“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Lunedì, 17 Giugno 2013 02:00

Un enorme macigno al centro del petto

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Mentre prendiamo posto sulle panche del Ridotto del Mercadante la classe è già seduta nei suoi banchi. Noi i sani, (i maestri?), loro i malati (gli allievi?). Ma il presupposto è sbagliato, lo capiremo nel corso di questo lungo percorso, di questo incubo al rallentatore in cui niente succede davvero e tutto si ripete, vorticosamente, sulle note ricorrenti di un valzer di Karacinski.

Vecchi scolari. Scene d’altri tempi. Gli scolari sono vestiti tutti di nero, come fosse una foto in bianco e nero. Bianchi i volti, esaltati dalla luce fredda, neri gli abiti. I maschi hanno giacca e pantalone, come se lo scolaro fosse già la caricatura dell’uomo/mimo che sarà. Le femmine hanno informi abiti neri, scarpe modeste, preludio al ruolo di vedove. Chiedono di andare in bagno, tutti insieme, col desueto gesto della 'V' con le dita, che mai abbiamo conosciuto, noi che siamo stati scolaretti nel penultimo decennio del secolo passato. Mugolano, sofferenti, poi sciamano tutti fuori. Tutti tranne una. Minuta, con i capelli lunghi, grigi, legati in una morbida coda bassa, e che somiglia tremendamente ad una nostra redattrice. Abbastanza inquietante. Quasi quanto la vecchia bidella (o è la maestra?!, comunque un uomo) che sembra la Creatura di Frankenstein junior e che resta muta, di spalle, fino a quando i bambini non escono tutti e lei si volta, ramazzando pesantemente la stanza.
Rientrano gli scolari, a ritmo di valzer, accompagnati da grandi bambole, simulacro dei bambini che furono. Ritornano a sedersi, ciascuno con la sua bambola, mentre sfumano malinconiche le note del valzer. Si interrogano a vicenda i vecchi bambini, a colpi di brandelli di nozioni, ripetendole in coro come una nenia, come una preghiera al muro del pianto, oscillando la testa dolenti. Tentano inutili e stereotipati proclami per la cultura, la buona cultura, la vera cultura. Poi la guerra. La Prima Guerra Mondiale. Tutti al fronte (forse anche loro? Una generazione persa nelle trincee?).
Difficile orientarsi. Difficile trovare un filo narrativo che non c’è, per scelta. Al contrario c’è tutta la sapienza scenica degli attori di "Arte e Salute". Pazienti psichiatrici, ma ormai attori, recuperati ad una piena umanità nell’assumere una identità altra. E c’è l’angoscia, che pervade tutta l’opera e si posiziona come un enorme macigno al centro del petto. Non si scioglie l’angoscia, nemmeno quando si esce nel fresco della sera, nemmeno quando ci si riscuote dall’immersione nel flusso dell’azione e si ritorna alla propria vita. Non si scioglie mentre si cerca di tirare le somme di ciò che si è visto. Quei volti cerei, quelle espressioni fisse, quelle frasi stereotipate continuano a ronzare in testa, a girare vorticosamente, nella loro banale inconsistenza, al ritmo turbinante dello stesso valzer.
Siamo davvero sani noi? Abbiamo una consistenza diversa? O non siamo forse anche noi pallidi burattini, figure ritagliate nel cartone, simulacri di esistenza? Loro erano i morti, persi nel limbo del ricordo, della ripetizione ossessiva e sterile del ricordo, e noi? Siamo forse davvero vivi? Loro erano i morti, noi rimuoviamo la morte, ne abbiamo una paura indicibile, forse perché percepiamo tutta la vacuità dell’esistenza e ci fa paura l’idea di trovarci a rendere conto, seppure solo a noi stessi, di come si è utilizzato questo segmento del continuum temporale che chiamiamo vita?

 

 

 

 

Napoli Teatro Festival
La classe
di
Tadeusz Kantor
regia Nanni Garella
regista assistente Gabriele Tesauri
assistente alla regia Nicola Berti
con Nicola Berti, Giorgia Bolognini, Luca Formica, Pamela Giannasi, Maria Rosa Iattoni, Iole Mazzetti, Fabio Molinari, Mirco Nanni, Lucio Polazzi, Deborah Quintavalle, Moreno Rimondi, Roberto Risi
scene Laboratorio Arena del Sole
costumi a cura di Vanna Gioni
suono Pierluigi Calzolari
luci Paolo Mazzi
manichini Consuelo Cabassi
produzione Arena del Sole – Nuova Scena – Teatro Stabile di Bologna, Associazione Arte e Salute onlus
si ringrazia Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda USL di Bologna
lingua italiano
durata 1h 15’
Napoli, Ridotto del Teatro Mercadante, 15 giugno 2013
in scena 14 e 15 giugno 2013

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