte due grandi pannelli riportano in elenco alfabetico tutti gli oggetti inclusi negli scatoloni (ho cercato se nell'elenco vi fosse la scatola di medicinale OKI che avevo intravisto ed eccola lì “scatola OKI... 30 bustine”); sulla parete opposta vi è invece la sintetica descrizione dei diari tenuti dalla Turek così come raccontati nel reportage Realitydi Mariusz Sczcygieł.
È dal reportage di Sczcygieł che sappiamo che − per oltre mezzo secolo − questa donna di Cracovia ha annotato e numerato tutti i ricevimenti, le gite, le serate danzanti, gli oggetti trovati, le letture fatte, le visite compiute o ricevute, i pranzi le colazioni e le cene, e ha annotato tutto ciò in un modo così oggettivo e minuzioso che pare proprio abbia voluto tendere “un agguato alla propria quotidianità” e, allo stesso tempo, “nobilitare il proprio tran tran quotidiano”. Nonostante l'asettico distacco dei suoi elenchi, dai quali non si riesce mai ad evincere in modo diretto il legame sentimentale con le persone o le cose − quando nel 1960 scorge suo figlio per strada annota l'evento nella rubrica “persone viste di sfuggita” utilizzando nome e cognome del figlio senza lasciar trapelare il legame di parentela; al ritorno del marito da Auschwitz appunta “Visita di Czeslaw Turek detto Slawek” − emerge ugualmente e in modo fortemente tangibile (forse maggiormente tangibile) tutto ciò che è stato omesso ossia il legame affettivo e relazionale tra lei e ciò che viene annotato.


Rzeczy/Cose è il titolo dello spettacolo di Deflorian e Tagliarini e l'aver scelto il termine 'cosa' in luogo di 'oggetto' implica infatti la presenza di un legame affettivo e relazionale, che va oltre la dimensione del puro possesso, tra il soggetto e il prodotto. Per dirla con Remo Bodei siamo nell'ambito del “quarto regno”, quel luogo in cui gli oggetti non sono più “strumenti proteici, prolungamenti del corpo o della mente, ma 'altri' da noi, come strumenti partner”. In questo raccontare l'oggetto diventa soggetto, diventa cioè cosa ed è esso stesso a narrare le implicazioni emotivo/sentimentali intrattenute con chi lo ha posseduto. Daria e Antonio pescano dunque dagli scatoloni oggetti diversi riuscendo a trasformarli in protagonisti eloquenti e in potenti evocatori di ricordi. È così per la boccia, accarezzata e soppesata ("Ha un bel peso!") e poi lanciata: "Posso insegnarti? Non voglio fare l'esperta... ci si mette così. Non è tanto la boccia, ma è questa posizione che mi ricorda mio padre"; è così per la cinepresa: "Te lo ricordi il primo filmino che ti hanno fatto?"; "Come faccio a dimenticarlo?... Non me lo dimenticherò mai quel momento"; "Tu non ti ricordi di quel momento, tu ricordi il filmino".
I loro gesti attribuiscono quindi un valore alle cose indipendentemente dalla funzione concreta delle stesse, ne giustificano l'accumulo e l'impossibilità di privarsene. Perché? Ecco la domanda impossibile, quella a cui non si può dare una risposta esatta. Istintivamente mi verrebbe da chiamarla "Domanda alla Salinger" perché mi fa tornare in mente quella che si poneva il giovane Holden Caulfield (ve lo ricordate il quesito su dove possano mai andare le anatre del laghetto di Central Park quando il laghetto ghiaccia?): è esattamente quello che fa Antonio nel momento in cui − è certo − la domanda inespressa si è posta nel bel mezzo dei pensieri di ogni spettatore: perché fare così? Perché accumulare e catalogare? Lui, Antonio Tagliarini, parte da lontano con una storiella alla Holden Caulfield, raccontandoci dei pinguini che, alla stessa ora dello stesso giorno, si dirigono tutti gli anni verso il mare e tuttavia capita che un pinguino (uno su un milione) si fermi e decida di viaggiare nella direzione opposta, verso le montagne, verso la morte sicura. “Perché?” ci chiede sapendo che non c'è una risposta.
Forse si può pensare che questi legami con gli oggetti si creino perché, gettando via l'oggetto o non catalogandolo, si rischia di perdere la memoria ad esso legata. Fatto sta che Janina Turek catalogava le cose, tutte le cose, e nel 1970 l'artista Il'ja Kabakov realizzò l'istallazione totale Desjat' personazej (Dieci personaggi) in cui apparve “l'uomo che non gettava via niente”: figura che è diventata il simbolo dell'ossessione per la conservazione di ogni oggetto con cui si è venuti a contatto: un'attrazione che sfugge ai meccanismi della funzionalità e della finalità.


