“La vita costringe l’uomo a molte azioni spontanee”

Stanisław Jerzy Lec

Domenica, 16 Giugno 2013 10:02

La crisi all'angolo destro

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Quando ci accostiamo al teatro cosiddetto civile – o per meglio dire d’impegno civile – siamo per solito colti da repentino timore d’incorrere nella riproposizione d’un refrain proprio dei drammi a tesi, poggiati sovente sull’unico solido e conveniente impiantito dell’ideologismo apologetico. Chiariamolo subito: Krisiskin sfugge a questo peccato (non) originale. Lo fa svolgendo una vicenda semplice di ordinario degrado sociale inventandosi un modo di svolgerla che le dona una freschezza inversamente proporzionale all’afa canicolare che all’interno della Sala Polifunzionale del Museo MADRE rende i corpi degli attori madide figure di scena come fossero statue di cera in progressiva liquefazione; ma a liquefarsi non sono gli attori – solidi interpreti della messinscena – bensì l’universo dei personaggi a cui danno corpo.

Tre personaggi, unione “spuria” di una coppia più un amico, trittico di coscienze sottoproletarie che trovano cemento al loro legame nella comune collocazione ideologica nell’estrema destra, i protagonisti di Krisiskin appaiono prigionieri di se stessi, prim’ancora che degli obblighi e dei divieti a loro frapposti da una società, le cui problematiche socio-economiche emergono nel quotidiano sotto forma delle più immediate necessità, a partire da quella abitativa, una società nella quale i mobili dell’IKEA finiscono per essere componibili metafore della crisi.
C’è il tentativo estremo di resistere ai gangli frapposti da una società che si contesta, che si disprezza, che si vorrebbe guardar dall’alto in basso, foss’anche da un terzo piano senza ascensore, pur di non mischiarsi a questo consorzio umano ibridato dall’immigrazione straniera, melting pot mal sopportato, in cui anche l’integralismo linguistico s’ammanta di sciovinismo.
Eppure, quella crisi cui si tenta di sfuggire nel macrocontesto sociale, riaffiora nel microcosmo ricreato e fondato attorno al nucleo ideologico che fa da collante al terzetto, per cui nemmeno il rifarsi ad un comune ideale di fratellanza reazionaria finirà per essere immune dal mostrare le crepe del proprio disgregarsi.
Ai segnali tipici dell’identificazione (i giubbotti, gli stivali, la xenofobia, l’intolleranza, il lessico) si aggiungono, nell’opera di decodifica teatrale, le evidenze dei segnali stradali, simboli di obblighi e divieti che si ha l’obbiettivo di mutare di segno e di trasformare in qualche altra cosa, magari plasmandoli e rendendoli congrui al corredo ideale di cui si è portatori: ed è per questo che, sulla scena, un obbligo di direzione finisce per svoltare necessariamente a destra, un incrocio in cui bisognerebbe dar la precedenza si trasforma in una svastica ed un divieto d’accesso si tramuta, in poche mosse, in una croce celtica. È l’apparato simbolico in cui una sacca di malessere sociale si rifugia, rinchiusa nella nera torre merlata di un malinteso senso di affratellamento, che sfocia irrimediabilmente in una dialettica dello spaesamento, in cui la riproposizione dei propri codici etici e comportamentali si traduce in sterile ripetizione acritica (emblematico il momento in cui i tre attori ricalcano in scena una sorta di Gioca-Jouer di cecchettiana memoria, reinterpretato in salsa neonazi, cadenzato e forsennato).
È così che Krisiskin procede per un’ora in assito a marziale passo di marcia, rimbombando di tacchi picchiati in terra e di slogan urlati al cielo. Gli attori non sono solo attori, sono maestranze di scena, attendono al costruire progressivo della scena, fatta di tubolari su cui inastare segnali e labari per farvi sventolare i vessilli dell’ideologia, ma anche di tavole imbandite attorno alle quali condividere la propria familiarità, o ancora di finestre da cui affacciarsi su un mondo che si desidererebbe poter guardare dall’alto in basso; impegnati a costruire attorno a sé una dimensione di appartenenza chiusa, rappresentata da mura domestiche all’interno delle quali finiranno per emergere comunque discrasie inevitabili, dovendosi necessariamente confrontare con l‘antinomia scelta/rinuncia, i protagonisti di Krisiskin finiscono per tendere alla realizzazione di un quadretto familiare borghese, ipostatizzato in un’immagine presepiale, che è fattuale smentita delle istanze ideologiche propalate.
Krisiskin giunge a compimento con i suoi attori ancor più madidi ma non ancora liquefatti: merito di una sostanza teatrale compatta che regge la scena in maniera convincente e omogenea, senza patire cali, ma soprattutto evitando il facile ammicco alla superficialità ideologica.

 

 

Fringe E45
Krisiskin
di Chiara Muscato, Dario Mangiaracina, Dario Muratore
regia Chiara Muscato
con Marcella Vaccarino, Dario Mangiaracina, Dario Muscato
aiuto regia Gisella Vitrano
disegno luci e scena Petra Trombini
produzione Compagnia Quartiatri
in collaborazione con TGA, Voci Erranti Onlus, Fondazione Campania dei Festival – E45 Napoli Fringe Festival
con il sostegno di Santa Briganti – Scenica Festival
lingua italiano
durata 1h 5’
Napoli, Museo MADRE – Sala polifunzionale, 13 giugno 2013
in scena 12 e 13 giugno 2013

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