“La memoria è una forma di coraggio”

Jean Vilar

Mercoledì, 20 Ottobre 2021 00:00

Il dolore sospeso e corporeo di Marguerite

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Una piccola sala, pochi posti su panchine di gomma. Buio, nero, tre punti luce che rischiarano la scena. È un interno, una stanza con sedie, una poltrona, un tavolino da tè con delle tazzine e un telefono, valigie e fogli sulle diverse superfici. Dietro il tavolino una colonna con dei fogli impolverati e un divisorio.

Fa il suo ingresso una donna, è Marguerite Duras interpretata da Elena Arvigo. Inizia a muoversi per la stanza con agitazione, ma al principio sembra misurata. Nel silenzio si fa spazio la sua voce flebile, appena incerta. Dalla poltrona legge un diario, il suo. È Il dolore, pubblicato solo nel 1985 pur raccontando il periodo della Seconda Guerra Mondiale. Racconta del dolore, il suo dolore, nell’attesa di Robert Antelme, suo marito, catturato nel 1944 e deportato a Dachau.
Il monologo è in realtà la lettura recitata di alcuni passi del testo originale, scelti in funzione di una rappresentazione personale della regista e attrice. Si avverte nelle parole, riprese fedelmente, questa distanza dal momento presente, ma l’interpretazione riesce perfettamente a colmarla. “Il telefono, di fronte al camino, a portata di mano. A destra, la porta del salotto, il corridoio. In fondo al corridoio, la porta d’ingresso. Potrebbe venir qui, direttamente. Uno squillo di campanello: ‘Chi è’. – ‘Io’.”.
Marguerite è sola in casa, salvo ricevere le visite di Dionys, suo amante con cui farà un figlio, che qui è però una figura marginale.
L’inquietudine diventa smania, frenesia, compulsione. Sposta i libri, i fogli, prende i piatti e li posiziona sul pavimento come a voler apparecchiare per due, li rimette a posto li rompe. Si alza, gira per la stanza, si siede accanto al telefono, alza la cornetta la posa, beve. Poi si ferma e racconta, alterna il personale dolore al racconto della guerra, finita. Berlino è stata presa. Un altro campo liberato. Quante vittime?
Esce di casa a fatica, trascinando i piedi, solo per lavorare. Nessuna deviazione. In quegli anni collabora a Libres, un foglio che informava i parenti delle persone deportate in Germania. Scrive nomi, compila liste. Cerca ogni giorno il suo, di nome.
Non mangia Marguerite. Sono giorni che non fa il bagno. “Passo al Centro parte delle mie notti, anche. A casa bisogna che mi decida di fare il bagno, saranno otto giorni che non mi lavo. È primavera e io ho così freddo, all’idea di lavarmi rabbrividisco, è come avere una febbre ostinata che non mi lascerà più”.
Questi giorni tutti uguali. Apatia esterna e agitazione interna, “i colpi alle tempie continuano. Questi colpi, bisogna che li fermi”, cedono il passo a una inquietudine che coinvolge tutto il corpo come quando, a ritmo di musica, indossa e toglie il cappotto. Va e viene dal Centro, va e viene da sé. L'ombra sul muro come presenza costante e quasi tangibile dell’attesa dolorosa di notizie.
“Questa attesa, viverla significa non esistere più. Accadono più cose nella nostra testa che sulle strade tedesche”.
Sospensione del tempo, pensieri funesti. È la condizione comune a tante donne che hanno atteso mariti, figli, fratelli, fidanzati, amici tornare dalla guerra. L’altra faccia del fronte, quella di cui poco si racconta. Forse per la fortuna di essere vivi, ma nel corpo. La mente gioca brutti scherzi.
“Non perdere la testa” diventa un mantra da ripetersi senza sosta, ma il silenzio pesa. Lo sguardo si abbassa, si alza, è velato, colmo di lacrime. Alternarsi continuo di speranza e rassegnazione. Il telefono non squilla. Il corpo libera i pensieri, reagisce al dolore: si spinge a terra, ribalta lo sgabello su cui è seduta e cade, una due tre volte. Rimane stesa, piange, dà pugni sul pavimento. “Lui, è morto da tre settimane. È andata così. Ho questa certezza, ora”. Sembra arrendersi all’inevitabile, desidera che tutto abbia fine, giacere con lui nella fossa dove lo immagina “tutto consumato”.
Robert torna a casa, lei chiede il divorzio.
“Non sei morto nel campo di concentramento”.
Il nostro amore si è ormai estinto anni or sono, e la spasmodica sofferta attesa di te non ha modificato i miei sentimenti e la mia scelta.
Ora che sei qui, così poco Robert, sconfitto nell’animo nonostante siano tornate le forze nel fisico, guardarti mi distrugge perché ho tanto sofferto la tua attesa e creduto fossi morto. 
Quale che sia la giusta interpretazione lo lascio decidere a voi. Siamo in un tempo in cui è forte il desiderio di leggerezza dice Elena Arvigo dopo gli applausi, e aveva paura di presentare uno spettacolo che non rispecchiasse questa caratteristica. Io dico che vale la pena ri-portare in scena uno spettacolo intenso e corporeo come il suo, perché il teatro, l’arte, non deve rispondere ai gusti del momento.





Diari della guerra
tratto da Il dolore, Quaderni della guerra
e altri testi di
Marguerite Duras
e da La specie umana
di Robert Antelme
regia e interpretazione Elena Arvigo
regista collaboratrice Virginia Franchi
assistente alla regia Tullia Salina Attinà
disegno luci Paolo Meglio
foto di scena Manuela Giusto
produzione Santarita Teatro
lingua italiano
durata 1h 20’
Napoli, Teatro Elicantropo, 16 ottobre 2021
in scena dal 14 al 17 ottobre 2021

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