In questo spettacolo i rimasugli di vita altrui, del tutto insignificanti, diventano progressivamente un filo rosso che si dipana nella memoria evocando storie che non appartengono a chi recita ma che − allo stesso tempo − creano associazioni con i ricordi di chi recita. Così Antonio esamina delle pietre conservate in una scatola di latta, non si domanda il perché siano state custodite, ma ricorda chiaramente di aver fatto lo stesso, altrove, con altre pietre e in quel tempo lontano che gli apparteneva.
L'intimità di questi racconti aggiunge calore a tutto ciò che viene toccato e ogni cosa diventa preziosa perché capace di raccontare vicende diverse: quella di Janina, quella di Daria e di Antonio e anche la nostra. Esempio: c'è un momento nello spettacolo in cui Daria racconta che il regista Elia Kazan diceva di Marlon Brando che “recitava a partire dalle cose”; per imitare un gesto fatto da Brando in Fronte del porto Daria infila un paio di guanti che non toglie per tutto il resto dello spettacolo e non toglie i guanti perché (questo è il mio parere) lei e Antonio stanno facendo esattamente come Brando: recitano a partire dalle cose.
È per questo che al termine della rappresentazione − quando gli artisti invitano il pubblico a restare “un po' con noi” in mezzo a tutte quelle cose − il pubblico rimane e inizia a curiosare con interesse tra ciò che, in effetti, c'era anche prima dell'inizio dello spettacolo, in quel 'prima' − tuttavia − in cui gli oggetti esposti erano ancora indifferenti e freddi, non erano altro che semplici 'oggetti', mentre adesso hanno acquisito una luce e una temperatura diversa: sono diventate 'cose' con una personalità, cose che hanno raccontato delle storie e − queste storie di queste cose − sono riuscite a smuovere quel che ci appartiene in profondo.



leggi anche:
Francesca Saturnino Deflorian/Tagliarini: le vie est un point de veu (Il Pickwick, 3 marzo 2016)
Caterina Piccione Show Reality (Il Pickwick, 16 maggio 2016)
Alessandro Toppi Di quel cielo, di questo fondale (Il Pickwick, 16 febbraio 2017)

 

 

 


Voci e altri invisibili
Rzeczy/Cose
a partire dal reportage Reality
di Mariusz Szczygieł 
traduzione Marzena Borejczuk
ideazione e performance Daria Deflorian, Antonio Tagliarini
disegno luci Gianni Staropoli
collaborazione Fernanda Pessolano
organizzazione Anna Damiani
produzione e accompagnamento internazionale Francesca Corona
direzione tecnica Giulia Pastore
lingua italiano
durata 50'
Napoli, Museo Hermann Nitsch, 2 dicembre 2017
in scena 2 dicembre 2017 (data unica)




riferimenti bibliografici:

Daria Deflorian, Antonio Tagliarini
Trilogia dell'invisibile. Rewind, Rzeczy/Cose e Reality, Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni
a cura di Graziano Graziani
con scritti di Graziano Graziani, Gerardo Guccini, Renato Palazzi, Attilio Scarpellini
Corazzano (Pisa), Titivillus, 2014, pp.153


Mariusz Szczygieł
Reality

traduzione Marzena Borejczuk
Roma, Nottetempo, 2011
pp. 151




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