“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Giovedì, 10 Marzo 2022 00:00

(S)legami di sangue

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Parlare di legami tra sorella implica anche parlare di legami familiari e, va da sé, di legami di sangue. Due concetti per me molto distanti, che hanno poco a che fare l’uno con l’altro ma che diventano spesso sinonimi. I legami familiari “capitano” come si suol dire, non li scegli, ma per essere tali devono essere sviluppati, costruiti e portati avanti altrimenti si trasformano in obblighi socialmente imposti. Alcune volte si lasciano andare, altre si tengono insieme con sporadiche visite di cortesia.

Ma la cortesia non è terreno per i rapporti profondi. E il sangue, in tutto questo discorso, che ruolo ha? Simbolicamente indica un legame talmente forte perché si ritiene che il sangue si trasmetta dai genitori nei figli, quindi membri di una stessa famiglia sono indissolubilmente connessi; il discorso sui rapporti da costruire, però, rimane. Più volte ho affrontato questo argomento con persone a me vicine e anche dopo la lettura di alcuni romanzi, tra cui Ho fatto la spia di Joyce Carol Oates: “Non in teoria ma nella realtà una famiglia doveva, anzitutto, proteggere i propri membri [...]. Non ci si tradiva o abbandonava mai. Non andavi mai fuori dalla famiglia – questo era imperdonabile. Dentro la famiglia non mentivi mai quando contava davvero, né mai imbrogliavi”.
Dovere. Un verbo che spiega, da solo, il senso di tutto il discorso. Dover proteggere, amare, difendere. A qualsiasi costo, senza scelta.
Sorelle di Pascal Rambert contiene in sé proprio questa dicotomia tra dovere e volere e porta in scena quella che ritengo essere forse la più naturale risposta a legami di questo tipo. Sara e Anna, protagoniste dell’opera e veri nomi delle stesse attrici Sara Bertelà e Anna Della Rosa, irrompono in uno spazio che all’inizio sembra neutro, immacolato. Luci al neon che illuminano centralmente una scena dal pavimento bianco, ingrandendolo questo spazio candido. Entrambe vestite di bianco e nero, come se non dovessero risaltare se non per le loro parole, pedine in un mondo colorato. Anna irrompe con una valigia bianca e un giubbino rosa shocking e si porta all’altra estremità della stanza, altra rispetto alla porta d’ingresso di quella che è una sala per conferenze, e altra rispetto a Sara. Non si toccano mai se non quando Anna spinge Sara, sempre in diagonale e distanziate se non in rari momenti in cui tentano una vicinanza di emozioni che vuole essere anche fisica. Immediata la sensazione di assistere a una lotta senza esclusione di colpi su di un ring che diventa metafora del loro rapporto e della vita a ostacoli, rappresentati dalle sedie colorate che Sara sistema e sposta continuamente, che ognuno di noi cerca di superare al meglio; ogni deviazione porta a uno stato di quiete prima di un’altra deviazione o una roccia da scalare se non da sgretolare pezzo per pezzo. E ogni briciola è una parte di noi che si perde o si ritrova o si rinnova.
“Sorella scortica il labbro” dice all’inizio Sara. La parola “sorella”, la sorella che ha e che è piombata sul suo posto di lavoro prima di una conferenza importante, è un qualcosa che dilania, corrode le labbra ma soprattutto il linguaggio. Qui diventa, la parola, parte fondamentale perché riesce, quella, a mostrare le differenze tra le due sorelle più di quanto possano gli abiti neutri. Sara urla, Anna fa sfoggio dei suoi studi e della sua capacità di colpirti utilizzando termini molto precisi ma mantenendo un certo contegno, come se cercasse di avere ragione solo perché riesce a non essere aggressiva quanto la sorella. È con le parole che si scagliano addosso che cogliamo da dove arriva quell’astio così profondo che si mescola all’amore sororale che si crea tra due persone che hanno condiviso l’infanzia insieme, i valori di due genitori e poi, però, hanno preso strade diverse accumulando risentimenti e fraintendimenti, incapaci di parlarsi con sincerità prima di raggiungere il culmine. E noi seguiamo le loro lunghissime battute di odio e rancore nei confronti dell’altra, ma anche dovute alla propria incapacità di riflettersi e accettarsi guardandosi attraverso la sorella.
Scopriamo quanti non detti sono cresciuti nel loro profondo e che risalgono addirittura ai primi anni di vita: la ricerca dell’amore del padre e della madre e i conflitti per accaparrarselo; Anna, la minore, che copia la maggiore non per mancanza di carattere ma perché diventa un esempio da seguire anche nel nuoto, pure se Sara ha un’invidiabile struttura ossea e raggiunge ottimi risultati; Sara che tenta di uccidere Anna nella culla; Anna che sceglie il fidanzato (poi marito) solo per rubarlo alla maggiore. E poi ancora recriminazioni urlate e ti domandi quanto ci sia di vero e quanto sia frutto del dolore e non puoi parteggiare per nessuna delle due perché riesci solo ad assistere a questo buttare fuori, liberare tutto. In realtà molto lo perdi cercando di stare dietro a tutto, forse questa è la pecca dello spettacolo. Rambert dice di non aver scritto il testo con una trama, anche se nei dettagli riesci a ricostruire la storia di una famiglia borghese abituata all’agio, ai viaggi (la madre era una scrittrice mentre il padre archeologo in Oriente) e alle esperienze d’amore esotiche. Si perde anche il motivo vero della presenza di Anna lì, in quella stanza: la morte della madre tanto amata. Anna ripete più volte la frase “perché non mi hai avvisata”, arrabbiata triste delusa, ma è solo la punta di un iceberg costruito in anni e anni di silenzi. Rimane in sottofondo anche la questione sociale messa in evidenza dai lavori delle due sorelle: giornalista la minore, ma di quel giornalismo superficiale, così lo giudica Sara, che però le ha permesso di far carriera e guadagnare, terzomondista dedita alle lotte sociali invece la maggiore, con poco interesse per il guadagno e più per la lotta nelle strade e tra le persone. È un momento che arriva alla fine e che risulta forzato, come se l’elemento della lotta per i diritti delle minoranze debba essere inserita a ogni costo in un testo. Non bastava mettere in scena due persone, due destini, due anime, due scelte dovute a diverse circostanze? Forse è vero, l’intento principale del regista è di mettere in scena uno scontro energetico: l’idea del ring, il momento di vicinanza mentre ballano ascoltando una canzone dal lettore di Anna e soprattutto dell’impeto di Sara, che spesso quando è accalorata si alza sulle punte sforzando i muscoli delle gambe, e di entrambe nel ricordare battute lunghe, è un esercizio fisico più vicino al dimostrare la bravura delle attrici nel memorizzare, valide nell’interpretazione di certo ma spesso è come se la concentrazione necessaria all’esercizio incida più sul mostrare le emozioni, che a stimolare domande.
Ma poi fanno pace?
Se cercate il lieto fine qui non lo trovate, e in realtà assistendo allo spettacolo non ve lo domandate nemmeno. Sarebbe stata una presa in giro e quindi va dato atto al regista di aver scelto il finale giusto perché una crepa così profonda, specie se dovuta non solo all’altra ma all’irresolutezza di sé, non può risanarsi con una discussione o un abbraccio.





Sorelle
testo, messinscena e spazio scenico Pascal Rambert
con Sara Bertelà, Anna Della Rosa
traduzione italiana Chiara Elefante
foto di scena Luca Del Pia
produzione TPE-Teatro Piemonte Europa, FOG-Triennale Milano Performing Arts
lingua italiano
durata 1h 30’
Napoli, Teatro Sannazaro, 25 febbraio 2022
in scena dal 25 al 27 febbraio 2022

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